Il romanzo come mistero creatore: leggere Steven Hall nel 2022

Image from askanews web site
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Milano, 2 nov. (askanews) - Il romanzo è un dannato killer, pare abbia detto una volta Don DeLillo, il Grande Maestro del romanzo contemporaneo. Ma, come lui insegna molto bene se si guarda sotto la patina del realismo della sua opera, il romanzo è anche un mistero, uno spazio nel quale la letteratura radica in primo luogo se stessa, per poi fare esplodere tutta quella sensazione di realtà "più vera del vero" che è propria dei grandi libri. Un novero nel quale forse presto dovremo inserire anche "Il Demone di Maxwell", dell'inglese Steven Hall, che esce in Italia per Il Saggiatore, a patto che si accetti il confronto con un oggetto letterario di dimensioni, ambizioni e struttura anomali, che ruota intorno a una serie di false piste che spaziano dalla Bibbia ai Vangeli perduti, dalla semiotica ai bestseller mainstream, da "The Truman Show" alla letteratura combinatoria di Italo Calvino, con alcuni momenti anche di vera e propria performance artistica. Ah, ovviamente con all'interno anche un trattato di termodinamica, e quel concetto di entropia che fa tanto pensare a Thomas Pynchon, altro potenziale padrino di questo stranissimo e a tratti travolgente romanzo oscuro. Leggendo Hall, e soprattutto ripensandoci dopo, una volta chiuso il libro - sempre che si possa chiuderlo - si può avere la sensazione che Dan Brown e lo stesso DeLillo si siano incarnati, insieme, in un anonimo, ma lucidissimo, teorico della narratologia come atto di pura creazione, con una vena segreta di follia e amore per il Caos. Una specie di Venerabile Jorge de "Il Nome della Rosa" di Umberto Eco in chiave ancora più postmoderna, ma con le intatte velleità da protagonista di thriller da milioni di copie. Il punto principale, il "motore", come dice lo stesso Andrew Black, leggendario scrittore che fugge dal suo stesso colossale bestseller, a proposito di ciò che deve essere il romanzo, il motore è proprio il continuo cambiamento dei piani, lo scivolamento dei livelli di realtà all'interno della stessa cornice romanzesca, l'assenza di una linea narrativo-cronologica definita e univoca, sebbene il modo di fruizione del lettore possa solo essere quello della processione diretta da un unico punto di vista: quello concesso dallo scrittore. È il meccanismo che regge anche un certo cinema, pensiamo a "Tenet" di Christopher Nolan, per esempio, ma che qui assume una spiccata volontà di ragionamento sull'atto di creazione, che le spie temporali del regista londinese non hanno, o, quanto meno, non manifestano in modo così esplicito. Il risultato però è simile: un oggetto culturale che ha le dimensioni di un mondo, un sistema chiuso nel quale, come ci insegna la fisica, l'entropia e il disordine possono solo aumentare, a meno che non subentri qualcuno che abbia tutte le informazioni e il modo di usarle, ossia quel demone (o diavoletto) ipotizzato dall'esperimento mentale di James Clerck Maxwell. Che, per le capacità di cambiare la realtà e perfino le leggi fisiche, ha tutte le caratteristiche di un dio, scriviamolo minuscolo, oppure di un angelo, di quelli potenti e mostruosi, i cherubini. E ancora spunta Dan Brown, con i suoi "Angeli e Demoni", in quel gioco a fare finta di essere un bestseller che il romanzo e il suo autore praticano di continuo. Non per niente anche Philip Roth diceva che il verbo "to pretend", fare finta, era uno dei più importanti nella sua vita di scrittore, soprattutto nel caso dei romanzi scritti in prima persona, come anche "Il Demone di Maxwell". Che è il libro che abbiamo in mano e leggiamo, ma che è anche quello che viene scritto mentre noi lo stiamo leggendo. Ancora la fisica: il paradosso di Schrödinger: il gatto nella scatola al tempo stesso può essere vivo o morto, contemporaneamente, ma solo se nessuno lo osserva. Quando osserviamo determiniamo una o l'altra possibilità, insomma guardando, creiamo la "realtà". Meravigliosa vertigine continua. Thomas Quinn, suo padre Stanley, ingombrante e famosissimo, la moglie partita per una lunga spedizione scientifica, gli agenti letterari, i poliziotti, ma anche i personaggi del romanzo di Black che prendono vita "reale", per arrivare perfino a una specie di miracolo da lettore, come l'incontro con Don Chisciotte e Sancio Panza. E quella domanda, che viene posta più volte: "Ma lei è reale?". Basterebbe questa citazione per farci capire qual è il campo di gioco che Hall sceglie per il suo libro. Ma, a essere sinceri, non basta neppure questo, perché "Il Demone di Maxwell" ha ambizioni talmente smisurate da sembrare in certi momenti quasi assurde, inaccettabili, viene da pensare a una spacconata insopportabile. E, se volete, quella sorta di lieto fine, dopo tanta ansia e angoscia, sembra quasi posticcia, seppur a giustificazione di tutto il discorso sulla potenza della scrittura per creare la realtà (sulla pagina, ovviamente, ma in questo contesto la pagina è il Tutto). Però, perché ci sono un'infinità di però, il vero pregio del romanzo è tutto ciò che non risolve, tutti gli abissi che spalanca e che restano dove sono anche se apparentemente molte delle cose si sono ricomposte a livello di filone principale della trama. Come diceva un venditore di macchine per scrivere in "2666" di Roberto Bolaño, nella Crocifissione i ladroni non sono messi per esaltare la figura del Cristo, ma per occultarla: le opere minori, nello stesso modo, servono per occultare il capolavoro. E le opere minori ne "Il Demone di Maxwell" sono moltissime, cento piccoli romanzi fiume per usare un titolo di Giorgio Manganelli, e tutte insieme hanno la forza totalizzante di occultare quella "trama", se vogliamo davvero chiamarla così - ma forse non dovremmo -, che apparentemente giunge a una risoluzione, a una vita nuova, a un riscatto. Ma tutte le porte dell'Apocalisse che il libro ha spalancato non ci è dato sapere se siano mai state richiuse da qualcuno. Forse da Don Chisciotte, o dallo spettro di Pynchon, ma forse da nessuno. E sono ancora qui con noi. Come questo pazzesco romanzo che non c'era. (Leonardo Merlini)