Il ruolo di Erdogan nello scontro tra Iran e Stati Uniti

Giuseppe Didonna

La morte del generale iraniano Qassem Soleimani in seguito a un raid americano ha fatto aumentare in maniera notevole la tensione in Medio Oriente, con gli ayatollah che promettono vendetta, mentre il presidente americano Donald Trump minaccia ben 52 obiettivi iraniani, "già individuati". Ai proclami lanciati nelle piazze o attraverso i (social) media, Washington e Teheran hanno affiancato un intenso lavoro diplomatico, mirato a ottenere il sostegno della comunità internazionale, con la Turchia che di questo puzzle costituisce una tessera centrale.

Le relazioni tra Ankara e Teheran sono sempre state solide negli ultimi anni, consolidatesi con le operazioni finanziarie, benedette dal governo, con cui l'embargo era stato aggirato nel recente passato, dalle intese sulla Siria sancite dal processo di Astana e all'intransigenza di Ankara nei confronti dell'Arabia Saudita rispetto all'omicidio del giornalista Jamal Khashoggi. Al contrario i rapporti tra Usa e Turchia hanno vissuto momenti di altissima tensione.

La complicata relazione tra Washington e Ankara

Dopo anni di polemiche scaturite dall'alleanza degli americani con i curdi Ypg in Siria, considerati da Ankara terroristi tout-court, il picco è stato raggiunto con le sanzioni economiche che nell'agosto 2018 hanno messo in ginocchio l'economia turca, decise da Trump in seguito alla mancata scarcerazione del pastore americano Andrew Brunson. Ultimo capitolo la minaccia di esclusione dal programma relativo i jet da guerra F35, in seguito all'acquisto del sistema di difesa missilistico russo S-400, cui va aggiunta l'opposizione di Congresso e Senato all'intervento in Siria dello scorso ottobre, risultata nella richiesta di nuove sanzioni e nel riconoscimento del genocidio armeno, sempre indigesto ad Ankara. Solo la visita del presidente turco Recep Tayyip Erdogan a Trump, lo scorso novembre, sembrava aver messo in carreggiata le relazioni tra i due Paesi, che hanno trovato ossigeno proprio nell'intesa tra i due presidenti.

Dopo l'uccisione di Soleimani le linee telefoniche di Ankara sono diventate calde: Erdogan ha parlato con i colleghi di Iran, Hassan Rohani e Iraq, Braham Salih, mentre il ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu, ha avuto un colloquio con le proprie controparti statunitense, Mike Pompeo, e iraniana, Javad Zarif.

La Nato di nuovo a dura prova

Washington chiede sostegno alla Turchia soprattutto in nome dell'alleanza Nato. Ma Ankara ha emesso un comunicato in cui definisce la morte di Soleimani "un assassinio", non un atto di difesa, e un'azione in predicato di aumentare "tensione e instabilità nella regione". Appare difficile che la Turchia si schieri apertamente con Washington, perché l'atteggiamento e le parole di Erdogan dopo la morte di Soleimani lasciano intendere che il leader turco sia più orientato a far scemare la tensione che ad aumentarla. Va a tal proposito ricordato che le sanzioni americane imporranno presto ad Ankara di azzerare le importazioni di petrolio. Una mossa che Erdogan, da sempre apertamente contrario alle sanzioni nei confronti di Teheran, ha digerito malvolentieri.

Altro fattore riguarda polemiche e tensioni in ambito Nato, con Erdogan che ha minacciato di chiudere due basi strategicamente fondamentali in caso i curdi Ypg non vengano inclusi nella lista delle organizzazioni terroristiche. Le basi di Incirlik e Kurecik svolgono un ruolo essenziale nel monitoraggio dei movimenti militari di Teheran e rafforzano la posizione di Ankara nei confronti di Washington. Ultimo aspetto riguarda il fatto che in ballo ci sia la stabilità dell'Iraq, un Paese che in questo momento non ha una leadership capace di far fronte alle tensioni in atto, ma che confina con la Turchia stessa. Un motivo in più per Ankara per cercare di evitare qualsiasi decisione che possa ulteriormente destabilizzare l'Iraq.