Il senso di finitudine di un premier

Alessandro De Angelis
·ViceDirettore
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Conte / Muti (Photo: ANSA foto)
Conte / Muti (Photo: ANSA foto)

Succede nella vita, soprattutto se non si è affetti da permanenti deliri di onnipotenza, gravi problemi dell’io, ebbrezza, perdita del principio di realtà, di avvertire un certo senso di “finitudine”. Accade, molto prosaicamente, quando leggi la curva dei contagi, capisci che già sei mezzo chiuso in casa e, a breve, tornerai a guardare albe e tramonti solo dalla finestra. Lo capisci, meglio ancora, quando leggi il numero dei morti, con quel greve senso di angoscia e impotenza che ti assale. Non serve Kant, con le sue letture heideggeriane sulla finitezza di tipo “ontico”, legata ai limiti umani rispetto alla conoscenza, o di tipo “trascendentale” nella Critica alla Ragion Pura.

E francamente, non serve neanche andare a teatro o ai concerti per avere questa malinconia esistenzialista. E allora, con mente pura, leggete qui e, mentre leggete, pensate a chi può averlo detto:

“Anche l’esperienza che abbiamo maturato in questi mesi di grande difficoltà ci conferma che la cultura contribuisce a rafforzare l’identità di un intero popolo, agisce come volano per la coesione sociale, creando le basi – al contempo – per un dialogo che attraversa regioni e confini nazionali, aiutando a cogliere, nella propria e nell’altrui leggenda, il comune destino di finitudine dell’essere umano”.

È il momento forse più alto della risposta del presidente del Consiglio Giuseppe Conte al maestro Riccardo Muti sul Corriere. Risposta verbosa, che sfoggia l’erudizione di chi ha indossato l’abito dell’Elevato e la puntigliosità avvocatesca di chi prepara un ricorso al Tar. Di fatto, a Muti non risponde, perché resta inevasa la domanda sul perché chiudere i teatri, anche vengono rispettate le norme di sicurezza. Questione affogata nella solita solfa sugli assembramenti, che si presta alla solita obiezione sul perché si sta più assembrati in un teatro a due metri di distanza che in un autobus all’ora di punta. Chissà.

In compenso, e cioè in assenza di politica, logica, senso della misura, cultura al netto di una melensa ostentazione di quattro libri da ginnasio, insomma di un sacrosanto senso del proprio limite di sé in relazione al mondo, lo sproloquio su quanto la dimensione spirituale stia a cuore al governo e rassicurante come una parola affidata al vento. Insomma, a dirla tutta, lo scritto di Conte restituisce il senso di finitudine più del Requiem di Verdi, che peraltro il maestro Muti dirige benissimo.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.