Il silenzio della Cgil su Sergio Marchionne

Carlo Renda

È stata una scelta deliberata. A scegliere la linea del silenzio su Sergio Marchionne sono stati i vertici della Cgil, pare che se ne sia discusso anche in segreteria. E il silenzio certe volte vale più di mille parole, dicevano gli antichi. Può essere interpretato come una cautela per sè, per evitare di cadere nella trappola delle strumentalizzazioni in momenti particolarmenti delicati, come nel caso del dramma umano di una persona, benché sia l'avversario di una vita, che sta morendo. Può prevenire mancanze di rispetto della vita umana di chi sta già celebrando il funerale di un malato e perfino, in trasparenza, essere letto come anche una critica all'eccesso di comunicazione aziendale sul repentino cambio di pagina, mentre l'uomo simbolo lotta ancora tra la vita e la morte.

Il silenzio può anche accentuare il suono che verrà, quando sarà il momento di parlare e di fare bilanci di una riappacificazione che non c'è stata. Perché dire qualcosa ora sul Sergio Marchionne uomo non è il momento, non è il caso. Ma sul Sergio Marchionne manager, a tempo debito, la Cgil parlerà.

L'improvvisa uscita di scena di Sergio Marchionne, la cessione di tutte le cariche, le condizioni di salute definite irreversibili, tutto questo ha consigliato al mondo Cgil un supplemento di riflessione. Silenziosa. Nessuna parola da Susanna Camusso. "Ci sono dei momenti in cui è meglio star zitti" è il messaggio consegnato al Manifesto da Maurizio Landini, lui che è stato in prima linea nelle battaglie sindacali contro la Fca di Sergio Marchionne. In molti casi hanno combattuto e sono stati sconfitti, come in occasione i referendum dei lavoratori che hanno sancito la vittoria della linea aziendale. In alcuni casi hanno combattuto e hanno vinto, con le sentenze che hanno riabilitato i delegati Fiom nelle fabbriche. Tra le tante testimonianze, ricordi, giudizi, analisi che si sono susseguite in queste ore sono mancate le loro. Non è il momento, non è il caso.

Tra le tante...

Continua a leggere su HuffPost