Il sinologo Sisci: "Rischio recessione Cina, chi l'aiuterà a farla ripartire?"

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Il rischio recessione della Cina è più forte che mai e il crollo oggi della Borsa di Hong Kong, rientrato solo con un massiccio intervento da parte del governo di Pechino, è li a dimostrare che il contagio del nuovo coronavirus si è esteso all'economia, "un contagio appena iniziato". E' l'analisi del sinologo Francesco Sisci, professore di politica internazionale all'Università di Pechino, il quale sottolinea tra l'altro come da parte della comunità internazionale potrebbe esserci un aiuto minore a sostenere la ripresa da Pechino per una serie di ragioni.  

"I mercati sono estremamente sensibili e nervosi - dice Sisci parlando con l'Adnkronos - Dobbiamo vedere cosa succederà nei prossimi giorni, ma intanto il prezzo del petrolio è sceso del 20%, la Borsa di Hong Kong, riaperta dopo due settimane, a metà giornata stava crollando dell'8%, fino a quando non è intervenuto il governo centrale, che intanto, attraverso la banca centrale, ha immesso nel sistema finanziario liquidità per 1,2 trilioni di yuan, pari a 160 miliardi di euro, il 9% del Pil italiano". 

Secondo il sinologo, "ci sono tutti i segni del possibile arrivo di una recessione, perché l'economia cinese si sta fermando, non ci sono prospettive chiare di quando ripartirà e l'atmosfera non è più quella del 2003, quando ci fu l'epidemia di Sars". Sisci si riferisce al fatto che 17 anni fa l'economia cinese "era più piccola di quella italiana, mentre adesso è oltre quattro volte, per cui se si ferma è più difficile rimetterla in molto". E poi, osserva, "l'atmosfera intorno alla Cina non è più così positiva, allora era amica dell'America, che considerava il terrorismo di matrice islamica il nemico numero uno, oggi il problema centrale per gli Stati Uniti è il Partito comunista cinese".  

Certo la recessione cinese trascinerebbe con sé tutta l'economia mondiale, "ma non è detto che ci sia necessariamente un interesse a far ripartire l'economia cinese". Molte aziende americane stanno già spostando alcune produzioni in altri Paesi, come in Bangladesh, spiega il sinologo, "se spendono soldi per far partire la produzione lì, perché dovrebbero poi tornare in Cina?".  

In questo contesto, l'Italia "non può certo aiutare come fece 17 anni fa, perché la nostra economia è diventata oggettivamente più piccola rispetto a quella cinese e poi ci sono problemi di equilibri internazionali", sottolinea Sisci, in un riferimento alle polemiche dei mesi scorsi sulla Via della Seta.  

Tra l'altro, osserva, parlando della decisione del nostro Paese di sospendere tutti i voli con la Cina fino alla fine di aprile, "il governo è passato da un eccesso all'altro: lo scorso anno, con lo stesso presidente del Consiglio, abbiamo promesso l'impossibile alla Cina, fregandocene delle obiezioni di Stati Uniti e Ue, adesso esageriamo nell'altro senso, con il blocco di tutti i voli, cosa che neanche gli americani, che pure sono in piena guerra commerciale con Pechino, hanno fatto". "Non abbiamo capito cos'era la Cina allora e non lo capiamo adesso", chiosa.