Il Sudan nelle sabbie mobili, lasciato solo dall'Occidente

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Abdalla Hamdok, proteste di piazza (Photo: Getty)
Abdalla Hamdok, proteste di piazza (Photo: Getty)

“Ho deciso di restituire la responsabilità e annunciare le mie dimissioni da primo ministro e dare la possibilità a un altro uomo o donna di questo nobile Paese di aiutarlo a diventare civile e democratico”. L’ormai ex primo ministro del Sudan, Abdalla Hamdok, dopo vari tentativi di mediazione e di fronte al perpetuare delle violenze che hanno portato a 57 i morti dall’inizio del golpe, ha gettato la spugna.

Domenica, in un discorso televisivo, ha annunciato la sua decisione irrevocabile: “Ho cercato il più possibile di evitare che il nostro Paese scivolasse nel disastro”, ha dichiarato alla nazione, “ma nonostante i miei sforzi per raggiungere il consenso desiderato e necessario per offrire ai cittadini sicurezza, pace, giustizia e fermare lo spargimento di sangue, ciò non è accaduto”. Parole che segnano l’ennesimo tentativo fallito del Sudan di instradare un dialogo costruttivo tra militari e comunità civile, così da avviare un seppur lento processo democratico.

La realtà è diversa, ha invece ammonito Abdalla Hamdok avvertendo su come “il nostro Paese sta attraversando un pericoloso punto di svolta che potrebbe minacciare la sua intera sopravvivenza se non verrà posto rimedio”.

Per provarci, nel 2019 era stato scelto proprio lui. Dopo la fine dell’era Omar Hasan Ahmad al Bashir, militare che si è preso il potere con un colpo di Stato nel 1989 e lo ha perso trent’anni dopo in seguito a un golpe nato dalle massicce proteste popolari contro la dittatura, il Consiglio militare di transizione aveva deciso di affidare il futuro del Sudan nelle mani dell’economista dalla caratura internazionale. Eppure, nonostante il suo trascorso nelle Nazioni Unite come vicesegretario esecutivo della Commissione economica per l’Africa e il suo lavoro nelle organizzazioni africane, le tante speranze risposte su Hamdok non erano del tutto condivise. Per la comunità internazionale si trattava dell’uomo giusto, ma gran parte della popolazione non la pensava allo stesso modo. La loro insoddisfazione non deriva solamente dalle pesanti riforme attuate dal governo Hamdok, ma piuttosto era la presenza militare nel governo che non lasciava intendere il futuro che gli avevano promesso. Adesso che quello di Hamdok è stato segnato, hanno deciso di continuare nella protesta fino a quando la loro posizione non verrà accolta.

“Le dimissioni hanno permesso una nuova forma di unità, ma si tratta di un’unità che cerca uno scontro frontale con i militari”, afferma ad Huffpost Ugo Tramballi, senior advisor di Ispi. Il fronte dell’opposizione, infatti, pare essere spinto dal solo desiderio di porre fine definitivamente al dominio dell’esercito senza condividere un vero programma democratico da attuare in seguito. “Finché ci si oppone alla dittatura tutti presenti, il problema arriva quando devi gestire il dopo”. Quello che sta succedendo a Karthoum “è la sintesi del fallimento delle primavere arabe, dove comunque non tutto è da buttare: a nord del Sudan c’è stato il fallimento del mondo arabo, a sud le difficoltà della regione subshariahana nel democratizzarsi. L’obiettivo originale delle primavere arabe”, ricorda Tramballi, “era quello di riportare i militari nelle caserme, per difendere il Paese e non per governalo”. In Sudan, così come in altri luoghi travolti dall’onda rivoluzionaria di inizio decennio scorso, questo rovesciamento non è mai avvenuto.

Fin da subito il primo ministro Hamdok si trovò a gestire una situazione fortemente instabile. La crisi economica aggravata dalla pandemia, la necessità di rinnovare un settore bancario prossimo al collasso, l’alto tasso di disoccupazione, la carenza di beni essenziali, lo scoppio di nuovi conflitti, come quello nella regione del Darfur, del Kordofan e le dispute lungo il Nilo azzurro: in questo clima, al primo ministro era stato chiesto di portare il Sudan a libere elezioni entro luglio del 2023, a cui Hamdok non avrebbe potuto candidarsi. In cinque anni, dunque, il Paese avrebbe dovuto imboccare la strada della democrazia.

Solo sei settimane fa, il 25 ottobre, un colpo di Stato guidato dal generale Abdel Fattah al-Burhan aveva rovesciato il governo e costretto Hamdok a quattro settimane di arresti domiciliari, rigettando il Paese nel panico di nuove e più pesanti violenze. Un accordo di quattordici punti condivisi tra Hamdok e i militari - in cui si impegnavano a rilasciare tutti i detenuti politici e a non mettere più a repentaglio il percorso democratico della nazione – gli aveva permesso di riprendere la sua carica. La firma sul patto è stata celebrata con una diretta nazionale, ma per molti cittadini vedere il primo ministro a fianco dell’uomo che solo un mese prima lo aveva deposto e imprigionato era il segno lampante e definitivo della subordinazione della politica all’esercito.

Così l’accordo è stato rifiutato dal Partito Umma e da alcuni membri delle Forze delle Libertà e del Cambiamento, dodici ministri contrariati si sono dimessi e la società civile è tornata a protestare. Domenica, prima del discorso dimissionario, le strade di Khartoum e di altre città si sono riempite di decine di migliaia di manifestanti, frenati dalle forze dell’ordine con gas lacrimogeni e proiettili. Il risultato è stato di diversi feriti e tre morti, che si sono andati ad aggiungere alle sei di giovedì scorso durante un’altra manifestazione.

L’Ufficio per i diritti umani delle Nazioni Uniti ha denunciato anche l’uso della violenza sessuale su donne e ragazze come arma per sopprimere la voce dei manifestanti. Poiché l’accordo del 21 novembre era stato firmato per “evitare ulteriori spargimenti di sangue”, le dimissioni del primo ministro Hamdok sono state un atto forzato, viste le continue morti civili. Per domani è attesa una nuova manifestazione e l’allerta per i possibili scontri è alta. Forse, ragiona Tramballi, “la soluzione per evitare lo scontro fisico nelle piazze, posto che ci sia la volontà di evitarlo, poteva essere quella di scegliere allora un politico, più che un tecnico. La questione d’altronde è puramente politica e ci vorrebbe un mediatore in grado di prendere in mano la situazione” e che possa portare le parti a collaborare.

Malgrado tutto, quello di Hamdo non è stato un lavoro totalmente inutile. Con lui il Sudan ha compiuto alcuni passi in avanti soprattutto in termini di libertà, con la storica decisione dello scorso anno di abolire la legge sull’apostasia, vietare la fustigazione e le mutilazioni genitali sulle donne e permettere ai non musulmani di consumare alcolici, misure che facevano parte dell’eredità del regime di Omar Hasan Ahmad al Bashir. Il Sudan venne anche depennato dalla lista degli Stati Uniti dei Paesi che favoriscono il terrorismo. Insomma, per non essere un uomo delle istituzioni “è meritevole del fatto che abbia cercato fino alla fine di far uscire il Paese da questa situazione”, dice Tramballi. A questo sforzo però non si è mai accompagnato un processo democratico serio e c’è, tra gli analisti, chi sostiene che non si sia mai realmente voluto attuare. La paura dei militari di perdere il potere mischiata alla preoccupazione della società civile che ne possano avere fin troppo, d’altronde, allontana le possibilità di una ripresa dei dialoghi.

Nel frattempo, la comunità internazionale assiste preoccupata. Dagli Stati Uniti arriva il richiamo ai leader sudanesi a “mettere da parte le divergenze” in modo tale da “trovare consenso e garantire il mantenimento del governo civile”. A Washington si augurano come chi prenderà il posto di Hamdok possa “raggiungere gli obiettivi di libertà, pace e giustizia”, mentre per il momento chiedono l’immediata cessazione della violenza contro i cittadini. Tuttavia il futuro del Sudan sembra essere lontano dai radar di Usa e Ue, che “possono anche lamentarsi ma nel frattempo non hanno mosso un dito”, afferma Tramballi. “Fanno comunicati di protesta e finisce lì”.

Gli attori interessati dalle conseguenze delle dimissioni di Hamdok sono altri, quelli che agiscono direttamente sul territorio e che concretamente contribuiscono alle necessità dei sudanesi. “I militari erano sponsorizzati da sauditi e Emirati nel colpo di Stato di fine ottobre. Lo hanno fatto perché hanno avuto il lasciapassare dal fronte che ha agito anche in Tunisia, Libia e Iraq”. Senza dimenticare di Israele. Negli accordi di Abramo firmati ad agosto 2020 da Emirati Arabi Uniti, Stati Uniti e, appunto, Israele, il ruolo del Sudan è stato di grande aiuto per Gerusalemme. Per questo è importante che restino al potere: anche se il Sudan “ha un peso minore rispetto agli altri Paesi dell’aerea, rientra tra quelli del mondo arabo che ha riconosciuto Israele”.

Laddove non si muove l’Occidente, poi, si muove la Russia, l’altra protagonista che potrebbe entrare in scesa. Il ritiro statunitense dai territori, spiega Tramballi, “non si riferisce solo a quello fisico ma anche a quello degli interessi, della capacità di saper influenzare, porre sanzioni, farsi rispettare”. Il cambio di direzione americano, rivolto solo verso le guerre utili all’interesse nazionale, lascia quindi intendere come il destino del Sudan non sarà una priorità per l’amministrazione Biden e Mosca ne può approfittare. “Deve però stare attenta”, avverte. “La Russia è certamente una potenza, ma tolte armi e gas non è alla pari con le altre, che crescono più velocemente. Ad esempio, non ha i mezzi della Cina né in termini di industria manifatturiera né in termini di capacità nel garantire uno sviluppo a un Paese”. A questo poi si deve aggiungere la necessità per Vladimir Putin di “dover garantire una stabilità nell’area tra amici israeliani e iracheni”. Insomma, la situazione è complessa e schierarsi con una delle due fazioni sudanesi potrebbe far compiere a Mosca un passo falso, essendo già attiva nella regione. Per la Cina, invece, “non se parla fino a quando l’area non sarà più sicura”.

Dal confronto tra le parti passerà molto del futuro sudanese: le esigenze della società civile e dei militari dovranno trovare un punto d’unione che permetta di lasciare da parte i rancori, mai abbandonati durante i due anni del governo del primo ministro Hamdok. Da lui è arrivato l’invito, rivolti a tutti, a concordare una “carta nazionale” per “disegnare una tabella di marcia” e permettere al Sudan finalmente di ripartire. Da parte sua, nel suo ultimo discorso alla nazione ricorda a tutti di come ci abbia provato durante questo periodo a trovare delle soluzioni. “Delle volte ho fatto bene, mentre altre”, ammette, “ho fallito” e perciò ha deciso di farsi da parte.

KHARTOUM, SUDAN - DECEMBER 6: Sudanese protest against a political deal struck between Chairman of the Transitional Sovereignty Council, Abdel Fattah al-Burhan and Prime Minister of Sudan, Abdalla Hamdok in Khartoum, Sudan on December 6, 2021. (Photo by Mahmoud Hjaj/Anadolu Agency via Getty Images) (Photo: Anadolu Agency via Getty Images)
KHARTOUM, SUDAN - DECEMBER 6: Sudanese protest against a political deal struck between Chairman of the Transitional Sovereignty Council, Abdel Fattah al-Burhan and Prime Minister of Sudan, Abdalla Hamdok in Khartoum, Sudan on December 6, 2021. (Photo by Mahmoud Hjaj/Anadolu Agency via Getty Images) (Photo: Anadolu Agency via Getty Images)

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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