Il sudoku delle elezioni anticipate

Serenella Ronda

Prescrizione e Mes rischiano di mettere a dura prova la tenuta del governo. Almeno questo è lo scenario che sembra delinearsi in queste ore alla luce dell'escalation dei toni tra alleati, con ultimatum e aut aut reciproci e la minaccia di voto anticipato che torna ad essere ventilata a turno da Pd, M5s e Italia viva. Sebbene poi, sempre a turno, venga assicurato che nessuno intende mettere la parola fine al Conte II. Chi nella crisi ci spera, e incalza l'esecutivo con il tentativo di far deflagrare la maggioranza, è Matteo Salvini, che punta alle elezioni di fine gennaio in Emilia Romagna per dare la 'spallata' finale.

Proprio gennaio, in un intreccio di date da segnare in rosso, sarà il mese che più potrebbe incidere sul destino del governo giallorosso. Dal primo giorno del 2020 entrerà in vigore la riforma della prescrizione, con lo stop alla sua decorrenza dopo il primo grado di giudizio. Il 12 gennaio scadono i tre mesi di tempo prescritti dalla Costituzione per chiedere il referendum sul taglio dei parlamentari. Il 15 gennaio la Consulta dovrebbe pronunciarsi sul referendum leghista per l'abolizione della quota proporzionale dell'attuale legge elettorale.

C'è di mezzo il taglio dei parlamentari

Il 26 i cittadini di Emilia Romagna e Calabria saranno chiamati alle urne. Sono alcune delle 'scadenze' che, appunto, potrebbero avere ricadute negative sul governo. E data per scontata la non prosecuzione della legislatura in caso di crisi - ipotesi che praticamente tutte le forze politiche, sia di maggioranza che di opposizione, si sentono di avallare - l'interrogativo principale è se si tornerà a votare eleggendo 945 parlamentari o solo 600.

Tutto dipenderà, appunto, dal referendum e da quanto le forze politiche vogliano tentare l'azzardo di un Parlamento 'corposo' ma 'delegittimato' - da una riforma approvata ma che non verrebbe 'utilizzata' - e che, tra l'altro, si troverà a dover eleggere il nuovo Capo dello Stato. Al momento nessuno dei promotori ha annunciato di aver raggiunto le firme necessarie: la raccolta avviata al Senato è vicina al traguardo, mancano circa una quindicina di sottoscrizioni. Ma l'esito delle diverse raccolte di firme dipende molto da quanto è alto o meno l'interesse dei vari partiti a rinunciare a una buona fetta di deputati e senatori. O, piuttosto, tentare il blitz e tornare al voto senza che la riforma sia in vigore.

Altra variante, da considerare, è appunto la data di possibili nuove elezioni politiche. E qui entra in gioco il calendario: se si dovesse svolgere la consultazione popolare, infatti, le elezioni non potrebbero esserci prima di maggio se non dopo l'estate. Ma anche se non si dovesse procedere con la consultazione popolare, la riforma per entrare in vigore avrebbe bisogno di almeno due mesi, necessari per ridisegnare i collegi, quindi urne non prima della tarda primavera.

Quale legge elettorale?

Ma con quale legge elettorale? Altro elemento da tenere in considerazione, infatti, è il referendum leghista sul maggioritario: la Consulta dovrebbe pronunciarsi il 15 gennaio. Se darà il via libera, sarebbe difficile un ritorno alle urne per scegliere il nuovo Parlamento con una legge elettorale 'sub iudice' della volontà popolare. E qui entra in gioco la carta riforma del sistema di voto, su cui si sta confrontando la maggioranza, con l'intento di chiudere su un modello entro dicembre (ma i tempi potrebbero slittare a gennaio).

Incastri di date a parte, e mese di gennaio ancora da venire, il governo e la maggioranza si trovano ora a dover fronteggiare una questione spinosa ben più urgente: il voto in Aula di mercoledi' 11 dicembre sul Mes. La riforma del Trattato sul Meccanismo europeo di stabilità è stata già al centro di un duro scontro tra Pd e M5s, con Lega e FdI pronti alle barricate e il premier Giuseppe Conte che ha reso un'informativa in Parlamento - dove si è registrato il gelo con Luigi Di Maio - e che tornerà a parlarne mercoledì prossimo, quando svolgerà le comunicazioni in Aula sul Consiglio Ue del 12 e 13 dicembre.

È quella l'occasione in cui si testerà la tenuta della maggioranza: è infatti previsto il voto sulle risoluzioni (prima alla Camera e poi al Senato, dove i numeri sono più ristretti e potrebbe farsi sentire la fronda dei malpancisti M5s). Anche se i giallorossi stanno tentando di arrivare a un documento condiviso, l'accordo sembra essere ancora in alto mare. Tanto che Salvini ha già iniziato a sfregarsi le mani: sarà come il voto sulla Tav per la precedente maggioranza gialloverde, ovvero l'avvio della crisi, è la previsione leghista.

Prescrizione e Autonomie i fronti più caldi

Altro fronte caldo, anzi caldissimo, quello sulla prescrizione: la riforma Bonafede entrerà in vigore dal 1 gennaio, ma Pd e Italia viva non ci stanno senza garanzie sulla durata dei processi. I 5 stelle non hanno aperto alcuno spiraglio. Ed è di ieri l'escalation di accuse reciproche, ultimatum e minacce di voto anticipato. Altro fronte che potrebbe aprirsi è sull'Autonomia differenziata: lo schema di ddl è pronto, il ministro Boccia lo ha già illustrato nello scorso Cdm e vorrebbe portare il testo del provvedimento alla riunione del Cdm di oggi. Ma Iv, Leu e M5s frenano e chiedono un supplemento di riflessione. Per ora non si registrano scontri né toni ultimativi.

Anche il destino dell'ex Ilva, che ha già diviso la maggioranza sul tema dello scudo penale, rischia di riesplodere, con la trattativa con ArcelorMittal che non offre segnali distensivi e sulla quale incombe la spada di Damocle degli esuberi.

Non va dimenticato il fronte caldo della manovra: tensioni si registrano ancora su plastice sugar tax e la 'robin tax' sui concessionari pubblici. Sul decreto fiscale, che si voterà con la fiducia, resta aperto il nodo fondazioni. Infine, ma solo per una questione di calendario, le elezioni in Emilia e Calabria: una sconfitta del Pd, soprattutto nella storica regione rossa, segnerebbe una profonda crepa nell'alleanza di governo.