Il testimone del naufragio di Lampedusa con 60 bambini morti

·2 minuto per la lettura

AGI - "Abbiamo aspettato tanto per i soccorsi, sono intervenuti troppo tardi. Quando ho chiamato le autorità ho raccontato che ci avevano sparato contro, che imbarcavamo acqua, che due persone erano rimaste ferite".

Lo ha detto, davanti ai giudici della seconda sezione penale di Roma, Mohanad Jammo, medico anestesista e tra i pochi sopravvissuti nel naufragio avvenuto nell'ottobre del 2013 al largo di Lampedusa in cui morirono 268 persone tra cui 60 bambini.

L'uomo è stato sentito in videoconferenza nell'ambito del processo che vede imputati l'allora responsabile della sala operativa della Guardia Costiera, Leopoldo Manna, e il comandante della sala operativa della Squadra navale della Marina, Luca Licciardi

"Con il telefono satellitare del capitano ho chiamato i soccorsi - ha ricordato il medico -. Prima di partire mi ero segnato i numeri della Guardia Costiera italiana e della Croce Rossa. Ho detto con tutta la mia forza che eravamo in pericolo e di fare presto, che c'era più di mezzo metro di acqua sull'imbarcazione.

L'acqua penetrava perché siamo stati attaccati da una imbarcazione con a bordo una banda armata che ha tentato, sparandoci contro, di riportarci sulle coste libiche".

E ancora: "Ho contattato varie volte le autorità italiane a cui ho dato la nostra posizione ma loro mi hanno suggerito di contattare quelle maltesi essendo noi, a loro dire, più vicini a Malta.

Dal canto loro, le autorità maltesi ci hanno detto che eravamo più vicini all'Italia e di contattare le autorità italiane. La situazione stava precipitando: l'imbarcazione si è, poi, ribaltata e dopo oltre un'ora dall'affondamento sono arrivati i soccorsi, ma oramai era troppo tardi". 

"In quel naufragio ho perso i miei due figli maschi di 5 anni e 9 mesi. I loro corpi non stati trovati - ha aggiunto Jammo - Siamo sopravvissuti solo io, mia moglie e mia figlia. Quando l'imbarcazione si è ribaltata ho visto tanti corpi di bambini e ragazzini galleggiare e tante mani in alto in segno di auto, un cosa dell'altro mondo".

"A bordo di quella imbarcazione eravamo circa 300-400 persone, non posso dire il numero preciso - ha spiegato davanti ai giudici della seconda sezione, -. Lo spazio a disposizione era poco, c'erano pochi giubbotti di salvataggio, una donna ha anche partorito.

A noi siriani tutti hanno le porte in faccia, arrivare in Europa via mare era l'unica strada".