Il Timoniere Xi e i suoi "Comandamenti" per la Cina del futuro

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Chinese President Xi Jinping is seen on screen near the slogan
Chinese President Xi Jinping is seen on screen near the slogan

“La nave del ringiovanimento della nazione cinese ha il suo Timoniere”. Lo ha dichiarato oggi in una conferenza stampa un eminente funzionario del Partito Comunista Cinese (Pcc), riferendosi a Xi Jinping, segretario generale e presidente del Paese, utilizzando un titolo tradizionalmente riservato a Mao Zedong. Le parole hanno un peso, e in Cina più che altrove, lo abbiamo scritto spesso, per questo motivo attribuire al già potentissimo e ormai quasi “eterno” (dopo la riconferma del Plenum del Partito ieri in vista di uno scontato, e inedito, terzo mandato e forse di una presidenza a vita) leader cinese non è cosa da poco. Il titolo “timoniere” (o “Grande Timoniere”) e i riferimenti a “guidare il timone” erano stati finora usati solo per riferirsi a Mao durante il suo mandato, in particolare a partire dal 1966, quando iniziò la Rivoluzione Culturale. In tempi recenti la roboante “qualifica” non era mai stata attribuita a nessun altro leader, neppure durante i mandati di Jiang Zemin (1993-2003) e di Hu Jintao (2003-2013), i quali del resto promuovevano uno stile di leadership più collettivo, a differenza dell’esaltazione della personalità che si viene ormai a consolidare attorno alla figura di Xi.

“Grazie alla posizione centrale di Xi, il Partito ha il decisore e il popolo il suo punto d’appoggio”, ha dichiarato Jiang Jinquan, direttore dell’Ufficio investigativo del Comitato centrale del PCC, in un incontro con i media questa mattina a Pechino, dopo la “Risoluzione storica” ​​approvata appunto ieri dal Plenum, che ha rafforzato ulteriormente il leader cinese. Jiang ha spiegato anche che “il pensiero di Xi sul socialismo con caratteristiche cinesi per la nuova era” guiderà il Partito “nella giusta direzione” nonostante “la complessità della situazione” e dati i “cambiamenti senza precedenti in atto nel Mondo”.

Ma questa rappresentazione “plastica” e quasi “elegiaca” dei successi di Xi va oltre la sua leadership politica e si estende al fronte ideologico, presentandolo - così come è stato presentato nei comunicati ufficiali - come l’architetto di una serie di “teorie e strategie originali” che ispireranno il partito per continuare il suo governo e la sua missione volta a costruire una Cina socialista. Promosso “Timoniere” - alla pari con l’immortale per eccellenza del Partito Comunista Cinese, Mao, appunto - dopo il trionfo e la consacrazione da parte del Plenum, Xi Jinping ora dovrà sempre di più spingere la Cina sulla strada dei suoi tre “comandamenti”: Lotta alla corruzione, ringiovanimento, una sola Cina. E per quanto riguarda l’ultimo punto, con una mossa insolita, Hong Kong è stata menzionata nel comunicato ufficiale del Plenum, che afferma che il partito è riuscito a “promuovere il grande passaggio dal caos al governo” nell’ex colonia britannica, imponendo una serie di misure che hanno assicurato che Hong Kong e Macao siano governate da “patrioti”. Ancor più per quanto riguarda il nodo irrisolto di Taiwan, per cui si legge che “il partito si è opposto fermamente al separatismo di Taiwan e all’intervento straniero e ha preso in mano fermamente la gestione delle relazioni attraverso lo Stretto”.

Le sfide aperte che Xi dovrà affrontare, una volta passata l’ubriacatura di retorica celebrativa comunista, restano tante, a partire da quella demografica. Decenni di politica del figlio unico hanno reso il quadro demografico del paese estremamente squilibrato, mettendo seriamente in crisi le risorse per il mantenimento del welfare e dei livelli di produzione. E a nulla sono servite, finora, le aperture del governo, volute da Xi, fino alla recente concessione della libertà di avere fino a tre figli: I cinesi hanno risposto unanimi: grazie, ma avere tanti figli costa troppo, non ce lo possiamo permettere. A peggiorare la situazione dell’incertezza economica sul futuro per milioni e milioni di famiglie cinesi – anche di quelle appartenenti alla “privilegiata” classe media urbana (rispetto ai basi redditi che tutt’ora persistono nelle sterminate campagne cinesi), sta il fatto che oltre 200 milioni di persone sono attualmente impiegate nel settore della gig economy, che in Cina come altrove non è propriamente sinonimo di stabilità e di condizioni di lavoro sicure.

Xi deve poi affrontare un altro enorme problema, l’indebitamento. L’esposizione del settore privato cinese, tra ottobre e dicembre, è risultato del 160 per cento più alta rispetto allo stesso trimestre del 2012, ed è ormai pari, secondo le stime di Nikkei Asia, a 2,2 volte il Pil del Dragone. Il problema – noto in Cina da anni, se non da decenni, ma sempre volutamente sottovalutato o forse “nascosto sotto il tappeto” dal governo - è esploso in tutta la sua drammaticità con il recente crack del colosso immobiliare Evergrande il quale, da solo, con i suoi 266 miliardi di euro di debiti, è attualmente l’impresa del settore più indebitata al mondo. Xi ha deciso da qualche tempo di affrontare la questione con pugno di ferro, agendo su diversi fronti: imponendo una dura serie di discipline regolatorie; varando nuove, draconiane, regole sulla gestione dei dati e sul rispetto della concorrenza e infine con una forte stretta sull’economia privata e sugli stessi super-patrimoni, che si erano gonfiati a dismisura all’ombra benevola del Partito. La pressione esercitata su un personaggio come Jack Ma di Alibaba, dal forte impatto mediatico internazionale, dimostra che Xi intende imporre in modo inflessibile e senza guardare in faccia nessuno – se necessario – nuove regole, alla ricerca di nuovi equilibri. Di fronte a un quadro che non è esattamente tutto positivo.

Il mega progetto per la Nuova Via della Seta – la Belt and Road Initiative – non è stato poi tutto rose e fiori per il “timoniere”. Se infatti ha innegabilmente contribuito ad aumentare la centralità geopolitica di Pechino in Asia centrale (vedi il recente caso dell’Afghanistan) e anche nella stessa Europa, i problemi e le critiche non sono mancati. Non ultimo l’allarme che la Nuova Via della Seta cinese rappresenti una comoda ed allettante porta d’ingresso per la criminalità organizzata cinese in Europa (Italia compresa), che quando sente l’odore di grandi quantità di danaro non esita a muoversi per cercare di infiltrarsi, allo steso modo in cui agiscono le nostre Mafie nostrane.

Un quadro che disturba non poco il quadretto elegiaco costruito intorno a Super-Xi in questi giorni, insomma. E che la Cina di Xi si senta in qualche modo sotto attacco da più fronti – da parte degli USA, e non solo – lo dimostra l’attivismo quasi frenetico sul fronte militare. In questi nove anni di “regno” di Xi, la Cina ha incrementato enormemente il suo bilancio per la difesa, diventando una potenza bellica di primo piano. Con una particolare attenzione al mare – il varo delle due nuove portaerei e la terza in costruzione – e ai missili il cui arsenale è cresciuto del 70 per cento rispetto al 2020. Del resto il timoniere Xi sa bene che il palcoscenico dello scontro - potenzialmente anche militare - con gli odiati americani e con i loro alleati in Asia, sarà sempre di più quella vasta area del Mar Cinese meridionale, dove Pechino ha allungato da tempo le sue vaste pretese territoriale e dove la ribelle isola di Taiwan fa da catalizzatore di tutte le tensioni.

Sfide incredibili, scommesse dalla posta altissima e dal risultato per nulla scontato, anche per un “supereroe” del “socialismo con caratteristiche cinesi” come Xi Jinping, con buona pace della recente orgia celebrativa imposta dall’efficiente macchina propagandistica del Partito. E non sono in pochi a pensare che tutta questa fortissima accelerazione verso un culto della personalità che in Cina non esisteva più dai tempi di Mao, questa sperticata personalizzazione del potere politico, attraverso l’esaltazione dell’Uomo solo al comando della Nazione vada vista, in realtà, come un segno di debolezza. Un segnale che la Cina di Xi, fin qui lanciata a gran velocità nella gara per la leadership globale, non sia alla fine così sicura di riuscire a mantenere saldo per sempre il piede sull’acceleratore.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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