Il vaccino e le icone del contemporaneo: nei Palazzi di Kiefer

Red
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Image from askanews web site
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Milano, 24 apr. (askanews) - Ci sono luoghi che hanno una forza, una frequenza direbbe qualcuno, più intensa. Ci sono luoghi che si imprimono nell'immaginario con la stessa urgenza di persuasione che genera poi la mitologia. Luoghi che segnano un prima e un dopo, rispetto alla loro esistenza o all'incontro di un osservatore con essi. Luoghi che esprimono, nella loro densità occulta, il senso di una molteplicità, come una sineddoche che attraverso un oggetto sussume un tutto.

I Sette Palazzi Celesti di Anselm Kiefer, opera monumentale ospitata (e poi rinnovata) dal 2004 in Pirelli HangarBicocca a Milano, nella loro poderosa precarietà hanno rappresentato a lungo (probabilmente con una evidenza che trova una eco paragonabile nel Grande Cretto di Alberto Burri a Gibellina e forse in nessun altro luogo-sito) l'immagine del contemporaneo in Italia. Sia Kiefer sia Burri (ma per lui si parla di Land Art, quindi c'è una sfumatura ancora diversa) offrono una visione artistica che si accorda con la tradizione italiana, del paesaggio, della luce, dell'architettura; una postura che risuona ancora più forte nella propria consonante dissonanza rispetto a una Storia che, ci si consenta di dire probabilmente troppo spesso, è stata usata per togliere aria alla ricerca del presente, oppure semplicemente con il proprio peso specifico si è rivelata difficile da sovvertire per gli stessi artisti. Ma poi accade. E quando accade si arriva a creare quello che Gabriele Guercio, nel catalogo dei Sette Palazzi ha chiamato il "numinoso", ossia l'esperienza non razionale "di una presenza invisibile, maestosa, potente, che incute timore e spavento, ma nel contempo affascina". Insomma un'esperienza che si muove, e viene in mente René Girard, sul territorio del "sacro", che quasi sempre porta con sé un elemento di violenza. E restando sul terreno della filosofia, a proposito di Anselm Kiefer, è Massimo Cacciari a scrivere che "nessun 'gesto' decisivo si è manifestato nella storia, che non assumesse, intrinsecamente, una dimensione mitica".

I Sette Palazzi Celesti sono questa mitologia, che rimanda alla Cabala e all'ebraismo, ma che per il pubblico possono rappresentare tanto uno scenario proveniente da un mondo alieno (una superficie "lunare"), quanto una rilettura, e Kiefer ovviamente porta dentro di sé e dentro il proprio lavoro quella fetta di Storia, della Germania del Dopoguerra, un pianeta di macerie e distruzione che le torri, nella loro impossibile geometria solida, tornano disperatamente a illuminare. Marcando una lezione di contemporaneità profonda, irriducibile, eroica (spurgando l'aggettivo da ogni ambizione di retorica). I Palazzi sono un'icona. Complessa, stratificata, reticente, misteriosa, a volte banalizzata, ma sempre icona di un tempo che è e non è il nostro. Che ci appartiene mentre ci sfugge. Che è l'unico modo per possedere veramente qualcosa, ossia non possedendola del tutto.

Ora, nel tempo della pandemia, le torri di HangarBicocca - dopo avere visto sotto di loro eventi, convention e altri strani accadimenti umani - si apprestano a ospitare un hub vaccinale per il Covid-19. Ancora una volta la storia arriva a soffiare tra i Palazzi, in modo drammatico, ma venato di speranza. Ancora una volta il contemporaneo dello spazio della Pirelli si apre (il motto del museo è "Art to the People") e questa volta lo fa per una platea di "pubblico" che esce definitivamente dal proprio bacino tradizionale, per quanto allargato. Lo fa, in un certo senso, senza rete, offrendo le torri con la semplicità di tutto il loro mistero, acuito poi dall'intensità del momento e del "gesto" - ancora Cacciari - rappresentato dalla vaccinazione, come evento sanitario e metaforico. Ci sono, naturalmente, altri musei che hanno aperto i propri spazi durante l'emergenza, in alcuni casi ci sono stati anche ospedali allestiti dove una volta c'erano le mostre. Ma, probabilmente in nessun altro caso, l'conicità e la potenza laicamente sacrale del contemporaneo può agire così intensamente sulla cronaca del presente. Offrendoci anche un'immagine di come l'arte possa essere non solo un monito o una mitologia, ma anche un passaggio di guarigione. Perché, come dice l'artista americano Theaster Gates, spesso l'arte è fatta da quelle macerie che restano sul terreno dopo essersi confrontati e avere lottato con i propri fantasmi. Personali, storici e in questo caso perfino pandemici.

(di Leonardo Merlini)