Il viaggio di Ulisse e il fuoco di Dante

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Roma, 7 set. (askanews) – “Chi è ‘n quel foco che vien sì diviso di sopra, che par surger de la pira dov’Eteòcle col fratel fu miso?”. Rispuose a me: “Là dentro si martira Ulisse e Diomede, e così insieme a la vendetta vanno come a l’ira; e dentro da la lor fiamma si geme l’agguato del caval che fé la porta onde uscì de Romani il gentil seme”.

(Canto XXVI dell’Inferno).

Ulisse è uno dei personaggi più famosi della mitologia greca. Omero narra le sue vicende nell’Iliade e nell’Odissea, con il suo lungo viaggio pieno di avventure e insidie, prove di coraggio e intelligenza. Un viaggio dal quale Ulisse non vuole tornare. Non basta l’amore per la moglie Penelope e per il figlio, né la pietà per il padre che lo aspetta.

Dante nella Commedia lo colloca tra i consiglieri fraudolenti dell’VIII Bolgia dell’VIII Cerchio dell’Inferno, dedicandogli buona parte del Canto XXVI. E’ avvolto da una doppia fiamma con l’amico Diomede. Colpevoli – come dice Virgilio – di aver smascherato Achille a Sciro, del furto del Palladio e di aver escogitato l’inganno del cavallo di Troia, che porterà Ilio alla caduta e alla distruzione, tra le fiamme.

“Ulisse – spiega Sonia Gentili, professoressa di Letteratura all’Università La Sapienza di Roma, scrittrice e dantista – è uno dei personaggi danteschi più affascinanti e più misteriosi. Sono stata molto incuriosita da uno dei maggiori elementi di mistero che caratterizzano Ulisse, che è il fuoco, il fuoco nel quale Ulisse è punito nella Commedia insieme a Diomede. Dante ci dice che Ulisse e Diomede sono in una doppia fiamma simile a quella che bruciò i cadaveri di Eteocle e Polinice, i figli di Edipo. Ma Eteocle e Polinice si odiavano – prosegue Sonia Gentili – due fratelli divenuti nemici e dunque la divisione del fuoco che bruciava i cadaveri di Eteocle e Polinice era il sintomo della loro inimicizia mentre Ulisse e Diomede sono amici per la pelle”.

“Da dove viene questa invenzione dantesca – spiega ancora la prof. Gentili – naturalmente non bisogna eccedere nella ricerca delle fonti, è ben possibile che Dante abbia totalmente inventato. Ma qui in questo caso c’è una bella avventura testuale. L’Iliade, è il grande libro dell’ira e della distruzione – siamo nel decimo libro – i greci devono andare a spiare i troiani per risolvere le sorti della guerra che sta andando piuttosto male per loro. Diomede si offre per andare a spiare il campo troiano ma vuole un compagno. I greci gli chiedono chi vuoi con te, e Diomede risponde: voglio Ulisse perché è talmente intelligente che insieme ci tireremo fuori persino da un fuoco ardente. Ecco il fuoco che costituisce la grande sfida ai fati che attraverso la loro fiducia nell’ingegno e nella cooperazione, nelle risorse umane, Ulisse e Diomede indirizzano ai fati, al mondo esterno e che appunto nella Commedia diviene il luogo della loro punizione”.

Nell’Inferno dantesco l’amicizia tra Ulisse e i suoi compagni ha un esito peccaminoso e distruttivo perché sfida le leggi divine. Diomede scommette che l’intelligenza di Ulisse, unita al suo coraggio, potrebbe tirarli fuori persino da un fuoco ardente. E’ ybris, la presunzione che porta gli uomini a credere solo nelle proprie facoltà. La presunzione condannata nell’Inferno di Dante e nel contrappasso i due amici che credettero di poter sfidare il fuoco sono condannati a bruciare nel fuoco dell’eterna distruzione reciproca, come i nemici giurati Eteocle e Polinice.

“Ma per interpretare correttamente questo contrappasso – spiega Sonia Gentili, professoressa di Letteratura all’Università La Sapienza di Roma, scrittrice e dantista – per non immaginare che ci sia una sorta di giudizio morale dantesco sull’Ulisse qui rappresentato bisogna rivolgersi al testo che ha mediato la conoscenza di questo blocco dell’Iliade in Dante, che è l’Etica Nicomachea di Aristotele, il testo dal quale Dante trae la struttura morale, per sua stessa affermazione, della Commedia e dell’Inferno in particolare”.

“La navigazione di Ulisse fra Scilla e Cariddi dice Aristotele nel secondo libro dell’Etica Nicomachea – prosegue la dantista – è l’immagine che meglio esprime l’incertezza dell’avventura umana nella realizzazione del giusto mezzo virtuoso. Questa incertezza radicale, questo percorso dell’uomo che fida sui propri mezzi e sulle proprie capacità intellettuali e morali senza altro aiuto, è l’immagine dell’uomo greco, dell’Ulisse eroe che non ha conosciuto il Dio cristiano, che Dante vuole trasmetterci con la Commedia. Nella sua navigazione Ulisse perisce, trova soltanto nel mondo la natura, e la propria solitudine perché il Dio cristiano non l’ha mai conosciuto”.

Ulisse – narra nella Commedia – non vuole abbandonare il suo viaggio. Arrivato con la sua nave allo stretto di Gibilterra, limite delle terre conosciute, convince i compagni a oltrepassare le colonne d’Ercole. Un folle volo nell’emisfero australe, completamente invaso dalle acque, durato circa cinque mesi. Poi la nave arriva in vista del monte del Purgatorio. E qui si leva una terribile tempesta.

Tre volte il fé girar con tutte l’acque; a la quarta levar la poppa in suso e la prora ire in giù, com’altrui piacque, infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso. (Canto XXVI dell’Inferno)

Progetto a cura di: Serena Sartini e Giovanna Turpini, con la voce di Pino Insegno

Con la collaborazione di Leonardo Merlini e Marco Bazzichi

Montaggio di: Carlo Molinari

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