Il viaggio ecumenico di Conte inciampa su Orban

Pietro Salvatori
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Viktor Orban chiude così il passaggio del suo intervento su immigrazione e lotta alle elite: “Da noi in Ungheria si dice così: fidati di Dio, e tieni asciutta la polvere da sparo”. Folla in tripudio. È una strana giornata quella di Atreju. Alla festa di Fratelli d’Italia approdano prima gli eleganti bizantinismi lessicali di Giuseppe Conte e poi le cannonate verbali del premier ungherese. “È la prima volta che abbiamo un capo di governo straniero qui fra noi - dice Giorgia Meloni - la prima con due presidenti nella stessa giornata”. La storia non doveva essere questa. C’è un momento in cui il frame della politica scarta di lato, e rovescia la percezione delle cose. Gli organizzatori avevano invitato la guida del governo sovranista, e il leader dell’internazionale sovranista al gran party dei sovranisti italiani. La crisi di governo ha ribaltato il tavolo.

Così Conte è stato accolto con cortesia e tanta freddezza da un popolo di destra che gli era contiguo appena due mesi fa e oggi gli è lontano anni luce. Certo mai l’avvocato del popolo italiano aveva condiviso la linea salviniana di appiattimento su Visegrad, ma l’aveva apertamente appoggiata. Eppur raramente l’aveva sfidata. “Orban parla facile perché ha solo confini di terra. Chiedetegli quando lo vedrete cosa farebbe al nostro posto”, provoca la platea di Giorgia Meloni ricevendo in cambio l’urlo “Blocco navale!”. Il primo ministro ungherese non è tipo da lasciar cadere la sfida. “Ho sentito che Conte mi chiede perché non aiutiamo l’Italia?”. Sorride al pubblico. “Noi siamo pronti, ma non vogliamo migranti in Ungheria. Siamo pronti ad aiutarvi a difendere i vostri confini e a rimandarli indietro”.

La sala ribolle. Un signore, forse finito lì per caso, scuote la testa: “Sembra di essere in una puntata del Trono di spade”. Quando Orban cita la canzone “Avanti ragazzi di Budapest”, inno sulla rivoluzione antisovietica del ’56 e diventato negli anni...

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