Il villaggio di sole donne in Siria, per ripartire dopo la guerra

Donne che manifestano per la Siria (foto: Getty Images)

La guerra in Siria è una ferita fresca in molti territori del paese, mentre si combatte ancora in altre zone. Sono sempre meno, oggi, i colpi di mortaio e i proiettili in un conflitto che secondo le peggiori stime ha fatto oltre 500mila vittime.

Nel nord della Siria c’è un villaggio che sta faticosamente risollevandosi dalle ceneri. Si chiama Jinwar, come riportano i giornalisti del quotidiano britannico The Independent, ed è occupato e gestito solamente da donne. All’ingresso il guardiano è una signora di 69 anni con il fucile, e all’interno ogni cittadina ha il suo ruolo.

Jinwar è stata fondata due anni fa e oggi riesce ad autogestirsi discretamente. Agricoltura di sussistenza e rifornimenti d’acqua sono assicurati, come anche il lavoro: le case sono da rifare, i bambini sono da crescere, le attività commerciali sono da perfezionare.

Zainab Gavary, 28 anni, spiega: “Non c’è bisogno degli uomini qui, le nostre vite sono buone. Questo posto è solo per le donne che vogliono stare in piedi da sole. Viviamo libere dalle oppressive strutture del patriarcato e del capitalismo“. La città è stata costruita nel nord della Siria non per caso: qui fino a poco tempo fa c’era l’ISIS, che sopprimeva ogni tentativo di rivendicare un diritto da parte delle donne.

In particolare l’ISIS aveva ancor più crudeltà con le donne curde. E sono proprio loro ad aver messo in piedi Jinwar, sognando la libertà. Si sono viste tante volte, in foto, donne curde andare in guerra contro l’ISIS, ma la società non aveva mai sperimentato un villaggio esclusivamente al femminile.

Continua Zainab: “Mia madre non voleva che venissi qui, ma alla fine non mi ha convinto. Ho cresciuto mio figlio da sola per dieci anni dopo la morte di mio marito, ho sofferto tanto. Ma senza donne non esiste la libertà. Finché le donne non potranno studiare e avere uguali diritti agli uomini, non ci sarà nessuna libertà“.

Al villaggio arrivano costantemente donne in fuga dal terrore. Sono spesso rifugiate che nella guerra hanno perso tutto, dalla casa alla famiglia. Amira Muhammad, 33 anni, è una di queste: “Sono arrivata qui perché ho cinque figli e non ho soldi né una casa dove vivere. Qui però posso farli andare a scuola, e tutti si fanno in quattro per dare loro da mangiare. Un posto bello, davvero, per tutti noi. Coltiviamo le nostre cose, piantiamo alberi. Ci teniamo un po’ di raccolto e il resto lo vendiamo, in modo da pagare le spese“.

Il villaggio è studiato per essere eco-sostenibile. Nessun pomposo progetto, solo intelligenza. Il cibo raccolto viene immagazzinato e cucinato per tutta la comunità, con pasti tutti insieme. Ci sono maestre. Chi sa fare un mestiere, lo offre a tutti. E i visitatori aumentano di giorno in giorno. Alcune ammettono che la vita a Jinwar può essere noiosa, ma ciò va in secondo piano. E per vivere lì, in una libertà forse mai vissuta prima, alcune donne hanno divorziato.

Resta solo da capire cosa succederà ai figli maschi quando cresceranno. Una cosa è certa: le donne del villaggio faranno in modo di insegnare loro il rispetto. E forse così questa ‘civiltà’ agli albori potrà prosperare.

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