Il virologo Pregliasco: "In Israele un film che sarà anche il nostro"

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A medic performs a COVID-19 coronavirus swab test on a child in a vehicle at a Home Front command drive-through coronavirus testing complex in Jerusalem on July 29, 2021. (Photo by MENAHEM KAHANA / AFP) (Photo by MENAHEM KAHANA/AFP via Getty Images) (Photo: MENAHEM KAHANA via Getty Images)
A medic performs a COVID-19 coronavirus swab test on a child in a vehicle at a Home Front command drive-through coronavirus testing complex in Jerusalem on July 29, 2021. (Photo by MENAHEM KAHANA / AFP) (Photo by MENAHEM KAHANA/AFP via Getty Images) (Photo: MENAHEM KAHANA via Getty Images)

In Israele, il Paese che tutto il mondo ha ammirato per la sua fenomenale campagna vaccinale, la curva del contagio è tornata a salire in un modo che le autorità sanitarie definiscono preoccupante. Nelle ultime 24 ore sono stati registrati quasi 4.000 nuovi casi e 15 decessi - il bollettino peggiore da inizio marzo - con il tasso di positività rispetto al numero di test effettuati arrivato al 3,78%. Il numero dei malati è salito a 22.345, di cui 221 sono giudicati gravi. Il governo si prepara a introdurre nuove restrizioni, mentre accelera nella somministrazione della terza dose agli over 60. Il tutto in un Paese dove la copertura vaccinale è altissima per gli ultrasessantenni (90%) e molto alta fino alla fascia d’età 20-29 anni (70%), ma inevitabilmente più bassa per la fascia 12-19 anni (siamo attorno al 36%) e nulla per i bambini sotto ai 12 anni (un dato non trascurabile, se si pensa che il 27% della popolazione israeliana ha meno di 14 anni). Abbiamo chiesto a Fabrizio Pregliasco, virologo dell’Università degli Studi di Milano, di aiutarci a “leggere” la curva israeliana, provando a capire cosa suggerisce riguardo alla lunga lotta contro Covid-19.

Cosa ci dicono i dati che arrivano da Israele?

“Credo che Israele stia facendo scorrere un film che sarà anche il nostro: quello di una necessaria convivenza con un virus che rimane e rimarrà per alcuni anni in forma endemica e speriamo meno pesante. Nel film loro sono più avanti di noi perché, per motivi geopolitici, sono riusciti ad avere i vaccini prima. Hanno condotto una campagna vaccinale molto rapida ed efficace, sfruttando un sistema abituato alle emergenze. Questo ha comportato, come desiderio e speranza, la spinta a riaprire il prima possibile. Ma riaprire significa anche aumentare il numero dei contatti interpersonali - e dunque, purtroppo, con questo virus ancora in circolo, la possibilità di infezione. La corsa a riaprire - comprensibilissima dal punto di vista economico e politico - è stata finora sostenuta da una speranza liberatoria del vaccino che ora si scontra con una realtà molto più complessa”.

La comunità scientifica sta discutendo molto su un recente studio del ministero della Salute israeliano che parla di una riduzione importante dell’efficacia del vaccino Pfizer nella protezione dell’infezione. Quei dati però contrastano con un recente studio Pfizer da cui emerge una capacità protettiva ancora molto forte. Perché dati così contrastanti?

“Le ultime rilevazioni del ministero della Salute israeliano hanno dato risultati meno piacevoli rispetto a quelli dell’ultimo studio Pfizer: si parla di protezione dall’infezione del 39-41% . Io non credo però che i dati dei due studi siamo contrastanti. Parliamo di studi che si rifanno a tempistiche diverse e a diverse presenze della variante delta. I risultati di Pfizer – 88% di protezione dall’infezione, 97-98% di protezione da casi gravi e mortalità – sono in linea con la situazione fotografata dall’Istituto Superiore di Sanità, secondo cui il 99% dei morti da febbraio sono tutti non vaccinati o vaccinati con una singola dose. Il punto è che non abbiamo dati di durata effettiva della vaccinazione; non abbiamo nemmeno un parametro laboratoristico che ci dia un sicuro riferimento della capacità protettiva. E’ chiaro che il vaccino perde di efficacia nel tempo, questo vale per tutti i vaccini. Il dato ottenuto dai ricercatori israeliani è una valutazione in itinere. Credo che siano valori reali, da inserire però in un contesto evolutivo. Ricordandoci sempre che l’aspetto più importante resta l’efficacia clinica del vaccino, ovvero la sua capacità di evitare la malattia nelle sue forme più serie”.

Perché il virus continua a circolare così tanto malgrado la vaccinazione?

“Rimane un serbatoio di persone suscettibili che sono la combinazione di vari gruppi: chi non ha mai subito l’infezione, chi ha subito l’infezione in epoca relativamente remota, chi si è vaccinato diversi mesi fa e chi non si è vaccinato affatto. Questo insieme di persone creano un serbatoio dove il virus continua a girare. Qui si tratta di una convivenza con il virus, perché il vaccino, non essendo uno schermo al 100%, in qualche modo deve essere accompagnato da momenti di attenzione e utilizzo di quello che io chiamo un nuovo galateo (mascherine, distanziamento fisico, evitamento di situazioni a rischio). Negli Stati Uniti lo stanno facendo, vedremo cosa farà Boris Johnson nel Regno Unito: nessuno ha un manuale di gestione. A mio avviso, in termini prudenziali, ci conviene fare qualcosa che tenga conto, anche per l’Italia, di scenari di peggioramento nel prossimo futuro, mentre ci avviciniamo alla riapertura delle scuole e alla fine della bella stagione”.

Il caso Israele è indicativo anche della rilevanza del tema contagio e giovanissimi: è così?

“Assolutamente sì. Bambini e adolescenti sono un grande acceleratore della variante delta. Questa variante, purtroppo, ha una capacità di diffusione tra i giovani molto maggiore rispetto al virus precedente: l’uncino spike ha raffinato la sua abilità nell’agganciare i pochi recettori polmonari ACE2 dei giovani. Questo cambiamento riflette la perfidia e la continuità di diffusività di questo virus, in una parola la sua forza. Spero che presto la vaccinazione venga aperta anche ai bambini sotto i 12 anni, anche se dubito che potremmo contare – almeno da noi - su percentuali di adesione molto alte”.

In questo contesto, l’immunità di gregge sembra un miraggio…

“Attualmente è impossibile. L’immunità di gregge è un modello matematico in una situazione statica. Resta un obiettivo da raggiungere, per il quale darsi dei livelli ed essere rapidi. Nella teoria, l’obiettivo è l’azzeramento del contagio; nella real life, l’obiettivo è la riduzione consistente dell’incidenza”.

Continuare a vaccinare è fondamentale, ancora di più di fronte a questi dati. Ribadiamo il perché?

“E’ importantissimo perché solo così abbiamo un elemento protettivo che minimizza sia il rischio di malattia grave sia la quota di casi. E’ un contributo assolutamente importante, ancora di più alla luce di questi dati di realtà… Si tratta dell’unica arma che abbiamo, insieme al nuovo galateo, per spegnere la pandemia”.

Sarà questo il finale del film?

“Non credo che arriveremo a un azzeramento, a un momento in cui diremo: abbiamo sconfitto il virus. Credo che Covid si spegnerà e a un certo punto sarà tollerato il rischio. Prendiamo il caso dell’Hiv: nella giornata di oggi circa dieci persone in Italia contrarranno il virus Hiv, secondo la media attuale. Se ne parla poco e ci sono farmaci che permettono una qualità della vita discreta. Negli anni ’80 una diagnosi di sieropositività era una diagnosi di morte; oggi è una convivenza, e questo ha abbassato la percezione di rischio. Nel caso del Covid, siamo ancora lontani dal punto in cui la malattia non metterà paura ai nostri sistemi sanitari: se il contagio schizza, gli ospedali saranno di nuovo in difficoltà, proprio a causa di questo dualismo schizofrenico di un virus banale ma non troppo”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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