"Il web è un pericolo per il bambino che non si sente amato. Non è togliendo il cellulare che proteggiamo i nostri figli"

Linda Varlese
·Editor, HuffPost Italy
·8 minuto per la lettura
Tonioni (Photo: Hp)
Tonioni (Photo: Hp)

“Il problema non è internet, ma quanto un genitore o chi sta intorno ai bambini si è fatto sostituire come presenza affettiva dai tablet e dai telefonini”. Non ha dubbi Federico Tonioni, psichiatra e psicoterapeuta, direttore del Centro Pediatrico Interdipartimentale per la Psicopatologia da Web, presso la Fondazione Policlinico Gemelli di Roma. Esperto sul Gioco d’azzardo patologico, sulla Dipendenza da Internet e sulla prevenzione e le patologie correlate al Cyber-bullismo, commenta ad HuffPost i recenti fatti di cronaca che vedono i bambini vittime di challenge dagli esiti tragici, come avvenuto a Napoli dove un 11enne si è lanciato dal balcone di casa sua, togliendosi la vita. O di abusi e violenze psicologiche (e fisiche) causati da brutti incontri nelle chat.

Professore, come possiamo difendere i più piccoli dai pericoli del deep web?

Comincerei con il dire una cosa: si tratta di casi di ragazzi inseriti in un contesto di solitudine affettiva, perché nessun bambino sano ci casca. Prendiamo il caso del bambino che si è suicidato a Napoli: hanno detto di lui che era buono, bravo negli sport, un bambino quasi perfetto. Ma un bambino descritto in questo modo è innanzitutto un bambino che non può deludere le aspettative genitoriali. E per esperienza i bambini che sono sempre come mamma e papà si aspettano che siano, sono bimbi che hanno un difetto grave nell’identità, che non riescono ad essere se stessi. Di conseguenza fragili. E questo molto spesso esita in situazioni estreme e in gesti irrazionali e assurdi come quelli che leggiamo.

Quindi la responsabilità è solo nella famiglia?

Assolutamente no. Sia chiaro, è vero che ci sono giochi di cui faremmo a meno: le challenge non ci piacciono, le sfide al rialzo andrebbero vietate. Ma le assicuro che tutti ci giocano: la differenza la fa quanto un bambino sia o meno sano, quanto sia o meno sereno. Il bambino sano davanti ala richiesta del gesto estremo si mette a ridere, perché sa riconoscere e capire la differenza fra gioco e realtà. Chi cade nella trappola sono bambini con una bassissima stima di sé, che devono provare a superarsi.

Come possono i genitori evitare questo?

I bimbi alle elementari, alle medie, sempre hanno il sacrosanto diritto di deludere le nostre aspettative, altrimenti rischiano di essere solo il prodotto di come mamma e papà li hanno immaginati. Un bimbo che dice di no per la prima volta è un bimbo che ha già un abbozzo di identità. Un bimbo che dice una bugia è un bimbo che trasgredisce perché si fida dell’amore dei suoi genitori. Cosa c’è di più triste e drammatico di un bambino che non dice mai una bugia? Molti papà e mamma, lo dico con comprensione, al primo tentativo di contrasto del figlio, lo sopraffanno per evitare che diventi un “ribelle”.

Insomma, la soluzione non può essere semplicemente quella di impedire ai nostri figli di accedere a internet o limitarla a qualche minuto al giorno. Ma qualche responsabilità ce l’avrà anche la società...

Un’assurdità togliere il telefonino! Questa è una generazione che nasce digitalizzata. Certo che la società può fare qualcosa, ma sappiamo già che questo non accadrà. O non accadrà in tempi brevi: mentre io e lei parliamo, l’industria del gaming è l’unica che si muove e produce posti di lavoro, è diventata come l’industria del gas e del petrolio. Certo che andrebbe regolamentata, andrebbero stigmatizzati certi comportamenti, chiuse le challenge: ma ci abbiamo messo 10 anni per impedire la pubblicità sul gioco d’azzardo online (e le assicuro che è una vera tragedia, ho ragazzini di 16 anni che perdono anche 30mila euro al giorno alle scommesse online). Quindi una regolamentazione è auspicabile, ma la prevenzione deve essere fatta a diversi livelli: in famiglia e a scuola.

Partiamo dalla famiglia.

Se è un ragazzino è forte e sano e si sente amato, il web è un insieme di opportunità, se invece un ragazzino ha bassa stima di sé, è cresciuto da solo, ha dovuto sostituire la presenza genitoriale con il tablet in maniera serrata perché tutte le volte ha sentito che mamma e papà non si divertivano con lui, diventa un rischio. Impariamo a chiedere scusa. A cercare con loro il compromesso su ogni trattativa.

Cosa scatta nella mente di un bambino che accetta di sfidar se stesso su una challenge?

I bambini sanno perfettamente dove sono i rischi e lo imparano in un’età molto più precoce di quella che immaginiamo. Che cos’è la challenge? Sono tentativi di mantenere l’equilibrio, l’unico equilibrio possibile. Se parla con un ragazzino che scommette, vede una tragedia affettiva che non finisce più, perché vengono da famiglie con delle sintonizzazioni affettive che non riescono mai a regolarsi in maniera giusta. Non è colpa dei genitori, ma responsabilità si. Nessun ragazzino nasce con manie compulsive o suicide, tutti hanno voglia di vivere.

Insomma la differenza la fa la famiglia.

Sempre. Esistono le tentazioni e il diritto a trasgredire, ma se un bambino si sente amato, ha voglia di vivere e sufficiente stima di sé, non si butta dalla finestra perché glielo dice l’uomo incappucciato. Mi prendo tutta la responsabilità di dirle queste cose. Se un figlio si sente amato, non diventa tossicodipendente, è questione di avere lo spazio per diventarlo. Perché il tossicodipendente bimbo è uno che si fa le canne per curare qualcosa che ha nel pensiero: poi passa a droghe più pesanti, ma se non ha lo spazio dentro di sé, non lo fa.

Cosa può fare la scuola?

Alle elementari basterebbe un’ora a settimana in cui una maestra un po’ empatica aiutasse i bimbi a riconoscere quello che hanno dentro e a provare a metterlo in parole. Questa cosa oltre che bellissima, quasi sacrale, sarebbe anche una forma di prevenzione a costo zero per tantissimi adolescenti che poi alle medie si chiudono di più e per i quali diventa sempre più difficile fidarsi di qualcuno. Basterebbe che durante l’ora di musica si bendassero i bambini per permetterne la dissociazione, si facesse ascoltare loro una canzone per poi scrivere o disegnare quello che sentono: questo avrebbe senso, questa è prevenzione.

Cosa ne pensa di un’ora di educazione civica digitale per alfabetizzarli ai pericoli del web?

Più che educazione civica digitale, sono a favore dell’utilizzo dei tablet per l’apprendimento. Non si distrarrebbero, sarebbero più attenti e porterebbero meno peso sulle spalle. Sono poi d’accordissimo con l’apprendimento con il gaming: io ho ragazzini che conoscono benissimo il Rinascimento perché l’hanno imparato ad Assassins’s creed, gioco che avviene nel Rinascimento. Immagini quanto sarebbe bello entrare nella Divina Commedia con un visore immersivo, o nell’Odissea. I ragazzi dovrebbero partecipare attivamente anche ai contenuti della didattica: ogni volta che lo fanno, quando occupano le scuole ad esempio, vengono fuori delle cose bellissime legate all’ecologia, alla spiritualità.

In molti pensano che questi giochi inducano alla violenza...

Non è il gioco che genera rabbia, quello è solo un detonatore. Le faccio un esempio: quando diamo una regola a nostro figlio, lo facciamo per favorire il senso del limite, ma dobbiamo sempre chiederci a che serve veramente. Se serve solo a vincere su di lui e a ridurlo all’obbedienza, questo genererà frustrazione intollerabile, gli farà accumulare solo rabbia e non lo aiuterà a crescere. E la rabbia da qualche parte finisce. Se finisce nel corpo si somatizza e i bambini si ammalano sempre nei punti più cruciali delle loro relazioni sociali. Se va nell’apparato cognitivo incominciamo poi con i disturbi dell’apprendimento. Quando si accumula tanto, usano i giochi come detonatore.

Si può considerare una generazione, questa, di ragazzi più svegli, più consapevoli, ma più tristi, più fragili, meno spensierati?

Partiamo dal presupposto che gli adolescenti di tutte le epoche non sono mai spensierati. E’ una fase durissima della vita, in cui si avverte un sentimento di profonda solitudine. Per quanto riguarda i bambini: sì noi non avevamo il pc e quindi giocavamo in altro modo, ci sbucciavamo le ginocchia, facevamo danni. Ma avevamo genitori che non ci facevano uscire, che ci richiamavano all’ora di cena. In ogni caso c’erano impedimenti e frustrazioni. Alla fine il prodotto è lo stesso: un ragazzino che si sente amato, non si ammazza, se non gli succede una disgrazia.

Quindi non deve far paura Internet?

Gli orrori stanno sul Tg1 quando ci vanno vedere il bambino palestinese morto ammazzato con il padre che strilla. Mia figlia mi ha chiesto: “Papà, ma perché ammazzano i bambini?”. I ragazzini sanno perfettamente la differenza fra un gioco e la realtà e lo sanno subito altrimenti sarebbero psicotici. La violenza non è nei videogiochi, sta in casa quando un bambino piange e vuole fare la pace con la mamma prima di dormire altrimenti non riesce e la mamma gliela rifiuta per tenere il punto. Ai miei tempi i pc non esistevano, ma di certo non posso dire di non aver conosciuto la violenza, anche fisica. Quindi dobbiamo stare con i piedi per terra e fidarci dei ragazzi. La fatica vera è mantenere la presenza genitoriale.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.