Ilaria Capua: "Cavalchiamo l’onda dello stupore pandemico o resteremo vulnerabili"

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Ilaria Capua, virologa, direttrice dell'One Health Center of Excellence dell'Università della Florida (Photo: Isabella Balena)
Ilaria Capua, virologa, direttrice dell'One Health Center of Excellence dell'Università della Florida (Photo: Isabella Balena)

“Mi piacerebbe che guardassimo avanti. Mi piacerebbe che questa pandemia ci servisse per capire che facciamo parte di un sistema di vasi comunicanti: sono tantissimi i fattori che ci uniscono all’ambiente, al mondo animale e vegetale e se continuiamo a trattare male l’astronave-Terra su cui viaggiamo, al prossimo evento nefasto ci ritroveremo al punto di partenza, vulnerabili come se nulla fosse successo”. Il messaggio della Professoressa Ilaria Capua, virologa e direttrice del One Health Center of Excellence dell’Università della Florida, contenuto anche nel suo libro “La meraviglia e la trasformazione”, edito da Mondadori, parte dai due anni che hanno sconvolto le nostre esistenze, per proiettarci in un futuro di consapevolezze acquisite e traghettarci verso una rivoluzione individuale e collettiva.

“Questa pandemia ci ha dimostrato che viviamo in un sistema chiuso e poiché, come si dice, il battito d’ali di una farfalla può scatenare un monsone dall’altra parte del mondo, in questi caso ci siamo resi conto che un pipistrello che sta dentro a una caverna può generare una catastrofe di questa portata”, ci spiega quando la raggiungiamo al telefono.

I sistemi chiusi che caratteristica hanno?

DI doversi rigenerare perché altrimenti si svuotano, si depauperano. Noi siamo fatti al 70% di acqua: se è inquinata, contaminata, poco sana, il nostro corpo sarà poco sano. Per il resto siamo fatti di proteine, zuccheri, carboidrati, grassi, sali e oligoelementi che arrivano da quello che mangiamo. Se mangiamo carne o verdura o cereali non in salute a causa del cambiamento climatico, dei pesticidi, della falda acquifera inquinata, ingeriamo cose che non ci fanno bene. Stessa cosa per l’aria: l’aria inquinata fa una quantità di danni al nostro apparato respiratorio incredibili.

Dunque questa serie di consapevolezze dovrebbe portarci a compiere una rivoluzione individuale nei comportamenti? A prenderci cura del sistema chiuso in cui vivìamo?

Esattamente. Noi ci aspettiamo da Cop26 e G20 linee guida che arrivino dall’alto, ma senza il popolo non andiamo da nessuna parte: Il libro vuole essere una sveglia a rendere più chiare determinate consapevolezze. La pandemia ci ha fatto capire che la salute è il bene più prezioso e perciò dovremmo sentire come una specie di richiamo alla tutela della nostra salute. E dobbiamo farlo adesso, viaggiando sull’onda dello stupore pandemico, elaborando nuove consapevolezze nel solco pandemico, per poi farci portare in alto dalla spinta di cambiamento, altrimenti ci ritroviamo dove eravamo prima: vulnerabili. Lo dice anche il G20: non esiste economia se non c’è salute delle persone. Il pallino deve tornare nelle nostre mani, ma deve essere un obiettivo condiviso, che si trasformi in una microrivoluzione di tanti gesti e tanti comportamenti e di tante nuove consapevolezze, portandoci in una dimensione di vita più rispettosa del sistema chiuso nel quale viviamo.

Sono passati oramai due anni da quello stupore che ci ha sconvolto l’esistenze. Cosa è cambiato e dove stiamo andando?

È cambiato moltissimo perché lo stupore ha una sua funzione. La vera molla è stata il fatto di rendersi conto a un certo punto che siamo molto più vulnerabili di quel che pensavamo e soprattutto che non c’è una medicina pronta che tiri giù dallo scaffale e tutto si sistema. E questa non è una consapevolezza da poco. Ci siamo resi conto che siamo parte di un sistema più grande e se quel sistema è vulnerabile come abbiamo visto, ci cadiamo dentro mani e mani. Quindi questo stupore cos’é? Un momento in cui ci si interroga su alcune consuetudini, su come va avanti la nostra vita, a livello di individuo, di famiglia, di comunità, di società. Questo stupore ci fa aprire gli occhi, crea spazio perché quello che facevi prima non va più bene o non funziona più e bisogna trovare un altro modo di far funzionare le cose. Qui arriva il solco: una fase di profonda trasformazione dell’individuo, della comunità e della società, in cui, essendo stati instupiditi da questa vulnerabilità che a un certo punto è diventata prepotentemente manifesta, cominci a pensare a cosa fare per non tornare ad essere vulnerabili.

Negli ultimi due anni abbiamo ricalibrato interamente le nostre vite, imparato cose che non conoscevamo (uso della mascherina, distanziamento, autocertificazione). Appreso termini di cui non conoscevamo l’esistenza (lockdown, paziente 0, Rt). Adesso siamo in una fase di mezzo. Cosa ci rimarrà di tutta questa “nuova conoscenza”? Abbiamo davvero acquisito consapevolezza?

Il libro vuole essere uno stimolo, una scossa per far capire a i lettori che non dobbiamo tornare dove eravamo prima perché se così fosse saremmo vulnerabili come eravamo prima. Come ogni specie che si evolve e come specie che ha più materia grigia e più capacità di analisi e sintesi e ingegno di altre specie, dobbiamo imparare. Tutto questo è successo in soli due anni: pochissimi rispetto ai macrocicli della vita e della storia. La pandemia è stata un acceleratore di consapevolezze che sono arrivate come uno sparapalle impazzito. E’ stato un corso accelerato di ripensamento, di messa in discussione, di cambiamento. Ora siamo nel solco dove il vecchio si incontra con il nuovo, si capisce che ci sarà un prima e un dopo la pandemia, Diventerà uno spartiacque perché è un fenomeno trasformazionale: l’invito che vorrei porre ai lettori è di fare tesoro di queste consapevolezze, facciamo tesoro del fatto che abbiamo capito che certe cose non possiamo farle come prima perché non conviene a noi come individui e non conviene alla società.

Ad esempio?

Se lei ha il raffreddore e due linee di febbre va a cena da sua cugina? Anche no. Forse prima, ma adesso no. Anzi vedi uno che starnutisci e lo guardi con orrore. Oppure se vivi a Roma e lavori dall’altra parte della città, non serve fare due ore nel traffico se determinate mansioni si possono svolgere da casa, gestendo figli e vita in maniera più equilibrata. Perché tornare dentro la macchina o dentro i mezzi pubblici quando posso ottenere lo stesso risultato e avere una qualità di vita migliore?

Il consiglio è non tornare indietro

No, prendiamo quel che di buono c’è, quello che abbiamo imparato e troviamo il coraggio per trasformare questa nuova consapevolezza in un nuovo modo di vivere.

Altra cosa che abbiamo imparato: importanza della medicina, della ricerca e dei vaccini...

L’importanza della salute, mi viene da dire! Anche della ricerca e della scienza, che hanno dato le risposte di cui avevamo bisogno. Gli strumenti che ci servono per combattere l’emergenza, nel giro di un anno e mezzo, ce li abbiamo tutti e non era scontato.

Ebbene, però, l’Oms parla di quarta ondata in Europa. Le curve di contagio sono in risalita dopo due anni e una campagna di vaccinazione così massiccia. L’Austria addirittura mette in lockdown i non vaccinati. In Italia andiamo un po’ meglio. Ma perché ancora non riusciamo ad uscirne?

Il Nord Europa non è vaccinato come il Sud Europa. I tassi di vaccinazione in Romania e Bulgaria sono di appena il 30.7% per la prima, 20% per la seconda! Russia 34%! Germania 67%! Non basta. La quarta ondata ci sarà nei Paesi in cui non si è raggiunta una copertura vaccinale adeguata che deve essere sopra l′80%, anche 90%. Perciò questa sarà l’ondata nei non vaccinati che però, essendo la salute circolare ed essendo lo scopo del virus quello di circolare il più possibile, avrà delle ramificazioni anche nelle persone vaccinati perché abbiamo visto che purtroppo in alcuni casi come succede in tante altre malattie, il vaccino tiene ma ci si può ammalare lo stesso, in maniera più lieve. L’allarme dell’Oms è giustificato per tutti i Paesi che non hanno vaccinato in maniera capillare e massiccia. In Italia ci sono alcune zone e paesi con tasso di vaccinazione al di sotto del 70% e immagino che quest’inverno questi nodi verranno al pettine e è possibile che gli ospedali delle zone in cui ci sono molti meno vaccinati saranno sovraccarichi e colpiti da questa quarta ondata. Non è che siamo di fronte a un altro virus che nullifica quello che abbiamo fatto fino ad adesso. Siamo di fronte a una variante che è un po’ diversa dal virus originale, che si è adattata bene all’ospite homo sapiens quindi capace di trasmettersi in maniera efficace, ma è sempre la stessa e il vaccino funziona. Lo vediamo dai numeri: sei zone verdi ci sono in Italia. Spagna, Portogallo e Italia, che hanno il tasso di vaccinazione più alto d’Europa, stanno meglio.

Con il 90% di vaccinati, però, non si può fare un liberi tutti

Assolutamente no. Comunque sull’autobus bisogna mettere la mascherina, nel supermercato idem, perché lì dentro può esserci di tutto: non vaccinati, infetti, persone con febbre. Il risultato come in tutte le cose non si ottiene solo con un ingrediente: il vaccino è molto importante, ma non basta, specialmente in una fase di coda di emergenza pandemica.

Veniamo alla terza dose.

Io l’ho fatta e la raccomando a tutti perché fa sì che chi ha muretto alto 50 cm di difesa contro il virus, con la terza dose lo innalza fino a un metro e mezzo e quindi il virus fa molta più fatica a scavalcare e a fare danni. L’immunità, d’altronde, non dura in eterno: non è che chi si vaccina a gennaio, è protetto per tutta la vita. Ti vaccini a gennaio con una dose e sei un po’ protetto, fai richiamo a febbraio e sei più protetto, ma non per tutta la vita!. Dopo un anno dalla prima vaccinazione, è normale che l’immunità si sia ridotta. Non è perenne e duratura, va mantenuta.

Questo presuppone un quarto, un quinto, un sesto richiamo...

Questo presuppone che la vaccinazione per Sars-Cov2 sarà inserita nei programmi di vaccinazione annuali che i cittadini dei Paesi sviluppati devono fare. Se poi non la fanno, avremo di nuovo gli ospedali pieni, speriamo non al tracollo. Come il vaccino antinfluenzale che va fatto ogni anno.

In Italia siamo più o meno al 76% dei vaccinati sulla popolazione totale, se inseriamo i bambini arriviamo all′83% circa. Il vacuo dei non vaccinati rappresenta un problema?

Io credo che più di quello che sia stato fatto è impossibile fare, non è il caso di continuare a cercare lo scontro con queste persone. Se loro operano nei limiti della legalità, ne riparliamo la prossima primavera: allora vedremo i numeri dell’inverno che saranno disponibili e faremo le opportune valutazioni. Vedremo quante delle persone che finiranno in ospedale, non sono vaccinate. Vedremo quanti dei morti di quest’inverno saranno vaccinati e quanti no.

Una delle argomentazioni portate dai non vaccinati è che l’immunità naturale sarebbe più efficace dell’immunità da vaccino...

Non ha nessuna rilevanza e le spiego perché. L’immunità naturale presuppone infezione, l’infezione può spedirti all’ospedale oppure provocarti il Long Covid. Il vaccino non presuppone infezione e previene l’ospedalizzazione. Il problema non è se tu come individuo sei più o meno protetto, se lo hai preso o no. Il problema è tenere la gente fuori dagli ospedali. Perciò è una considerazione irrilevante: perché anche se fosse vero, per arrivare all’immunità naturale ti devi infettare e questo presuppone andare incontro a malattia, e correre il rischio di terapia intensiva e morte, contribuendo a mandare in sofferenza gli ospedali, che è proprio quello che dobbiamo evitare per venirne fuori.



Ilaria Capua (Photo: Mondadori)
Ilaria Capua (Photo: Mondadori)
Ilaria Capua (Photo: La Coccinella)
Ilaria Capua (Photo: La Coccinella)

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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