Ilva, corte Taranto condanna fratelli Riva a 20, 22 anni di reclusione

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Ciminiere dell'Ilva a Taranto

di Crispian Balmer

ROMA (Reuters) -Un tribunale di Taranto ha condannato gli ex proprietari dell'acciaieria Ilva, Fabio e Nicola Riva, rispettivamente a 22 e 20 anni di reclusione per l'inquinamento ambientale prodotto dallo stabilimento siderurgico.

L'impianto, in passato uno dei maggiori produttori d'acciaio in Europa, ha emesso per oltre mezzo secolo un letale cocktail di diossine cancerogene e di particelle minerali, elementi che secondo la comunità medica hanno causato un picco di malati di tumore nella città di Taranto, adiacente allo stabilimento.

Ponendo fine a un caso durato cinque anni, la Corte d'Assise di Taranto ha condannato altri ex-dirigenti Ilva alla reclusione, tra cui anche 3 anni e mezzo per Nichi Vendola, ex presidente della Regione Puglia.

Agli imputati viene automaticamente riconosciuto il diritto di appello prima che la sentenza diventi definitiva.

I fratelli Riva hanno sempre negato ogni illecito. "I Riva hanno costantemente investito ingenti capitali in Ilva al fine di migliorare gli impianti e produrre nel rispetto delle norme", ha dichiarato il loro legale Luca Perrone.

Vendola in un comunicato ha negato ogni illecito, annunciando che presenterà ricorso. "È come vivere in un mondo capovolto, dove chi ha operato per il bene di Taranto viene condannato senza l’ombra di una prova", si legge nella nota.

L'Ilva è stata costruita in Puglia negli anni Sessanta, nell'ambito dell'iniziativa del governo per industrializzare l'Italia meridionale.

Al suo apice, lo stabilimento ha prodotto oltre 10 milioni di tonnellate di acciaio l'anno, ma i magistrati sono intervenuti nel 2012, decretando che doveva essere risanato o chiuso e accusando la famiglia Riva di aver permesso lo sviluppo di un disastro ambientale.

Un report del 2016 emesso dall'autorità sanitaria della Regione Puglia ha evidenziato l'impatto dell'Ilva su Taranto.

Ha mostrato che i tassi di mortalità legati al cancro polmonare erano il 30% più alti del normale nei distretti adiacenti allo stabilimento, mentre le morti legate a malattie respiratorie erano fino al 50% superiori alla media. Per gli operai Ilva si notavano probabilità più alte del 41% di sviluppare tumori allo stomaco e del 72% di sviluppare tumori pleurici.

Il governo ha preso il controllo dell'impianto nel 2015, per salvaguardare circa 16.000 posti di lavoro, e ha raggiunto un accordo nel 2018 per la cessione dello stabilimento ad ArcelorMittal. Tuttavia, l'accordo è in fase di rinegoziazione, con lo Stato italiano che probabilmente diventerà il maggiore azionista, dati i persistenti timori ambientali.

La corte ha affermato che lo stabilimento deve essere confiscato, tuttavia l'ordine sarà eseguito solo quando il processo d'appello sarà terminato.

(Tradotto a Danzica da Enrico Sciacovelli, in Redazione a Milano Cristina Carlevaro, enrico.sciacovelli@thomsonreuters.com, +48587696613)))

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