Impatto Covid su cure ipercolesterolemia, studio Regione Toscana

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Roma, 27 ott. (Adnkronos Salute) – Il colesterolo cattivo (Ldl) è tra i principali fattori di rischio cardiovascolare, da qui la necessità di metterne sotto controllo i valori nel corso della vita. Vale anche per chi ha affrontato un infarto: è un paziente cronico, al pari di uno diabetico o oncologico. Dunque, una volta superato l'evento acuto, è importante seguire le terapie in modo puntuale e costante, altrimenti il rischio è che la patologia progredisca. Tuttavia, nel periodo di emergenza Covid i pazienti hanno interrotto o sono stati discontinui nelle cure, anche per quanto riguarda l'ipercolesterolemia. Risultato? Hanno di fatto aumentato il rischio di incorrere in un successivo evento cardiovascolare.

La conferma arriva da un'analisi condotta tra il 2019 e il 2020 dall'Agenzia regionale di sanità (Ars) della Toscana e dall'Università di Firenze, in collaborazione con Novartis, mirata a verificare l'impatto della pandemia sulla qualità della cura delle ipercolesterolemie nella regione, prendendo in considerazione le informazioni sul consumo di farmaci e di esami di laboratorio estratte dai flussi amministrativi del sistema sanitario toscano. E' quanto riporta un articolo pubblicato su 'Alleati per la Salute' (), portale dedicato all'informazione medico-scientifica realizzato da Novartis.

L'indagine ha preso in esame i residenti di età superiore a 45 anni delle aree delle ex Asl di Massa Carrara, Empoli, Viareggio, Prato, Arezzo, Siena e Grosseto, per le quali erano disponibili i risultati degli esami di laboratorio effettuati e sono state analizzate due coorti, una per l'anno 2019 e una per l'anno 2020. Obiettivo dello studio: realizzare uno strumento di monitoraggio per la valutazione e il governo della presa in carico dei pazienti affetti da ipercolesterolemia primaria (familiare e non familiare). Confrontando il 2020 con il 2019, non si evidenzia alcuna riduzione del numero complessivo di persone che assumono almeno un farmaco, che anzi aumenta lievemente. Si verifica però una riduzione di coloro che effettuano la terapia con continuità, e anche tra i pazienti con i livelli di rischio più alto (diabetici con pregressi Mace, Major adverse cardiovascular event) è rilevante il numero di coloro che non riceveva alcun trattamento farmacologico.

"Sappiamo che elevati livelli di colesterolo si associano ad un aumento del rischio cardiovascolare – afferma Rossella Marcucci, professoressa di Medicina interna all'Università di Firenze e direttrice della Struttura Malattie aterotrombotiche all'Ospedale Careggi – ma anche, e soprattutto, che la riduzione farmacologica dei livelli di colesterolo si associa a una riduzione degli eventi cardiovascolari, che di conseguenza comporta una riduzione in termini di eventi di morte e di costi per il Servizio sanitario nazionale".

Dallo studio epidemiologico condotto su pazienti di cui si "aveva un livello monitorato di colesterolo Ldl – riferisce la specialista – emerge che più del 50% dei pazienti in prevenzione secondaria, quindi a rischio elevato, alto o molto elevato, non hanno i livelli di colesterolo Ldl che noi consigliamo e raccomandiamo e che le linee guida ci indicano. In altre parole, non sono a target. Se i pazienti sono a rischio alto o molto alto, ovvero hanno già avuto un evento cardiovascolare, il livello di colesterolo deve stare sotto i 50 mg/decilitro o sotto i 70 mg/decilitro. Ebbene, dall'analisi si evince che più del 50% dei pazienti non sono a target, hanno cioè valori di colesterolo cattivo più alto rispetto a quelli consentiti per queste categorie di pazienti. Quindi sono più a rischio di infarto, ictus e morte". Nello specifico, "l'86% dei pazienti non diabetici che avevano o hanno avuto un evento cardiovascolare non sono a target, così come non è a target il 74% dei pazienti diabetici con un evento cardiovascolare. Quindi il quadro è davvero poco confortante".

Nel complesso – si legge l'articolo – i risultati dimostrano che c'è un sotto-trattamento dei pazienti con basso raggiungimento dei target individuati dalle linee guida, anche nelle classi di rischio cardiovascolare più elevato. Il numero di persone che riceve un trattamento farmacologico per l'ipercolesterolemia è infatti inferiore alle attese, soprattutto tra i pazienti con diabete e/o pregressi Mace. La pandemia ha dunque determinato un peggioramento della qualità delle cure per l'ipercolesterolemia, provocando una sensibile riduzione del numero di determinazioni del quadro lipidico nei laboratori della regione. Tuttavia, il numero dei pazienti che hanno ricevuto almeno una prescrizione di un farmaco ipocolesterolemizzante nel corso del 2020 non si è ridotto.

I dati dello studio "sono molto importanti nella realtà clinica – commenta Marcucci – e mettono in luce un problema enorme: nonostante le raccomandazioni di tenere basso il colesterolo, questo messaggio non arriva ai nostri pazienti. Manca un percorso adeguato per raggiungere l'obiettivo: rendere le persone più consapevoli del rischio. Le terapie non mancano. Anzi, ne abbiamo a disposizione tante: le standard di primo livello (tra cui le statine) e di secondo livello (inibitori della PCSK9), e sono in arrivo nuove generazioni di farmaci (per esempio i SiRna). Tutte 'armi' che in teoria possono ridurre il colesterolo dell'80-85%, quindi se non riusciamo in questo obiettivo significa che abbiamo bisogno di lavorare sui percorsi e sui medici oltre che sui pazienti".

Prossima tappa, la più rapida, "che pensiamo di fare in Toscana è di proporre un percorso ad hoc che consenta di seguire i pazienti, tutti ad alto rischio e in prevenzione secondaria, una volta dimessi, con una prima terapia. Seguirli anche nel tempo, così da verificare che effettivamente si ottengano migliori risultati. Nelle lettere di dimissioni si scrivono tante belle cose – conclude l'esperta – ma se i pazienti non vengono seguiti anche una volta tornati a casa, si corre il rischio che quelle raccomandazioni si perdano, come di fatto accade".

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