"In pandemia psicofarmaci anche tra i giovanissimi. Ma no ai metodi fai-da-te"

Ilaria Betti
·.
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(Photo: Claudio Mencacci)
(Photo: Claudio Mencacci)

“A causa della pandemia sempre più giovani si stanno avvicinando agli psicofarmaci. Quest’ultimi non vanno demonizzati perché in alcuni casi sono necessari. Il problema è l’incompetenza, il fai-da-te, il passaparola, quell’amico o quel fratello maggiore che dice all’adolescente: ‘Se hai l’ansia, prendi qualche goccina di Lexotan o di Xanax’. Se l’uso non è episodico e non è controllato, si possono avere dei problemi”. A parlare ad HuffPost è Claudio Mencacci, medico psichiatra, Presidente della Società Italiana di Neuropsicofarmacologia e Past President della Società Italiana di Psichiatria. Di fronte alle parole del ministro Bianchi, il quale ha affermato che “l’aumento dell’uso di psicofarmaci tra i giovanissimi è stato certamente forte in questo anno di Covid”, Mencacci non è sorpreso: “L’anno che ci siamo lasciati alle spalle è stato un anno nero per la salute mentale, in particolare dei più giovani, i quali sono risultati essere anche i più fragili - ci racconta -. Ma gli effetti veri, le vere conseguenze a lungo termine, le vedremo solo col passare del tempo”.

Pensa che la pandemia possa aver avvicinato i giovani agli psicofarmaci?

“Penso proprio di sì. La pandemia ha creato in molti condizioni di allerta e forte spavento e questo può aver indotto in modo improprio ad utilizzare gli psicofarmaci, senza avere una diagnosi. Gli psicofarmaci non vanno demonizzati né idealizzati. Se viene riconosciuto un disturbo, anche in un giovanissimo, e se il professionista crede che ce ne sia bisogno, è corretto utilizzarli, magari insieme ad altri interventi di tipo psicoterapico. Il problema nasce quando la condizione del paziente non è oggetto di valutazione specialistica e quando chi li prende non è seguito. Per fa...

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.