Dacia Maraini: "In questa reclusione ho riscoperto le finestre"

Dacia Maraini Italian writer, poet, essayist, playwright and screenwriter during the conference for the 31^ International Book Fair of Turin 2018 in Turin, Italy, on May 10, 2018. (Photo by Omar Bai/NurPhoto via Getty Images) (Photo by Omar Bai/NurPhoto via Getty Images) (Photo: NurPhoto via Getty Images)

 

“Il bello – se così si può dire – di questa reclusione? Le finestre. Prima uscivo, non c’ero quasi mai e mi ci avvicinavo poco, giusto il necessario. In questi giorni, invece, forse anche perché sono da sola, sono diventate importantissime”. 

Dacia Maraini come Jeff, il famoso fotoreporter interpretato da James Stewart ne “La finestra sul cortile” di Hitchcock che, dopo aver girato per il mondo, si ritrova costretto a passare le sue giornate seduto davanti la finestra per colpa di una gamba ingessata. L’unica cosa che può fare è guardare fuori dove scoprirà curiosità e misteri. La scrittrice italiana più amata e tradotta al mondo, vincitrice di numerosissimi premi e riconoscimenti tra cui lo Strega e il Campiello, non ha fortunatamente di quei problemi: esce tranquillamente per fare la spesa con guanti e mascherine, ma da quando è costretta a stare a casa come tutti, ha scoperto – o meglio – ha iniziato ad apprezzare le finestre e a guardare di più fuori. 

Cosa vede?

 “Ci passo diverso tempo al giorno e vedo le persone sui terrazzi e sui balconi. Prima non c’erano mai, adesso sono ovunque e fanno ginnastica, fumano, telefonano, si stendono a prendere il sole quando c’è. Per me è una novità, una cosa strana”. 

 Quanto è cambiata la sua vita con questa “reclusione” forzata? 

 “Sa una cosa? In realtà non è cambiato poi molto, perché io sono abituata a stare sola in casa a scrivere e a leggere. L’unica cosa che sono cambiate sono le serate, perché di giorno lavoro, ma la sera, quando smetto di scrivere, ho bisogno di uscire. Di solito andavo a teatro, al cinema o a cena con gli amici e devo dire che questo mi manca moltissimo. Dopo una giornata di solitudine, uno ha voglia di farlo. Adesso mi mancano quegli incontri, quel momento sociale”. 

 Cosa sta imparando da questa solitudine, completamente diversa dall’idea che della stessa uno può avere? 

 “Sto capendo sempre di più che siamo tutti - io per prima - persone legate agli altri, alle amicizie, agli incontri. Oggi mancano. La solitudine, quando è imposta, è più faticosa e quando è forzata può diventare terribile. Nel mio caso, terribile non lo è, perché mi dedico – come le dicevo - alla lettura e alla scrittura, però mi manca una mano da stringere, una persona con cui parlare, il poter vedere degli amici. La vita sociale è più importante di quello che pensiamo. L’isolamento è una ferita, ma io la accetto, perché penso che sia momentanea e per rispetto verso quei poveretti che soffrono negli ospedali, per i medici e le tante infermiere che rischiano la vita. Certamente, però, non è piacevole”. 

Ha paura?

“Come tutti, ma mi adeguo al momento. Una volta al giorno esco con mascherina e guanti per fare la spesa. Ho notato che le strade sono deserte e l’aria più pulita. Roma è ventilata e non è industriale, ma adesso sento che l’aria non è pregna di polveri sottili. Ho capito che dobbiamo usare meno le automobili, i voli e simili. Il coronavirus ha insegnato a tutti che dobbiamo cambiare la nostra vita, dobbiamo fare un cambio un po’ radicale. Sarà faticoso e difficile, ma dobbiamo farlo in maniera assoluta. Basta dipendere dal petrolio, cerchiamo le alternative perché che ci sono, ci sono eccome, e basta rimandare sempre dicendo che non ci sono i soldi. I soldi si devono trovare. Questo bisogno di cambiare le nostre vite deve diventare un obiettivo primario”. 

 Le decisione del premier Conte di chiudere tutto o quasi la appoggia totalmente?

“Certamente, e in questo momento in particolare sono d’accordo anche sullo sport, perché le persone poi si riuniscono e non ha senso. Il grande problema di questo virus, la grande novità è che lo portano le persone che non hanno sintomi. Di solito, il malato si vede quando lo è. In questo caso, invece, ci sono persone sanissime che però sono portatori sane. Per questo ci chiedono di metterci la mascherina e i guanti, di non andare in giro, di stare attenti e di non avvicinarsi troppo agli altri, perché questo virus si attacca con grande facilità e passa attraverso dei corpi sani. È il carattere insidioso di questa malattia. Se non si isolano le persone - lo abbiamo visto - ci sono migliaia di morti”.

Forse bisognava cominciare un po’ prima?

“Probabilmente sì, ma è difficile agire nella maniera più giusta quando non si conosce e non si sa come procede una malattia. A posteriori è molto facile criticare, ma è molto difficile quando siamo difronte a un micro organismo che non conoscevamo, di cui non sapevamo i modi di contagio, la sua capacità di vitalità e con che cosa lo potevamo distruggere. Tutto questo è ancora per metà ignoto, non sappiamo quanto durerà, se ci sarà un ritorno…no, non lo sappiamo”. 

 Il mondo della cultura è uno dei settori maggiormente colpiti e sicuramente uno dei primi a risentire delle misure adottate per limitare la diffusione del virus. Stando agli ultimi dati dell’AIE, l’Associazione Italiana Editori, l’editoria prevede 18.600 titoli pubblicati in meno in un anno, quasi quaranta milioni di copie che non saranno stampate e più di duemila titoli che non saranno tradotti, con la vendita di libri, crollata del 75% rispetto allo scorso anno. Lei cosa ne pensa? 

 “Bisogna vedere nei dettagli e le spiego il perché. In Italia, come saprà, si pubblicano circa sessantamila libri all’anno, un’enormità, e circa il 40% degli stessi va al macero, quindi si pubblica troppo. Se leggiamo quei dati come un “bicchiere vuoto”, si tratta di una catastrofe; se invece li leggiamo come “bicchiere pieno”, è quello un segnale del mercato che è troppo saturo, un eccesso, ma anche una lezione a contare sulla qualità e non sulla quantità”.

 Cosa consiglia di leggere? 

 “Io punterei sui classici, perché se un libro ha superato tre, quattro, dieci generazioni, direi che è un libro che ha un valore. Molti libri che ci vengono proposti oggi, secondo me, fra vent’anni spariranno. Il classico che ha superato tante generazioni invece, oltre a farci viaggiare nel tempo e nello spazio, è anche una sicurezza. Ovviamente questo non vale per tutti i classici, ma per molti. 

Per me il libro è un incontro e non un dovere. Non è che uno deve leggere “Guerra e Pace”, perché è un grande libro. No. Se uno ha voglia di sentir parlare di guerra e della Russia dell’Ottocento, allora è interessante, ma se si vuole invece sentir parlare, di morte, di sesso, di amore, di viaggi, eccetera, allora bisogna trovare il libro giusto. La lettura di un libro è, lo ripeto, un incontro e bisogna capire qual è il libro che fa per noi in quel momento. Se uno non legge mai nulla, ovviamente non sa scegliere, ma se uno sa leggere, sa farlo e sa trovare quello che fa per lui”. 

 Quindi se uno non finisce di leggere un classico non dovrà più sentirsi in colpa?

 “Anche se uno lo lascia, non significa che il classico non sia di valore o che non sia attuale o che lui sia incapace o scemo, ma semplicemente che non è il momento di quell’incontro. Cercare il libro che serve alla nostra esigenza in quel momento è molto importante. Ci sono dei libri bellissimi”. 

 Ce ne dica uno per i nostri lettori. 

 “Consiglierei un classico giapponese non perché io sia stata otto anni in Giappone, ma perché è un libro bellissimo. Si intitola “Storia di Genji. Il principe splendente” (in Italia è stato pubblicato da Einaudi, ndr) e l’ha scritto Murasaki Shikibu, una scrittrice dell’anno Mille. È una bella storia, perché nell’anno Mille i grandi letterati giapponesi scrivevano in cinese, che era come da noi il latino, la lingua colta di quel momento. Il giapponese, come fosse il nostro volgare, era lasciato ai servi, alle donne e ai contadini, perché considerati inferiori. Questa donna, che era una dama di corte, ha scritto questo romanzo bellissimo che è anche molto attuale: una storia d’amore, ma anche il ritratto di un uomo straordinario oltre a darci una visione del Giappone, come era e come si viveva. È un viaggio nel tempo”. 

In quel libro si parla dell’amore vero, ma quest’ultimo a volte può essere malato e le prime vittime di questo “amore rubato”, citando il titolo di un suo bestseller, sono proprio le donne che in questi giorni possono subire violenza domestica senza poterla denunciare. 

“È davvero un grande problema. La cosa paradossale è adesso che la violenza in genere è diminuita, mentre quella casalinga è aumentata. Purtroppo, per molte donne il posto più pericoloso è proprio la famiglia, il compagno, il fidanzato, il marito. Lo vediamo dalla cronaca. Alcuni - e dico alcuni perché non ne voglio fare una guerra tra i sessi che non mi piace - diventano degli assassini della propria donna e questo è dovuto al fatto che non accettano il cambiamento e quindi l’autonomia e la liberazione delle donne. Se una dice che vuole uscire, che vuole lavorare e viaggiare, per loro diventa un’offesa alla propria virilità e al possesso. Diventa per loro una crisi talmente devastante che arrivano a diventare degli assassini. È una cosa pazzesca, perché non sono dei delinquenti, ma dei padri di famiglia che a volte uccidono anche i figli”. 

Cosa fare? 

 “Si può fare moltissimo. Bisogna cominciare nelle scuole elementari a insegnare ai bambini che l’amore non vuol dire possesso. Si ama e si rispetta la persona nella sua integrità. Non si può possedere nessuno per nessuna ragione. Questo bisogna insegnarlo, perché il concetto di possesso è molto forte, anche tra le donne, ma tra gli uomini di più, perché nella storia sono stati abituati ad essere i padroni della casa, dei figli, del lavoro, della moglie. Per fortuna ci sono quelli più intelligenti che accettano il cambiamento e che le donne siano pari. È una questione di cultura e di educazione, come per tutte le cose”. 

Violenze e sconforto a parte: secondo lei torneremo ad abbracciarci? 

“Certo, lo spero bene, perché il contatto mi manca fisicamente. Uno non pensa al sesso, ma al dare la mano a una persona, al toccarsi. Incroci qualcuno e istintivamente ci si allontana senza riconoscersi tra l’altro, come degli appestati. Questo è il momento che siamo vivendo, ma passerà, perché deve passare. Purtroppo però ho paura che durerà più di quello che noi pensiamo. Noi magari finiremo, usciremo prima, però gli altri che sono venuti dopo, cominceranno a loro volta e allora sarà un problema, ci sarà l’ondata di ritorno, ma pensiamo all’oggi per stare meglio domani, pensiamo positivo e andiamo avanti”. 



Love HuffPost? Become a founding member of HuffPost Plus today.

This article originally appeared on HuffPost.