In un'aula spettrale Conte chiude la fase dell'uomo solo al comando, però non crea un clima di collaborazione con le opposizioni

Italian Prime Minister Giuseppe Conte gives an update on the coronavirus outbreak in Italy (Photo: Reuters)

Quando in aula Giuseppe Conte finisce di parlare, è la sola maggioranza di governo ad applaudire. Come fosse una qualunque informativa sulla politica economica, come fosse la difesa dell’ultimo provvedimento del governo, e non la prima volta che il presidente del Consiglio va in Parlamento a riferire su uno “stato di guerra”, come ormai l’intera classe politica lo definisce mollando gli ormeggi del pudore, sia pur contro “un nemico invisibile”.

“Raccoglie quel che ha seminato”, sibila un big dell’opposizione a discorso concluso. Il premier, a un mese dal deflagrare dell’emergenza, si è deciso a coinvolgere il cuore della democrazia parlamentare. Prima, con il decreto varato ieri, assicurando finalmente la trasmissione di qualsivoglia tipo di ordinanza alle Camere (del testo del decreto varato ieri ancora non v’è traccia alcuna) e assicurando un aggiornamento nelle Aule almeno ogni quindici giorni. Poi, oggi, recandosi di persona alla Camera (giovedì mattina sarà in Senato). Il tutto, raccontano i ben informati, dopo una spinta decisiva arrivata dal Colle più alto di Roma, che osservava preoccupato un andamento decisionista nella gestione della crisi.

“Del senno di poi ne son piene le fosse”: cita Alessandro Manzoni il premier, provando a scrollarsi di dosso le critiche, a fare appello alla comunità nazionale, ottenendo sguardi gelidi dai banchi del centrodestra. I toni sono miti, non revanchisti, com’è nel carattere del personaggio e come situazione consigliava. La premessa è una retorica messa in discussione di se stesso: “Siamo all’altezza del compito che il destino ci ha consegnato? La storia ci giudicherà, tutti avranno modo di questionare su ciò che è stato fatto o non fatto”. Conte sembra non accorgersi di prestare il fianco alle critiche quando difende la gradualità dei provvedimenti, modulati sull’avanzare del contagio. Proprio quel che molti gli imputano, l’esser spinto in avanti dal susseguirsi delle onde, senza essere riuscito preventivamente a rendere il mare meno mosso. Il suo riepilogare quel che è stato fatto, la promessa di battere i pugni sul tavolo dell’Europa, lasciano un senso di incompiutezza, domande abbandonate sul tavolo senza risposte: cosa è andato storto? Perché non si è chiuso tutto prima? La strategia sui tamponi funziona o va rivista? Il tracciamento digitale della popolazione è un sacrificio accettabile? Si potrebbe continuare.

 

Montecitorio è deserta. Fa impressione vedere Roberto Fico dare la parola dal suo scranno di presidente, l’assistente parlamentare alle sue spalle ha il volto coperto dalla mascherina. Nel silenzio del Transatlantico si contano sulle dita delle mani i giornalisti che seguono il discorso. Nessuno fa la conta di quanti ministri ci siano sui banchi del governo, in tempi normali indicatore di vicinanze e distanze, di solidità e crepe. Si contano sulle dita di una mano. A tre metri sulla destra Lucia Azzolina, a quattro sulla sinistra Luigi Di Maio, nella fila davanti Lamorgese, D’Incà, Bonafede e Bonetti.

Dai banchi della maggioranza che forse poi tanto tali non sono Maria Elena Boschi a nome di Italia viva chiede che non ci siano “uomini soli al comando”. Dai banchi dell’opposizione si scuote la testa. In quelli del Pd si rimane immobili ma si morde il freno. Il Nazareno da giorni sta chiedendo un reale coinvolgimento delle opposizioni. Per spirito di unità nazionale, certo. Ma anche per calcolo. Far partecipare Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia ai tavoli dove si prendono le decisioni significa corresponsabilizzarli. Corresponsabilizzarli vuol dire spuntargli le pericolosissime armi dell’erosione del consenso e dell’approvazione in un momento così difficile. Le uscite di Goffredo Bettini e Graziano Delrio sono lì a testimoniarlo. La paura è che il perdurare dello stato di emergenza, delle privazioni delle libertà, trasformi la montagna di like con le quali le pagine social del premier vengono sommerse in un’esplosione se non di rabbia, per lo meno di disapprovazione.

Non c’è traccia di questo in quasi un’ora di discorso, non c’è parvenza di unità nazionale se non negli enunciati retorici. “Noi siamo pronti a una collaborazione istituzionale con il governo”, dice Antonio Tajani. Ha appena finito di ascoltare ma non ha ravvisato “nessuna novità, lui dice di voler lavorare a un nuovo decreto, ma da solo o con le opposizioni?”. “Serve una cabina di regia per lavorare insieme”, rilancia Giorgia Meloni. Gli incontri con lo scambio di cartuccelle su proposte e controproposte che si concludono con un “Grazie e arrivederci” (senza stretta di mano, come protocollo vuole) non bastano più. Matteo Salvini rispolvera un vecchio video su un coronavirus creato in laboratorio in Cina anni fa (Nature, rivista scientifica da cui è tratto, ha specificato che nulla c’entra con il Covid-19) annunciando un’interrogazione al governo. I presupposti non lasciano intravvedere asce di guerra sotterrate finché la tempesta sarà passata. Ma a chi conviene di più? Sono sempre più dentro al governo a pensare che la risposta sia nel campo avverso.

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