Inattualità di Rosario Romeo. A proposito della monografia di Guido Pescosolido

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Guido Pescosolido (Photo: Treccani Channel)
Guido Pescosolido (Photo: Treccani Channel)

Non mi fanno velo l’antica amicizia, la conterraneità e il grande l’apprezzamento del suo passato lavoro di storico ― mi limito a citare Unità nazionale e sviluppo economico 1750-1913 (Laterza 1998) e Nazione sviluppo economico e questione meridionale in Italia (Rubbettino, 2017) — se dico che l’opera di Guido Pescosolido, pubblicata quest’anno da Laterza, Rosario Romeo. Uno storico liberaldemocratico nell’Italia repubblicana, può considerarsi una delle ricerche più importanti svolte nel nostro paese negli ultimi decenni. Il sottotitolo avrebbe potuto essere Romeo e il suo tempo, per parafrasare il capolavoro di Rosario Romeo, Cavour e il suo tempo, giacché il libro — voluminoso ma godibilissimo — non solo ci fa entrare nel laboratorio scientifico di Romeo ma ricostruisce in modo magistrale la political culture di un’Italia uscita dalla seconda guerra mondiale con le ossa rotte e alla ricerca di un’identità etico-politica nuova. Dopo averlo letto, abbiamo un quadro dell’opera di Romeo senz’altro completo ed esauriente e, soprattutto, la voglia di andarci a leggere — o a rileggere — i saggi storici di cui si sono ricostruite, in modo così puntuale, la genesi e la fortuna nel mondo accademico e nella cultura del nostro paese. I valori, il metodo storico, le fonti, i maestri, i campi di ricerca che hanno ispirato un lavoro intellettuale che si estende dal 1950 — anno di pubblicazione del Risorgimento in Sicilia — all’ultimo volume della trilogia cavouriana (1984) emergono dal libro di Pescosolido con una chiarezza di stile pari alla sicura competenza dell’addetto ai lavori.

«Le costanti di fondo, presenti sin dalla ”giovinezza in Rosario Romeo“ e poi rimaste vive sino alla fine dei suoi giorni, sia pure con intensità variabile a seconda dei tempi e delle congiunture politiche interne e internazionali, furono la liberaldemocrazia e lo stato di diritto, la difesa dei valori nazionali ottocenteschi di patria e libertà, il meridionalismo, l’anticomunismo, l’anticlericalismo, l’europeismo». Furono queste le idealità che lo portarono a coltivare, — a parte due studi, entrambi esemplari, sul comune di Origgio e sulle scoperte americane nella coscienza europea — il Risorgimento italiano e il suo più grande protagonista, il Conte di Cavour, le politiche della Destra e della Sinistra storiche, la questione del Mezzogiorno, il pensiero laico, il significato dello Stato nazionale, le rivoluzioni democratiche dell’Ottocento. A guidare idealmente Romeo nelle sue ricerche furono, soprattutto, i due maggiori storici della prima metà del Novecento, Gioacchino Volpe e Benedetto Croce anche se il rapporto con altri storici, come Federico Chabod e Nino Valeri, fu sicuramente utile e proficuo. Decisiva tuttavia fu la presenza di Volpe — il «suo primo e più vero maestro» lo aveva definito Pescosolido nell’agile saggio Rosario Romeo (Laterza 1990) ― «per la sua visione della storia “come tessuto di forze in perpetua gara tra loro, regolata dalla sola legge dell’efficienza, che costituisce al tempo stesso la ragione e la sanzione etica del successo dei più forti; e tutto ciò non espresso nei termini di questa o quell’altra filosofia, ma inverato in una storiografia sensibilissima al molteplice e vario manifestarsi di queste forze, pronta a coglierne il positivo in una visione liberata da ogni impaccio moralistico”; per la sua sensibilità verso quei temi e problemi di natura economico-sociale che costituivano per Romeo la via maestra per il rinnovamento della storiografia politica crociana|…|; per la forza di penetrazione e di rievocazione della sua pagina, capace di offrire “nel quadro generale della cultura idealistica... non solo l’analisi dei fatti e delle idee ma anche un’immagine della società nel suo insieme”, attraverso una “forma così compatta di descrizione storica» quale «nessuno in Italia e forse anche altrove raggiunse”». Ma non meno rilevante fu l’influenza di Benedetto Croce (nella sua notissima Antologia di critica storica, Armando Saitta intitolava un brano di Romeo: “Tra Croce e Volpe”). Lo storico siciliano «non rinunciò mai al caposaldo teorico dello storicismo crociano dell’eterna creatività, libertà, individualità dell’agire dell’uomo e degli eventi storici che solo la storiografia politica era in grado di sintetizzare e comprendere nel loro significato più autentico». A differenza di Croce, alle prese con la sociologia positivistica, non sottovalutò l’apporto della sociologia e della scienza politica alla conoscenza storica ma ,con Croce, riteneva che, nonostante tutti gli affinamenti epistemologici, «il metodo sociologico in quanto tale contiene un elemento naturalistico e deterministico... al quale sfugge necessariamente il processo creativo della realtà sociale, che è processo essenzialmente dialettico. Al metodo sociologico è perciò negato il contatto con il particolare degli individui, che sono tali e liberamente agiscono, in quanto la loro azione nasce come superamento cosciente del complesso delle relazioni sociali ‘iterative’, in cui sono inseriti».

Il più grande paradosso della storiografia italiana sta nel fatto che nella famosa polemica con Antonio Gramsci sulla mancata rivoluzione agraria nel Sud — alla quale garibaldini e democratici non avrebbero saputo porre mano — Romeo demolì le tesi del teorico comunista grazie alla sua non comune conoscenza delle opere di Marx (lette in tedesco) integrata dalla storiografia economica inglese. Commentando Risorgimento e capitalismo, Pescosolido osserva che «La parte più innovativa e originale del saggio di Romeo era tuttavia quella dedicata alla verifica del secondo punto, ossia degli effetti economici che un’ipotetica rivoluzione agraria e il conseguente avvento di un’economia rurale basata sulla piccola proprietà familiare avrebbero avuto sullo sviluppo capitalistico italiano postunitario. Romeo al riguardo affermò che se, nonostante tutto, una rivoluzione agraria si fosse comunque realizzata, il tipo di sviluppo economico che essa avrebbe assicurato al paese, contrariamente a quanto ipotizzato da Gramsci e Sereni, sarebbe stato sicuramente più lento di quello storicamente avutosi |…|. A sostegno di questa affermazione Romeo utilizzò le osservazioni avanzate da Marx nel III libro del Capitale, laddove si sottolineava che il passaggio dal feudalesimo al capitalismo era avvenuto con la liquidazione di tutti i vincoli e oneri extraeconomici che la proprietà feudale contemplava e con l’affermazione della piena e libera proprietà privata della terra, utilizzata però da aziende capitalistiche medio-grandi che impiegavano salariati che vendevano la loro forza lavoro come merce e acquistavano sul mercato i prodotti di cui avevano bisogno ».

Nel libro in esame un posto di rilievo è dato alla «più grande opera mai scritta su Cavour». L’analisi di Pescosolido non sconfina mai nella retorica ma individua con piglio sicuro gli elementi di novità della trilogia cavouriana: «la maggiore attenzione all’attività imprenditoriale di Cavour ma anche del padre, le componenti ideali ed etico-politiche della sua personalità accanto a quelle politico-realistiche la liquidazione avvenuta durante il decennio di preparazione del vecchio personale carlo-albertino nella magistratura, nella diplomazia, nell’amministrazione; il ritardo nelle riforme amministrative e giudiziarie; il peso crescente della borghesia professionale, intellettuale ed economica nella vita sociale e politica del Piemonte cavouriano; la riforma dell’esercito; i mutamenti nei gusti e nella cultura. Lacune tutte colmate nell’opera di Romeo, dove inoltre l’inquadramento definitivo dei rapporti politici tra le potenze europee e di queste rispetto all’Italia fu uno degli aspetti innovativi di maggior peso». Né tessitore o demiurgo padrone assoluto del Risorgimento né politico ‘vissuto dalla storia’(per riprendere un’espressione di Antonio Labriola), Romeo vedeva, tuttavia, in Cavour “la più alta intelligenza politica, il più fine diplomatico, il massimo artefice del Risorgimento” ma non immune da critiche — ad es. nei confronti di una politica finanziaria che appesantì il debito pubblico.

Manca lo spazio per occuparsi degli altri grandi temi che attivarono l’impegno politico e storiografico di Romeo: dalla difesa del protezionismo (la tariffa del 1887) alla giustificazione dell’intervento bellico del 1915, dalla richiesta di una politica di intervento dello Stato nel Meridione alla (sfortunata) campagna per le riforme negli anni sessanta, dalla condanna del Sessantotto alle battaglie europeistiche. Commentando le sconfitte dell’uomo pubblico, Pescosolido scrive con grande onestà intellettuale: «volle avere fiducia e sperare che attraverso l’autonomia e “la riconquistata coscienza delle proprie e specifiche tradizioni” il Mezzogiorno si sarebbe finalmente avviato sulla strada di una definitiva convergenza con il Nord. Coerentemente da parlamentare europeo si batté strenuamente tra il 1984 e il 1987 per vincere in Europa quella battaglia che stava perdendo in Italia. Si sbagliava però sulla capacità della classe dirigente meridionale, nazionale e regionale di rapportarsi alla questione meridionale e all’Europa in modo positivo. Se fosse vissuto fino ai nostri giorni avrebbe assistito allo spettacolo di un divario Nord-Sud tornato ai livelli degli anni Cinquanta in termini di Pil pro capite e dei maggiori indicatori dello sviluppo civile. E magra consolazione sarebbe stato per lui vedere che, a settant’anni dal suo inizio e a quasi trenta dalla sua conclusione, la stagione del tanto vituperato intervento straordinario a gestione centralizzata, di cui aveva sempre difeso le scelte strategiche di fondo, resta quella in cui il Mezzogiorno e l’Italia hanno registrato i maggiori tassi di sviluppo nell’intero arco di 160 anni di vita dello Stato unitario».

Grande, grandissimo, storico fu Rosario Romeo — sicuramente il maggiore della seconda metà del Novecento — e tuttavia, a leggere con attenzione l’eccellente lavoro di Pescosolido, diventano evidenti i motivi della sua inattualità: l’estraneità totale alla retorica liberista e mercatista oggi (almeno in teoria) dominante anche nella cultura di sinistra, un meridionalismo assai poco green che nell’industrializzazione del mezzogiorno vedeva la soluzione dei suoi mali antichi, un altissimo senso dello Stato che imponeva ai governi la tutela dell’ordine pubblico (cosa che non avvenne con Giolitti ― anche per questo inviso a Romeo ― e non sarebbe avvenuta con i governi di centro-sinistra deboli e incerti difronte alla contestazione del 68 e al movimentismo degli anni 70), un sentimento profondo dei valori nazionali oggi evanescenti dinanzi all’incalzare della globalizzazione ma, altresì, dinanzi a un’ideologia europeista che vede nello stato nazionale la causa di tutti i mali del mondo moderno; un antifascismo intransigente, motivato però non dal fatto che il regime aveva precluso agli italiani un radioso avvenire democratico e socialista ma dal fatto che aveva spezzato quel legame profondo tra patria e libertà in cui si riassumeva il significato più autentico del Risorgimento italiano.

Ma soprattutto a rendere inattuale Romeo nella cultura italiana del nostro tempo è una caratteristica che lo avvicina in un certo senso a Friedrich Meinecke e agli altri grandi storici della Germania da lui molto amata: la consapevolezza della necessità e ineluttabilità della potenza — una consapevolezza oggi emigrata negli Stati Uniti, se si pensa ai Samuel P. Huntington, ai John J. Mearsheimer, ai Robert D. Kaplan. Scrivendo di Heinrich Ritter von Sbirk, nel saggio Universalismo e scienza politica tedesca (’Lo Spettatore Italia-no’VI,1953, n.3) ricordava che «una delle più grandi conquiste del pensiero storico moderno, la positività cioè del momento della politica (che vuol anche dire della forza e della potenza): che era poi un concetto che aveva avuto gran parte nelle conquiste storiografiche della stessa età classica... In realtà, il concetto di potenza conteneva in sé tale virtù, creativa e distruttiva insieme, che storicamente esso ha rivelato una positiva fecondità solo quando accanto ad esso è esistito un grande ideale di civiltà e di cultura che è riuscito a dominarlo e a servirsene ai propri fini».

Mi chiedo quanti nelle nostre scuole, dove la bandiera arcobaleno ha sostituito quella tricolore, siano in grado di comprendere la filosofia politica sottesa a queste parole. In realtà, con la prima guerra mondiale si ebbe la Grande Divisione, che era l’incubo di Romeo: in un primo tempo, la potenza si separò dai valori che avevano definito l’Occidente (fascismo e nazismo) e, in un secondo tempo―con la sconfitta dell’Asse―i valori rinacquero con l’illusione che per realizzarsi dovevano disfarsi della potenza.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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