Inclusione e lavoro: al MAST di Bologna l’idea di uniforme

Inclusione e lavoro: al MAST di Bologna l’idea di uniforme

Bologna, 29 gen. (askanews) – Due mostre unite in un unico progetto, dedicato agli abiti da lavoro, in senso molto vasto: la Fondazione MAST di Bologna presenta “Uniform – Into the work/Out of the work”, grande operazione espositiva che presenta in mostra oltre 600 scatti. Si parte con la collettiva “Le divise da lavoro nelle immagini di 44 fotografi”, che presenta opere di maestri come Walker Evans, August Sander, Rineke Dijkstra o Sebastiao Salgado.

Urs Stahel ha curato l’intero progetto: “In questa mostra – ha spiegato ad askanews – cerchiamo di confrontarci con l’idea di essere unificati o differenziati, con l’idea di inclusione, quando indossi un’uniforme ti inserisci in un gruppo con altre persone, ma contemporaneamente escludi altre che non indossano l’uniforme. Parliamo di questo, ma il punto di partenza sono gli abiti da lavoro, pensate per esempio alle divise delle compagnie aeree: sono abiti da lavoro, ma sono anche un brand o uno strumento per assicurare ai passeggeri che saranno trattati bene”.

Le immagini esposte analizzano, con stili e prospettive molto diverse, il mondo del lavoro e l’elemento dell’uniforme come potenziale confine tra l’essere e l’apparire, il fare parte di un mondo e l’esserne esterno, fino ad arrivare a lambire temi come l’estraneità e, inevitabilmente, l’alienazione. Con anche una straordinaria raccolta di ritratti ufficiali di Angela Merkel nel corso tempo, evidenti come un trattato di sociologia politica.

La seconda mostra, “Ritratti industriali”, è invece una ricognizione accuratissima condotta dal fotografo Walead Beshty sui protagonisti, a ogni livello, del grande sistema dell’arte: artisti ovviamente, ma anche curatori, collezionisti, tecnici e installatori. E qui ciò che emerge con forza è la volontà, con un voluto gioco di parole, di non uniformarsi. “Siamo in un’epoca – ha aggiunto Urs Stahel – nella quale ciascuno vuole essere semplicemente se stesso e la scena dell’arte che è esposta qui nel lavoro di Walead Beshty è una scena nella quale nessuno vuole apparire ‘uniformato’, ciascuna delle persone ritratte vuole essere fortemente connotato dal punto di vista individuale, vuole mostrarsi diverso”.

Una diversità che però la tecnica di Beshty, che qui ha scattato con macchine di piccolo formato, l’allestimento di assoluta omogeneità e anche le scelte sulle didascalie, che non prevedono nomi, ma soltanto ruoli, tendono apparentemente a smussare, costringendoci come spettatori ad andare letteralmente a caccia, oltre che del volto noto, anche della diversità di ciascun soggetto. Un po’ come accade, per esempio, in un film come “The Crowd” di Philippe Parreno, che, giustamente, è uno dei 364 personaggi ritratti qui al MAST. Ma che, pur nella sua grandezza, resta uno tra i tanti soggetti che, solo nell’insieme, costruiscono un ritratto e un racconto plurale.