Inflazione e appalti a prezzo fisso: mense a rischio chiusura

featured 1618793
featured 1618793

Milano, 14 giu. (askanews) – Prima due anni di pandemia che -tra lockdown e smartworking- hanno svuotato i luoghi di lavoro e in particolare gli uffici. Poi, l’impennata dei costi dell’energia e delle materie prime spinte dalla crisi ucraina e dall’inflazione: il settore della ristorazione collettiva -che conta oltre 97 mila lavoratori, l’82 per cento dei quali donne- è ora in forte difficoltà.

Il 2021 ha chiuso con ancora un meno 20% di fatturato rispetto al 2019, e gli aumenti delle materie prime, assorbiti tutti dalle aziende che operano con contratti in appalto a prezzo fisso, erodono i già ridotti margini di impresa. “Oggi ci troviamo in condizioni critiche – dice Carlo Scarsciotti, presidente di Oricon, Osservatorio ristorazione collettiva e nutrizione – Abbiamo una spinta inflazionistica molto importante e un sistema di contratti a prezzo fisso: non ricordo alcun settore che con una spinta inflazionistica così forte abbia dei prezzi fissi di contratto. E’ un problema importate sul quale Oricon ha chiesto al governo di inserire nel ddl ‘Aiuti’ di inserire un emendamento che preveda la revisione dei prezzi anche per il nostro settore. E’ prevista la revisione prezzi solo per le costruzioni. Perché? Se si bloccano le costruzioni vuol dire che si blocca il Paese, e se si blocca la ristorazione collettiva?

Vuol dire forse che non si blocca nessuno?”.

Le imprese della ristorazione collettiva chiamano quindi in causa direttamente il governo chiedendo una serie di interventi che tengano in considerazione le specificità del settore che, su circa 6 miliardi di giro d’affari complessivo, vede oltre il 60% dei suoi ricavi generato da contratti pubblici.

“Le richieste sono quattro – prosegue Scarsciotti – una è sicuramente la revisione prezzi sui contratti. La seconda è il rifinanziamento degli ammortizzatori sociali. La terza è la revisione del codice appalti. Il codice appalti è stato costruito per ‘lavori’ pubblici e non per un servizio ad alta criticità come il nostro. E’ necessario, cioè, non appaltare il miglior prezzo, ma il miglio progetto”.

Quarta misura sollecitata, infine, fa riferimento ai Cam, i Criteri ambientali minimi che prevedono tra l’altro l’obbligo di fornitura di specifici prodotti biologici, il cui prezzo è lievitato ben oltre i già spinti incrementi medi dei prodotti equivalenti anche a causa della mancata programmazione delle coltivazioni in pandemia.

“Durante la pandemia la filiera biologica non ha programmato in maniera corretta le culture. Per produrre un prodotto biologico servono anni di programmazione. In questo momento ci troviamo da una parte una mancanza di alcuni prodotti e dall’altra quei pochi che ci sono vanno sui mercati price premium, prevalentemente alla gdo e al nord Europa. La ristorazione collettiva non può comprare quello che c’è sul mercato al prezzo migliore: deve comprare il prodotto previsto dal contratto. Quindi chiediamo una sospensione dei Cam per almeno due anni per permettere alla filiera di riorganizzarsi, abbassare lo spread tra domanda e offerta, e avere i prezzi pre-pandemia”

Ma cosa succederà nei prossimi messi, con il perdurare della crisi e dell’inflazione? “Alla ripresa delle scuole a settembre se non ci sarà la revisione prezzi, e con le perdite che le aziende stanno avendo, è possibile che alcune aziende recedano dai contratti per eccessiva onerosità e i bambini e i degenti negli ospedali o gli ospiti delle case di riposo potrebbero non ricevere i pasti”.

Il nostro obiettivo è creare un luogo sicuro e coinvolgente in cui gli utenti possano entrare in contatto per condividere interessi e passioni. Per migliorare l’esperienza della nostra community, sospendiamo temporaneamente i commenti sugli articoli