Intervista ai Bardamù, nuovo album: “Due randagi che amano la musica”

intervista ai Bardamù

Il 18 ottobre 2019 è uscito il nuovo album del duo jazz-hip hop, formato dai fratelli Ginaski Wop (che si diletta tra batteria, percussioni, sampler e voce) e Alfonso Tramontana (che oltre a cantare è appassionato ed esperto di pianoforte, tastiere, sintetizzatore). Alla vigilia dei loro vent’anni di carriera, i Bardamù vantano collaborazioni ed esperienze importanti. Hanno maturato la loro intrinseca natura cosmopolita tra Cuba, Barcellona e Madrid. Oggi si dividono tra l’Italia e gli Stati Uniti, apprezzati e acclamati nei jazz club più importanti di Manhattan. Vivono in simbiosi in nome della loro eterna e ineliminabile passione per la musica. Nell’intervista ai Bardamù, i due fratelli ci hanno raccontato qualcosa in più sul loro nuovo album, sulla musica jazz e sul loro spirito che definirei “positivamente randagio”.

“Stray Bop”, brano che dà il nome al disco, è una definizione coniata da Alfonso e Ginaski, un progetto di crossover basato sulla convinzione che l’hip hop sia naturale evoluzione della musica jazz. Sul loro album spiegano: “I brani sono suonati interamente dal vivo e con strumenti tradizionali. Tutto quel che si ascolta è suonato dal vivo seguendo i parametri delle classiche jazz band. Il progetto è Bop non solo per i richiami al be-bop, ma soprattutto per quel che concerne il piano concettuale”. Il rimando è alla cultura Bop propria della letteratura americana (Kerouac, Ginsberg, Corso, ecc), “dove il linguaggio e le parole vengono utilizzate in modo tale da offrire l’idea del ritmo e della velocità. Ecco perché il rap entra come parte integrante della musica (e non come semplice “commistione” o crossover”.

E proprio sul rap hanno dichiarato: “È la parte letteraria che concettualizza l’idea di “essere Stray”: perennemente in viaggio fra città e suoni. Parlare di musica “Stray Bop” non può essere paragonabile a un progetto di crossover. Non si tratta di un Collage, ma semmai di un Décollage (come i manifesti di Mimmo Rotella, che una volta strappati rivelavano la “memoria” che si celava sotto le immagini). Lo Stray Bop è un linguaggio prima d’ora mai sperimentato sotto questa forma”.

Intervista ai Bardamù, la loro musica

Da fratelli nella vita a colleghi nel mondo della musica. Ma come nasce la passione dei Bardamù? “La musica l’abbiamo respirata in casa fin da quando eravamo piccoli. Credo molto nell’educazione sentimentale e musicale. I nostri genitori ci hanno fatto ascoltare musica e si sono espressi in maniera carina nei confronti di ogni forma d’arte”, ci ha spiegato Ginaski. Ma il loro talento è ereditario: “Nostro papà è un ex musicista jazz”.

Creare un duo con il fratello, soprattutto agli inizi della loro carriera, “è stata più una condizione obbligata che una scelta”. Quindi, durante l’intervista ai Bardamù, Ginaski ha spiegato: “Mio fratello Alfonso è più grande di me, ascoltava già musica jazz. Probabilmente i suoi coetanei erano appassionati a un altro tipo di musica e volendosi dedicare a questo genere ha avuto me con cui potersi confrontare. Così è nato questo sodalizio che dura nel tempo”.
Ma qual è il surplus che contraddistingue i Bardamù nel panorama musicale? “Lo stray-bop non è solo un tipo di musica: è un modo di interpretare la vita”, così si definiscono i due fratelli.

intervista ai Bardamù

Il nuovo album

I Bardamù escono con un disco nuovo, registrato interamente a Brooklyn e arricchito dalle splendide collaborazioni con alcuni dei più importanti musicisti jazz e hip-hop del panorama musicale.

Sul nuovo progetto ci hanno spiegato: “Gran parte dell’anno viviamo a Brooklyn. Da tanti anni ci avvaliamo del nostro studio mobile: non abbiamo più una sala d’incisione, facciamo tutto in casa. Ci piace l’idea di un prodotto homemade, fatto interamente in casa”. Anche questa peculiarità li distingue da tanti altri musicisti. Durante l’intervista ai Bardamù, Ginaski ha aggiunto: “Registrando in questo modo non hai la fretta imposta da un sonico. Puoi lavorare con più dedizione per il tuo progetto. Interessante lavorare in studio mobile. Abbiamo lavorato a lungo su questo progetto”.

E ancora: “Lavorare con grandi artisti di Brooklyn e New York è venuto spontaneo. Si è trattato anche della scelta più facile: collaborare con artisti italiani è paradossalmente più difficile”.

intervista ai Bardamù

Essere “randagi”

Riprendendo il titolo del loro album, anche i Bardamù si reputano “randagi” e “musicisti cosmopoliti figli del mondo”? Si dividono principalmente tra Roma e New York e, per la stessa natura del genere jazz, risentono delle preziose influenze provenienti da ogni dove. “A noi il termine randagio piace molto e ci ritroviamo molto in questa definizione”, hanno dichiarato. E ancora: “Nella maggior parte dei casi la scelta del randagio è volontaria. Continua a viaggiare e si nutre di tutto ciò che incontra per strada. Significa anche fare i conti con sé stesso tutti i giorni e arricchirsi di nuove esperienze e conoscenze. Diventi anche una persona nuova, è un’introspezione individuale. Questo aspetto può riflettersi nella vita e nelle forme d’arte, qualsiasi esse siano. Si tratta di un modo per non restare chiusi nella propria provincia”.

Ginaski e Alfonso non hanno dubbi: “Ci sentiamo a pieno cittadini del mondo. Ne parliamo spesso: non puoi scegliere dove nascere, ma puoi scegliere dove vivere. A volte scegli tu dei luoghi, in altri case sono certe città a sceglierti, accogliendoti in un determinato modo e trasmettendoti determinate sensazioni. Ci sono luoghi che ti danno più emozioni di altri, inducendoti a fermarti per più tempo”.

Ma quanto è difficile lasciare casa e staccarsi dagli affetti di una vita? “La partenza in sé è molto difficile. Io me ne sono andato via da casa a 19 anni. Significa ricominciare da zero ogni volta. Malinconie e distanze pesano e si fanno sentire. Paradossalmente si creano persino dei conflitti con i luoghi che hai lasciato alle spalle, ma dove alla fine torni sempre. C’è sempre un ritorno”. Impossibile non fare i conti con “tanti fantasmi e tante solitudini”. Quindi hanno concluso: “Essere sradicati o autosradicarsi da un posto non è mai semplice. La trovo una cosa molto drammatica, ma anche molto attuale visite le problematiche migratorie che coinvolgono l’Italia”.

Intervista ai Bardamù, la musica jazz

In Italia la musica jazz, con quell’intreccio di melodie che raccontano storie e momenti differenti, è relegata a una cerchi ristretta di appassionati o si confronta con un terreno ancora solido? “La cultura jazz negli ultimi vent’anni ha fatto di tutto per autoghetizzarsi e rinchiudersi in parametri puramente spocchiosi e borghesi”, è il giudizio attento ed esperto dei di Alfonso e Ginaski.

Quindi, nell’intervista ai Bardamù, i due fratelli hanno aggiunto: “Questa situazione si verifica soprattutto in Italia. Negli Stati Uniti non mancano realtà che rimandano alla cultura jazz. In Italia ormai è quasi tutto relegato a “roba da conservatorio e da museo”. Poi il drastico pronostico: “Il jazz credo abbia perso la sua matrice originaria, cioè la strada. Non è più una cultura da strada. Un tempo il jazz era musica ballabile, la gente ai concerti jazz beveva, fumava erba e ballava. Adesso se vai a un concerto jazz in Italia ti confronti con un ambiente ancora più rigido rispetto a un evento di musica classica. Sono tutti in silenzio e seriosi”.

Il loro album, al contrario, è un “modo di palesare il nostro distacco totale da tale scena jazz, a cui noi non apparteniamo”. Il jazz oggi rinnega le sue origini: “Era l’hip-hop di un tempo”, commentano nell’intervista ai Badamù. E ancora: “Noi riteniamo l’hip-hop naturale evoluzione del jazz, che si interessava alle problematiche di tutti i giorni, ma anche a quelle politiche e sociali. E poi c’era anche la parte più legata allo svago. Oggi invece trovi tanta spocchia: persino nei festival jazz italiani tendenzialmente c’è più spocchia che talento”.

Sorge spontaneo il confronto con New York, dove in molti club si percepisce ancora il jazz come linguaggio ed espressione sociale”. Tuttavia, Ginaski ha tenuto a precisare che persino negli Usa, a seconda del locale di riferimento, il jazz è talvolta relegato a “messaggio stereotipato, una sorta di Disnayland”. Fortunatamente però, “il panorama americano è molto più grande rispetto a quello italiano, quindi trovi ancora micro-realtà molto più genuine e urbane. In Italia, invece, si sono persi il fascino e la carnalità che il jazz doveva trasmettere”. Forse, secondo quanto dichiarato dai Bardamù, negli ultimi anni l’unica forma di cultura jazz è la musica hip-hop.

Il rapporto tra fratelli e i sogni nel cassetto

In un duo o in un gruppo molto spesso non mancano gli screzi. Eppure Ginaski rassicura: “Siamo abbastanza complementari”.

Quindi ha spiegato: “Abbiamo degli stili abbastanza diversi e ci occupiamo anche di strumenti e arrangiamenti diversi”. Ma precisa: “A farci andare d’accordo è soprattutto la visione concorde che abbiamo sulla musica. Si tratta di un rapporto simile alla convivenza: devi trovare i punti d’incontro”. Ginaski e Alfonso proprio grazie alla musica “hanno rafforzato il legame familiare. Forse l’esperienza che abbiamo intrapreso insieme e l’esigenza di allontanarci spesso da casa ha portato a creare un progetto musicale, ma soprattutto ha reso ancora più bello e forte il nostro legame di sangue.

Ma sui sogni nel cassetto non si sbilanciano. Entrambi, infatti, dichiarano di non badare troppo al futuro. “Viviamo giorno per giorno. Non abbiamo il privilegio di prevedere e pianificare più di tanto le mosse future. Mi baso su quello che è il presente”. In particolare, spiega Ginaski, “la soddisfazione di avere tra le mani una creatura a cui abbiamo lavorato per tanti anni. E questo mi basta”.

Quindi hanno svelato: “Potrei dirti che abbiamo tanti progetti in cantiere”. Tuttavia, “questo potrebbe anche essere l’ultimo lavoro che facciamo. Dipende dagli sviluppi e da ciò che accade: quando fai musica e vivi solo di questo, diventa un lavoro a tempo pieno, devi fare i conti con il quotidiano”. Se la produzione avanzasse positivamente, “i progetti e le idee non mancano, lo stesso le collaborazioni e la voglia di lavorare con altri musicisti”.