Intervista a Massimiliano Duran. Ricordando il Mondiale conquistato contro tutti i pronostici

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Sono passati poco più di trent'anni da quel rovente 27 luglio 1990 quando, sul ring montato al centro dello stadio di Capo d'Orlando, Massimiliano Duran alzò le braccia al cielo con ai fianchi la cintura di campione mondiale Wbc dei pesi Massimi Leggeri. Aveva ventisei anni e appena sedici match nel proprio record. Eppure aveva compiuto un'impresa incredibile, alla vigilia ritenuta dagli ambienti pugilistici, dai media e dagli appassionati assolutamente impossibile. Il detentore del titolo era infatti il trentatreenne portoricano Carlos De Leon, con cinquantuno combattimenti sulle spalle e uno dei 'mostri sacri' dell'epoca, il quale aveva conquistato la cintura iridata nove anni prima difendendola ben quindici volte! Era diventato un idolo nella propria isola e negli Stati Uniti a suon di vittorie, battendo autentici fuoriclasse nelle più importanti arene del pianeta, da San Juan ad Atlantic City, da Londra a Las Vegas, da Miami a Houston...

Il portoricano, in svantaggio ai punti, percependo che l'incontro gli stava sfuggendo di mano, mentre era salito sul ring certo di una facile vittoria, al suono dell'undicesimo gong, mentre Duran stava rientrando all'angolo, lo colpì proditoriamente con un colpo al viso. Venne, così, squalificato.

L'esito dell'incontro tra Massimiliano "Momo" Duran e Carlos De Leon fu dichiarato ufficialmente la "sorpresa dell'anno" dal Wbc, il più importante degli enti mondiali.

(...) E' la fiaba del principe buono che sconfigge il drago; il David che, fra l’incredulità generale, umilia il Golia nero e questi, accecato da una furiosa impotenza, che non sa perdere neppure con onore; e il fuoco pirotecnico di spaghetti con cui gli spettatori sommergono il ring, il portoricano e la sua tracotanza; poi Momo, con le braccia levate, portato in trionfo dalla propria famiglia, il viso rivolto verso le stelle, una delle quali, forse, in quella magica notte ha brillato soltanto per lui. E gente, gente dovunque, per ore e ore, a contendersi un sorriso, una stretta di mano, un autografo di Massimiliano, che prima non era nessuno e ora ha raggiunto il proprio Everest. Una piccola-grande storia di sport, di vita… La leggenda del bambino che ha visto il paese dei balocchi, dell’uomo che ha afferrato il proprio sogno. Abbracci, brindisi, parole-parole-parole, stanchezza e gioia, il tutto condensato in un’atmosfera di eccitazione irreale, come se una gigantesca coppa di champagne avesse ubriacato l’intera Capo d’Orlando.

Quando nel 1994 il pugile di Ferrara si ritirò dall'attività, aveva vinto tutto e poteva appendere ad una parete di casa le tre cinture che sono al centro dei sogni di ogni ragazzino per la prima volta con i guantoni alle mani: quella tricolore, quella europea, quella iridata...

E' trascorso ormai tanto tempo da quella magica notte.

Oggi Massimiliano é un autorevole tecnico, la sua vita é totalmente cambiata e papà Carlos, colui che lo "scolpì" e lo portò sulla vetta del mondo, non c'é più dal tragico 2 gennaio 1990, allorché un tragico incidente stradale se lo portò via sull'autostrada Parma-La Spezia, nei pressi del casello di Brugnato.

Interrogare e ascoltare un pugile é sempre avvincente, affascinante. Un'occasione per provare emozioni. Io amo definire la boxe "sport-non solo sport" e non per vezzo, ma perché é così. Una disciplina agonistica molto particolare che esige interpreti a loro volta particolari e quindi non fatta per tutti ma per persone "diverse", speciali, che si portano sempre dentro qualcosa di profondo e originale, campioni o modesti comprimari che siano e lontani mille chilometri dai protagonisti di altri sport più ricchi e celebrati, dei quali quasi sempre si sa ciò che diranno per la piatta uniformità che li caratterizza nel loro dorato mondo di effimeri dei.

Ed ecco appunto dinanzi a noi Massimiliano Duran per chiedergli tante cose con il sistema della "botta e risposta", dal momento che non c'é da "infiorare" nulla se quanto viene detto é già "infiorato" di per se stesso...

Ricordi, Momo, quando hai detto a papà e mamma che volevi praticare il pugilato?

"Perfettamente! Ero in casa e dissi a mia madre che volevo "provare" a diventare pugile. E sottolineo "provare". Avevo 15 anni e giocavo a Calcio. Mio padre era lontano da Ferrara per lavoro e quando ritornò lei gli riferì il mio desiderio. Papà mi chiese se ero matto, se mi rendevo conto di cosa fosse salire su un ring.

Comunque alla fine entrambi i miei genitori si arresero, ponendo però delle condizioni. Papà disse che il mio tentativo era condizionato dal fatto che avessi le qualità e che ad allenarmi fosse Nando Strozzi, colui che l'aveva curato sin dal suo arrivo dall'Argentina e che egli riteneva il più grande allenatore con cui avesse avuto a che fare, mentre mia mamma mise in chiaro che avrei dovuto andare bene a scuola (ero iscritto all'Istituto Agrario dove mi avrebbe raggiunto mio fratello Alessandro) o in palestra non ci avrei messo più piede".

La prima sensazione entrando in palestra?

"L'emozione. Mi resi conto che era una specie di mondo "parallelo" intriso degli odori tipici di tutte le palestre di pugilato di un tempo. Era uno scantinato fatiscente sotto il livello della strada, tanto che i passanti curiosi si affacciavano alla finestra sopra il ring e ci guardavano dall'alto al basso. Il maestro della Vigor Ferrara, Imo Durelli, in palestra ininterrottamente per ben settant'anni dal 1926 al 1996, ci ospitava perché la Pugilistica Padana di Strozzi non esisteva più da molti anni".

La prima volta sul ring?

"Fu a Rovigo, dove ci condusse Strozzi (nel frattempo si era aggregato anche mio fratello). Incrociammo i guantoni con alcuni ragazzi più esperti e grandi di noi e andò bene ma ci volle poco a capire che la boxe non era uno scherzo...Tra le corde sei solo. Tremendamente solo".

E il primo match?

"A Molinella qualche mese dopo. Era il febbraio 1980 e nevicava a più non posso. Quando arrivammo dinanzi alla sala da ballo dove si svolgeva la manifestazione dilettantistica rimanemmo a bocca aperta. Era strapieno e a bordo ring c'erano importanti giornalisti e persino le telecamere della RAI. Qualcosa di assolutamente sproporzionato all'evento, ma si era nostro malgrado sparsa la voce che debuttavano i "figli di Duran" e questo fu il risultato. Vincemmo entrambi. Non potrò mai dimenticare la prima ripresa del mio incontro. L'avversario si chiamava Chieregatti e mi attaccò subito. Io ero molto sulle mie per superare il batticuore di quei primi passi e non potrò mai dimenticare un uomo che dalla seconda fila gridò a Chieregatti: "Butta giù quel sacco di patate". Nel round successivo fui invece io a buttare giù lui e allora a quel signore a mia volta dissi: "Hai visto bene adesso il sacco di patate?".

Gli insegnamenti più importanti che ti ha impartito Carlos?

"Mi ha insegnato tutto. Specialmente a condurre una vita serissima e a non perdere mai la forma fisica nemmeno nei periodi di vacanza o di inattività, altrimenti ogni volta é come ricominciare da zero. Ma il "comandamento" fondamentale é stato quello di imparare a parlare poco e ad ascoltare tanto sia in palestra che durante i combattimenti o non si arriva a nessun traguardo".

Hai mai provato paura sul ring?

"Mai! Preoccupazione per il risultato sì, ma paura mai o conviene cambiare sport. Mi é capitato di provare qualcosa che somiglia alla paura qualche volta però sempre nei giorni successivi al match sostenuto, quando "a freddo" ci ripensi e ti rendi conto dei rischi che talvolta hai corso".

Gli avversari più duri?

"Carlos De Leon, per la sua mostruosa abilità di sapere sfruttare anche il più piccolo errore che commetti e nella diabolica abilità di essere assolutamente imprevedibile e non inquadrabile. Poi Wamba per la precisione dei suoi colpi. Ma il più potente di tutti, con autentici bazooka nelle mani, é stato l'abruzzese Alfredo Cacciatore. Anche quando colpiva sui guantoni o sulle spalle ti spostava all'indietro. Una pesantezza di colpi incredibile".

Le maggiori soddisfazioni?

"Ovviamente la conquista del titolo mondiale. In realtà però devo confessare che persino più grande é stata la gioia per la conquista della cintura tricolore, la prima della mia carriera e quella che mi ha spalancato le porte verso il campionato del Mondo e d'Europa. Il detentore era proprio Cacciatore, che era nella mia stessa scuderia. Tutti, dico tutti, mi davano spacciato. Anche i comuni compagni di palestra. Tante volte é stato così durante la mia carriera.

Sostenemmo un incontro tipo Rocky contro Ivan Drago che ancora oggi molti ritengono il più duro e spettacolare mai disputatosi in Italia nella nostra categoria. Nei primi round toccai il tappeto due volte e due volte mi rialzai. Mio padre mi diceva all'angolo di stringere i denti perché da lì a poco la bufera sarebbe finita...Ancora una volta aveva ragione! Vinsi per kot alla decima ripresa, mentre il pubblico saltava sulle sedie. Meraviglioso...".

E quando tuo padre ti diede uno schiaffo all'angolo in diretta Rai?

"E come si può dimenticare! Eravamo al Casino di S. Pellegrino Terme e affrontavo l'insidioso Lusikina, un altissimo zairese residente a Roma. Al quarto round lo misi indifficoltà e nel quinto, invece di spingere, cominciai a giocherellare. Finita la ripresa mi sedetti sullo sgabello e papà mi urlò di smettere di fare lo scemo, perché stavo rischiando di farlo riprendere e di diventare ancora pericoloso. Il tutto condensato da uno schiaffo per richiamarmi alla concentazione e all'ordine. Io gli risposi con un destro istintivo sulla spalla, ovviamente appena accennato, mentre le telecamere erano proprio puntate su di noi e il telecronista Mario Guerini non sapeva che dire. Al gong, interiorizzato il richiamo di papà, partii all'attacco e dopo pochi secondi l'arbitro dichiarò il ko di Lusikina! Una volta ancora aveva avuto ragione lui".

Quando e come hai deciso di diventare un tecnico?

"Dopo essermi ritirato sono stato lontano dalla palestra un anno. Dovevo metabolizzare l'addio e lasciarmi alle spalle del tutto la perdita di mio padre. Mio fratello era rimasto in un certo senso solo, perché nessuno era in effetti in grado di rimpiazzare papà. Un giorno il suo manager, Salvatore Cherchi, mi chiese di aiutarlo e di cominciare ad allenarlo. Lo feci. In verità, già da molto tempo mi piaceva osservare gli incontri, studiarne i particolari e i contorni cercando di capire cosa un pugile doveva o non doveva fare...

Per diventare un buon allenatore bisogna usare molto il cervello, creare un rapporto di assoluta fiducia con l'atleta e avere tanta voglia d'imparare, di ascoltare. E' determinante trovare la minuscola "scintilla", il particolare che trasforma il buon pugile in un ottimo pugile. Ogni occasione é preziosa. Una mossa, un esercizio, una parola possono uscire anche nei contesti più modesti e allora si copia. Non c'é niente di male a copiare dagli altri le cose buone perché é così che si cresce. Guai a ritenersi perfetti, i migliori del mondo!".

Le maggiori soddisfazioni da tecnico?

"Me le hanno regalate mio fratello Alessandro e Stefano Zoff. Abbiamo vinto battaglie che ci vedevano del tutto sfavoriti. Si vede che é il mio destino!

Alessandro, per ovvi motivi, lo conosco come le mie tasche e non facevo in tempo a consigliarlo che già stava facendo ciò che gli chiedevo.

Zoff invece arrivò a Ferrara che sembrava ormai in precoce declino, invece conquistammo prima l'Italia, poi l'Europa e infine il mondo! Andammo a Le Cannet per affrontare Julien Lorcy, l'idolo di Francia e detentore della cintura iridata dei pesi leggeri, con un record di 44 match vinti (quasi tutti per ko) e una sola sconfitta. Ci guardavano come se fossimo prossimi a salire sul patibolo e tutti erano certi che sarebbe finita malissimo.

Prima di raggiungere l'arena, nella hall dell'hotel dissi a Stefano: "Solo due persone credono che abbiamo la possibilità di vincere stasera: io e te! Se non dimenticherai quello che abbiamo fatto in palestra e ciò che abbiamo studiato a tavolino, vedrai che sorpresa faremo!". Stefano rispose: "Ne sono assolutamente convinto anch'io!". Era il 7 Agosto 1999... Un paio d'ore dopo eravamo al telefono per annunciare alle nostre case che eravamo diventati campioni del Mondo!".

Come sogni il pugilato italiano di domani?

"Per usare una metafora, la boxe é come un treno. Davanti ha la motrice e dietro una lunga fila di vagoni. La motrice é il professionismo e se non riparte quello anche il resto si ferma. Sogno un professionismo vero, in cui il pugile possa davvero fare il pugile a tempo pieno o quasi, guadagnando in modo dignitoso e tale da consentirgli di fare la vita da atleta e non solo negli stressanti momenti sottratti al lavoro e alla famiglia.

Quando eravamo in attività noi, su cento pugili novanta vivevano di pugilato e dieci anche di altro. Ora la situazione si é ribaltata. Ci sono ancora tanti talenti nelle palestre italiane, ma si perdono, si demotivano...

Allenarsi nei ritagli di tempo e combattere per quattro euro rende quasi impossibile competere a livelli alti, quando ti trovi davanti rivali che sono forti più o meno come te ("lassù" non esistono "brocchi"!), ma pagati bene e dediti esclusivamente al ring.

Ecco. Quando un atleta tornerà a dire con orgoglio di vivere di boxe e di essere in grado di prepare almeno un futuro migliore per sè e la famiglia, allora l'Italia pugilistica ritonerà alla grande".

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