Invio di truppe e una base navale. La strategia di Erdogan in Libia

Giuseppe Didonna

La Turchia è decisa a consolidare la propria presenza nel Mediterraneo orientale e proteggere i propri interessi al largo di Cipro attraverso l'invio di un contingente militare in Libia per un anno. La mozione che sancisce l'arrivo dei militari di Ankara in Libia è stata votata a maggioranza assoluta dal Parlamento di Ankara lo scorso 2 gennaio, grazie ai voti del partito Akp del presidente Recep Tayyip Erdogan e degli alleati ultranazionalisti dell'Mhp.

Contrari tutti i partiti di opposizione, a differenza di quanto avvenuto per il recente intervento militare in Siria, quando solo i filo curdi dell'Hdp si opposero all'offensiva. Un fattore che espone Erdogan a una perdita di consenso all'interno del Paese e di cui il presidente dovrà tenere conto.

L'invio di militari segue la firma di due protocolli tra il governo di Tripoli di Fayez al Serraj ed Erdogan, il primo relativo il riconoscimento della giurisdizione turca su un tratto di mare al largo del Mediterraneo; il secondo riguardante forme di cooperazione militare tra i due eserciti. La mozione giunta in Parlamento parla di un invio di truppe mirato "a sostenere il governo legittimo di Tripoli", difendere "i diritti della Turchia sanciti dai protocolli siglati dai due governi", prevenire "una rinascita di gruppi terroristici come Al Qaeda e Isis" così come "migrazioni di massa" e garantire "pace e stabilita'" attraverso il rilancio "di un processo politico e diplomatico".

L'opzione militare

Al di là del testo della mozione è chiaro il messaggio di Erdogan, che non tollerererà alcuna mossa mirata a escludere la Turchia dalla gestione delle risorse energetiche del Mediterraneo orientale. Una risposta chiara alla Grecia, Cipro Sud, Israele, Egitto, Emirati e Arabia Saudita, con Ankara che aggiunge un nuovo tassello alla cooperazione già in atto con Qatar, Somalia, Sudan e Gibuti.

L'invio di truppe, secondo Ankara legittimo, in quanto richiesto direttamente da Serraj, va oltre la pura determinazione della Turchia a raggiungere i propri obiettivi nell'area e si potrebbe tradurre in un vero e proprio intervento militare contro le truppe del generale Khalifa Haftar, rivale di Serraj, nel caso la presenza turca non dovesse funzionare come puro deterrente e l'offensiva di quat'ultimo su Tripoli dovesse continuare. Extrema ratio, che Erdogan considera comunque legittima sulla base del fatto che diversi gruppi paramilitari, "terroristici" secondo Ankara, combattono al fianco di Haftar.

La base navale

Oltre all'invio di un contingente militare, Erdogan pensa a stabilire una base navale in Libia, che gli consentirebbe di aumentare il proprio peso nell'area, esattamente come avvenuto con la base militare in Qatar, centrale per la Turchia per giocare un ruolo nelle tensioni del Golfo.

Una base navale consentirebbe inoltre ad Ankara di avere un appoggio logistico per addestrare gli uomini di Serraj e fornire loro sostegno logistico e tecnico in maniera assai piu' concreta; un'opzione che si spinge oltre la semplice difesa degli interessi nazionali e la prevenzione di una rinascita del terrorismo e di una crisi umanitaria, fino a sancire una presenza stabile della Turchia nel mediterraneo orientale e dare la possibilità ad Ankara di lanciare un'offensiva militare per difendere i propri interessi e prevenire la possibilità di essere tagliata fuori dalla gestione delle risorse energetiche al largo di Cipro. Un'offensiva che Erdogan giustifica con il fatto che l'esercito di Haftar si avvale di gruppi paramilitari illegali, che il presidente turco considera alla stregua di "terroristi".