“Io, italiano fuggito da Shanghai, vi racconto l’inferno del lockdown”: la testimonianza di Filippo Testa

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Mentre in Italia, e in generale in Europa, si va verso l’allentamento delle restrizioni e l’inizio di una fase di convivenza con la pandemia, a Shanghai il Covid continua a fare paura. La città, una metropoli da oltre 26 milioni di abitanti, è infatti tornata in un durissimo lockdown ormai da settimane. Le immagini giunte, anche grazie ai social network, fino in Occidente mostrano bambini separati dai genitori perché positivi, cani-robot che pattugliano le strade e rivolte degli abitanti rimasti intrappolati nelle case senza cibo e acqua. Filippo Testa, italiano a Shanghai, ha vissuto tutto questo, è riuscito a tornare in Italia e oggi ci racconta la sua esperienza nella città in isolamento.

Com’è iniziato il lockdown e com’è stata la tua esperienza durante l’isolamento?

Il lockdown a Shanghai è iniziato un po’ a macchia di leopardo. La situazione è peggiorata già a partire da fine febbraio. La politica della Cina è la famosa “zero Covid”, quindi nessun caso. Ogni volta che trovano uno o più casi in una determinata zona della città, grazie al tracciamento sul cellulare bloccano l’intero compound e mettono le persone in isolamento. Non è come in Italia dove se sei positivo sta a te restare a casa. In Cina ti bloccano ovunque tu sia, che sia in un bar, un ristornate o in ufficio: arrivano le pattuglie, ti recintano e non ti fanno più uscire. Quindi vivevamo con l’ansia, tanto da portarci un cuscino e un cambio in ufficio nel caso ci bloccassero all’interno. La situazione è degenerata, in particolare a inizio marzo. Il lockdown vero e proprio è iniziato il 28, ma già da prima avevamo paura di uscire. Il 28 marzo, senza preavviso, hanno chiuso Pudong, una delle due aree in cui è divisa la città. Hanno annunciato che il lockdown sarebbe durato solo cinque giorni, ma così non è stato. Dopo Pudong è stata la volta di Puxi, la zona dove abitavo io e dove vivono moltissimi expat.

Durante il lockdown non potevate uscire per nessun motivo?

No, assolutamente. Le porte devono rimanere necessariamente chiuse. Non potevamo neppure scendere per portare la spazzatura, dovevamo lasciarla fuori dalla porta di casa in attesa che il guardiano venisse a prenderla.

Chiusi così in casa, da un momento all’altro, come avete fatto con cibo, acqua, generi di prima necessità?

A Pudong è stata ancora più dura perché non c’è stato nessun tipo di preavviso, infatti lì molte persone hanno avuto problemi di cibo e acqua. Noi a Puxi abbiamo avuto due giorni di preavviso. Dopo che hanno chiuso a Pudong, abbiamo capito e abbiamo avuto il tempo di andare a comprare qualcosa, ma i supermercati sono stati svaligiati in poche ore, nonostante la paura di contrarre il Covid negli affollamenti. La maggior parte della gente, però, non si è preparata per un lockdown così lungo e così duro e a differenza dell’Europa il lockdown lì è un vero lockdown: anche i supermercati sono chiusi, quindi andare a comprare cibo è impossibile.

Il governo ha provveduto e sta provvedendo in qualche modo alla mancanza di cibo e acqua?

Nella mia zona il governo ha provveduto solo una volta con un sacchetto di frutta e verdura. Una volta a settimana, a volte, è possibile ricevere qualcosa ma non è sufficiente. I delivery sono pochissimi per una città di 26 milioni di abitanti. Per lo più ci si organizza per palazzi (che sono composti da centinaia o addirittura migliaia di persone): si creano delle chat attraverso cui ci si organizza per fare ordini all’ingrosso.

Tu hai avuto la fortuna di non avere il Covid.

Esatto. La nostra paura più grande non era contagiarci per la malattia in sé ma per le misure attuate per chi ha il Covid, è quello che terrorizza tutti.

Cosa succede a chi è positivo?

I test vengono effettuati direttamente sotto il palazzo. Dopo sei ore hai il risultato. Se risulti positivo (parlo per esperienza di amici), ti chiamano o si presentano direttamente alla porta di casa tua per un ulteriore test, poi ti portano in un centro di quarantena, dei veri e propri hangar piene di brandine ammassate l’una all’altra, in condizioni igienico-sanitarie non adeguate, con le luci sempre accese, anche di notte, per cui è impossibile dormire. Uomini e donne, anziani e bambini, persone sintomatiche e non, tutti sono lasciati insieme. Non c’è acqua calda, non ci sono docce, i bagni sono in comune. Non si sa quando ti rilasciano. Devi avere due o tre test negativi per poter uscire, ma chi esce non è più ben accetto a casa: il compound vede male chi è stato nei centri per positivi, perché la paura è che la persona possa tornare positiva ed essere un danno per il palazzo, perché per ogni nuovo positivo sono altri 14 giorni di quarantena per l’intero edificio. È un loop infinito.

Come hai fatto ad andartene?

Io avrei dovuto lasciare la Cina il 29 marzo per tornare in Italia, ma il 28 hanno chiuso tutto, aeroporto compreso. Hanno cancellato il mio volo e io sono rimasto chiuso in casa senza nulla perché avevo già fatto il trasloco. Mi hanno cancellato 4 voli, finché non ho deciso di cambiare compagnia aerea. Consiglio a tutti quelli che vogliono scappare in questo momento di prenotare con compagnie cinesi, le uniche che volano al momento.

Qual è la situazione negli aeroporti?

Il problema non è solo l’aeroporto, ma anche come raggiungerlo. Per uscire dal compound c’è bisogno di permessi speciali. Da straniero, ho avuto la fortuna di avere il consolato che mi ha aiutato a mettermi in contatto con il comitato distrettuale. Ogni compound appartiene a un comitato che dà gli ordini e decide chi può uscire e chi no. Il mio comitato aveva detto no, ma alla fine hanno ceduto sulla spinta del consolato. A un patto: se fossi uscito di casa, non sarei più potuto rientrare, quindi se mi avessero cancellato il volo sarei rimasto bloccato in aeroporto (un aeroporto deserto, dove non mi sarei potuto procurare neppure cibo e acqua). Per raggiungere l’aeroporto, poi, bisogna servirsi di driver autorizzati dalla municipalità di Shanghai. Purtroppo sono talmente pochi che i prezzi sono altissimi. Normalmente il tragitto per l’aeroporto costa sui 30 euro, ora arriva fino a 900. In alternativa si può, come ho fatto io, prendere un autobus, ma è molto difficile muoversi. Una volta arrivati in aeroporto non c’è personale a terra. Il mio check in è durato più di due ore perché c’erano solo due persone per un intero volo.

Dalla tua finestra hai assistito ad alcune delle rivolte scoppiate in città?

No, ma anche nelle chat di gruppo in cui i cinesi parlavano tra loro per la prima volta li ho visti criticare le scelte del proprio Paese. Già questo è un atto importante, rivoluzionario in Cina, in un Paese dove nessuno parla di politica e nessuno mette in dubbio il partito. Già solo parlarne è una cosa importante. Le rivolte per strada sono qualcosa di ancora più strano, è davvero una novità.

Pensi che questa novità si esaurirà qui o produrrà dei cambiamenti nella società cinese più a lungo termine?

Penso che finirà con il lockdown. Shanghai è la città più progressista della Cina, centro dell’economia. La gente è diversa da quella delle altre città, meno occidentalizzate, quindi ha la tendenza a essere un po’ più “ribelle” della media cinese, ma non credo che dopo il lockdown continueranno su questa strada.

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