Io sono Giorgia. Ma anche Giorgio

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Meloni/Almirante (Photo: ANSA)
Meloni/Almirante (Photo: ANSA)

“Siamo figli della nostra storia (...), ma non ho alcuna paura a ribadire per l’ennesima volta di non avere il culto del fascismo”. Per questa decisiva professione di fede bisogna arrivare a pagina 271, verso la fine, del libro autobiografico della Meloni, “Io sono Giorgia”, Rizzoli. Insomma, lo aveva detto, anzi, scritto. Una risposta a chi, nel pieno della polemica sul caso Fidanza e sull’epica di Castellino chiedeva a lei, Giorgia Meloni, distanza e rifiuti. Un tempo si diceva, andare ai testi. Ecco, il Giorgia libro circola da mesi, ma una certosina lettura vale di più, in questi casi. Meloni non riconosce la matrice dell’irruzione nella sede della Cgil a Roma, ma con quella matrice avrebbe fatto i conti.

Quindi, qualsiasi discorso si potrebbe chiudere qui. Giorgia non è fascista, ma si prende tutta la storia post fascista dei fascisti, compresa la fiamma. “Ho raccolto il testimone di una storia lunga settant’anni” (pag. 162), “Non volevo tradire gli ideali di una storia lunga settant’anni” (pag. 172), “non abbiamo dimenticato da dove veniamo” (pag. 119). Se Gianfranco Fini aveva operato delle poderose cesure, Giorgia Meloni quando decide di fare FdI (21 dicembre 2012, “un nuovo partito per un’antica tradizione”, pag.175)), riannoda il filo con il Msi, fondato nel secondo dopoguerra da Giorgio Almirante.

Da Wikipedia sul Msi:

“Fondato il 26 dicembre 1946 da reduci della Repubblica Sociale Italiana come Giorgio Almirante, Pino Romualdi ed ex esponenti del regime fascista, il simbolo del partito (la fiamma tricolore, emblema degli arditi della prima guerra mondiale) fu scelto nel 1947. Fondato «in opposizione al sistema democratico per mantenere viva l’idea del fascismo» nell’Italia repubblicana, non condannandolo espressamente; allo stesso tempo e a differenza di altri movimenti neofascisti sottolineò ripetutamente di non aver alcuna intenzione di riportare in vita il vecchio regime, ormai fuori dal tempo. Tale atteggiamento trovò efficacia nella formula «Non rinnegare, non restaurare», coniata da Augusto De Marsanich, segretario dal 1950 al 1954 e presidente dal 1954 al 1972. La dizione “Destra Nazionale” risale all’unione con il Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica del 1972.

A partire dalla fine degli anni 1970 e l’inizio degli anni 1980, sebbene rimanessero delle componenti interne ancora fortemente legate al fascismo e agli ambiti della destra radicale (come l’area intransigente rautiana), si verificò un mutamento di strategia e di sostanziale accettazione delle regole costituzionali e democratiche che avrebbe condotto alla svolta di Fiuggi.

Il 27 gennaio 1995 confluì in maggioranza in Alleanza Nazionale e in parte nel Movimento Sociale Fiamma Tricolore”.

La storia a cui fa riferimento Giorgia è questa. L’Msi di Giorgio Almirante (che riempiva piazza del Popolo a Roma ad ogni comizio e finiva con migliaia di braccia tese con il noto saluto romano) ha legittimamente compiuto il suo cammino, non senza ombre, raggiungendo anche il 10% di consensi (FdI, sondaggi a parte, alle politiche del 2018 ha ottenuto il 4,35%), in tempi in cui l’Italia non si asteneva e votava. Niente da dire, dunque, per Giorgia (molto Giorgio, a questo punto). E forse anche oltre Giorgio quando scrive, pag. 271, “conosco ogni storia dei giovani sacrificati negli anni Settanta sull’altare dell’antifascismo. Talvolta solo per aver scritto un tema a scuola, e per questo condannati a morte. Questa violenza culturale oltre che fisica, ha certamente generato in me una ferma ribellione nei confronti dell’antifascismo politico. Non lo nego affatto”. Giorgia Meloni però vede solo una parte di quegli anni (c’erano giovani vittime della violenza fascista in una folle rincorsa di opposti estremismi in cui imperversava il terrorismo rosso e quello nero, la cui matrice ha ancora dei contorni da accertare). Altrove scrive così: “La democrazia in Europa non è tornata nel 1945 con la sconfitta della Germania nazista e dell’Italia fascista, come ci piace raccontare, ma solo nel 1989, quando si è dissolto il blocco sovietico” (pag. 225-226).

Giorgia parla di sé e delle sue idee come fosse dentro una saga e lei l’eroina. Essa stessa si mette nel ruolo minore in una storia maggiore, in cui, soldato guidato da epiche convinzioni, un giorno sarà vincitore, come padron Frodo nel Signore degli Anelli, di cui i riferimenti sono molteplici. Saga e favola, insieme, con la sua vita da single e poi madre e poi donna e poi leader. Costruire, distruggere e forse, poi vincere. Dove avere un nemico e stroncarlo resta il pre requisito fondamentale. Leggiamo, (pag. 202):

“Il pensiero di sinistra, ieri come oggi, è un’ideologia totalizzante in nome della quale si è disposti a giustificare qualunque forma di sopraffazione e di violenza”.

Contrapposta alla destra a cui pensa e in cui crede ” carica della mitezza, dell’umanità e della pietà che solo chi non perde il contatto con il mondo reale può custodire” (pag. 202). Quindi, Giorgia va al mare a Focene-Coccia di Morto, altro che Capalbio. Legge Scruton, Celine, cita Almirante e canta Guccini e De André, protagonista di una quotidianità come la vostra, un po’ Jessica e un po’ Luana, nelle sue piccole storie di ogni giorno.

“La palestra è anche uno dei pochi posti al mondo dove ho tollerato che qualcuno mi insultasse senza reagire: ‘Daje a balè che me stai a scredita la palestra’. Fabrizio, il mio istruttore, è così. Mi chiamava balena anche quando ero magrissima. E’ il suo modo di spronarti. Peggio di lui solo Antonio, il mio parrucchiere, sempre implacabile quando mi lascio un po’ andare. Ricordo quando, dopo aver messo qualche chilo, gli dissi che secondo me aveva esagerato con i colpi di sole che mi aveva fatto. La risposta fu secca, nel suo stile perfido e sempre allegro: ’Volevo sperimentare il look Barbie cicciona”. (pag. 156)

E giù, naturalmente, botte d’empatia con stoccate al nemico.

“Da qualche tempo la sinistra benpensante ha preso di mira anche il mondo delle palestre e dello sport, come se dedicare tempo e fare attività fisica e a curare il proprio corpo sia sinonimo di violenza o arretratezza. Invece a me le palestre piacciono e penso che lo sport sia la cosa più sana che i giovani possano fare, sicuramente molto meglio che bere, farsi le canne o passare il tempo davanti ai videogiochi” (pag. 154-155).

Insomma, sull’altare del signora mia peste e corna degli avversari e qui siamo al tocco più lieve. La nostra Giovanna D’Arco è in guerra perenne con la sinistra, con l’Europa, ma essa stessa così facendo si riporta indietro, si mette nel fondo scena, fino a Colle Oppio.

E poi formule magiche, come quel patrioti ripetuto alla noia che finisce per avere la stessa consistenza dell’ I care veltroniano. Anche se lo scorge nelle parole degli altri e allora Giorgia si illumina e si rifa Giorgio e cita Almirante: “Quando vedi la tua verità fiorire sulle labbra del tuo nemico, devi gioire, perché questo è il segno della vittoria” (pag. 157). Ma, per il momento, la vittoria non c’è e la cavalcata nelle terre invise con alberi parlanti e orizzonti lontanissimi continua, in mezzo a poteri in direzione ostinata e contraria.

“L’ho messo in conto e ho deciso di schierarmi lo stesso sul campo di battaglia. Come nel Medioevo faceva chi combatteva in prima fila sapendo che poteva essere il primo a cadere, colpito da un dardo o come faceva chi durante la Grande Guerra avanzava pregando Dio che il cannone lo schivasse. Oggi dardi e cannoni non si usano più, i metodi per colpirti sono molto più subdoli e sofisticati. Ho messo in conto anche questo, ma non diserterò. E la guerra dei nostri tempi, e io sono soldato”. (pag. 323).

Ecco Giorgia, scenda da cavallo, esca dalla saga, lasci stare dardi ed eserciti . Per governare, se veramente lo vuole, dovrà sporcarsi le mani. E avere una maggioranza. Non saranno tutti patrioti con la verità in tasca. Al massimo, avranno una mentina in bocca. Anche quella non guasta.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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