Israele in un vicolo cieco: i rischi per Netanyahu e per la regione

Red
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Image from askanews web site
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Roma, 26 mar. (askanews) - Quattro elezioni in meno di due anni non sono riuscite a schiarire l'orizzonte politico in Israele. Il primo ministro uscente Benjamin Netanyahu e il suo partito Likud sono usciti vincitori dalle urne, ma non avranno alcuna maggioranza di governo. Troppo pochi i 51 seggi conquistati assieme ai loro alleati per sperare di portare a compimento il progetto iniziale di 'Bibi': formare un esecutivo forte e stabile, in grado di governare senza fragili accordi di compromesso, e magari capace di impedire con una legge ad hoc il perseguimento giudiziario del premier in carica. Di difficile attuazione, d'altra parte, è l'ipotesi di un governo degli altri, l'eterogeno gruppo di opposizione all'uomo forte dello Stato ebraico che - nel complesso - ha ottenuto dalle urne ben 57 seggi. I movimenti del campo anti-Netanyahu, che include il leader di Blue e Bianco e alleato nell'esecutivo del premier uscente, Benny Gantz, sono troppo distanti su un numero molteplice di temi per poter sperare di guidare il Paese. Una incompatibilità di interessi su cui Netanyahu ha puntato il dito a più riprese, per farne un'importante forza propulsiva in vista della nascita di un suo nuovo esecutivo.

L'ago della bilancia, che in un primo momento sembrava essersi fermato su Yamina, il partito di destra guidato da Naftali Bennett, si è ora spostato sulla formazione arabo-islamista, Ra'am, la cui leadership appartiene a Mansour Abbas. Nessuno dei due si è apertamente schierato a favore o contro un'alleanza di governo con Netanyahu. Ma di certo il primo ministro uscente avrebbe bisogno del sostegno di entrambi per poter tornare alla guida dell'esecutivo. Un esito non scontato, che richiederà settimane di negoziati - tra l'altro già iniziati -, e che potrebbe concludersi con uno scenario da incubo per i cittadini dello Stato ebraico: il ritorno alle urne, il quinto in poco più di due anni, entro fine anno. In piena pandemia di coronavirus e con il rischio di un proseguimento dei processi a carico di Netanyahu, si tratta di un'opzione che lo stesso leader del Likud eviterebbe volentieri, nonostante lo stesso Bibi l'abbia indicata a caldo come unica alternativa a un suo nuovo governo.

Certo, se il voto del 23 marzo doveva essere un referendum su Netanyahu, il voto ha sancito - ancora una volta - il suo successo, più personale che di partito. Malgrado il fardello dei processi a suo carico, il premier è riuscito a sfruttare a suo vantaggio il contesto politico interno ed estero, puntando forte soprattutto sulla gestione della pandemia di Covid-19, sul successo della campagna di vaccinazione israeliana, e sulla strategia assunta con una parte del mondo arabo, con i cosiddetti Accordi di Abramo, in un'ottica di contrasto alla Turchia e alla Repubblica islamica d'Iran. Netanyahu, insomma, si è presentato ai suoi connazionali, ancora una volta, come l'unico uomo in grado di garantire la sicurezza sul fronte interno - nella lotta al Covid - e su quello diplomatico, contro il nemico giurato iraniano.

Ma già poche ore dopo la chiusura delle urne e nonostante le dichiarazioni di rito, Bibi aveva capito che tutto ciò non sarebbe bastato. E neppure Bennett - che si è presentato come alternativo a Netanyahu - sarebbe sufficiente da solo a risolvere i problemi del premier, determinando al massimo una situazione di parità in Parlamento inutile a entrambi i fronti contrapposti. Tra l'altro, la sua eventuale adesione sarebbe condizionata a una serie di concessioni su alcune battaglie di principio di Yamina, prime fra tutte la questione dell'ampliamento delle colonie e dell'annessione della Cisgiordania. Un via libera che sbloccherebbe l'impasse, ma rafforzerebbe la componente di destra della coalizione perché - è facile prevedere - la formazione di governo sarebbe rafforzata a questo punto dai voti dei movimenti religiosi ortodossi Shas e Torah e dall'ingresso nella maggioranza del partito Religious Zionist, che però è fautore di posizioni estremiste e omofobe. Uno scenario da 'incubo' lo definisce Haaretz, visto che si tratterebbe del governo più estremo nella storia d'Israele, con un'agenda che persino Netanyahu farebbe fatica a sostenere nel tempo. Né l'Unione europea né l'amministrazione democratica Usa del presidente Joe Biden, d'altra parte, si affretterebbero a dare il proprio sostegno a un governo israeliano di questo tipo.

Non meno problematica si presenta l'opzione Abbas, almeno stando al fallimento iniziale di tutte le acrobazie diplomatiche e i tentativi di persuasione compiuti in queste ore da alcuni esponenti del Likud sugli alleati della coalizione pro-Bibi. La fazione del sionismo religioso di estrema destra guidata da Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir ha già scartato come irrealizzabile un accordo di governo con gli arabo-islamisti di Ra'am. E ancora oggi sembra irremovibile su questa posizione, sebbene appare indubbio che Netanyahu non si arrenderà facilmente. Se la sua sopravvivenza dipendesse esclusivamente da Abbas - come sembra, allo stato attuale -, c'è da giurarci che il Likud farà di tutto per costringere Smotrich e Ben-Gvir a più miti consigli.

Senza contare che un'alleanza con il partito arabo rappresenterebbe una rivoluzione, giustificata dal momento storico del Paese, ma difficile da far digerire a buona parte degli esponenti del Likud. Alcuni politici del partito di Netanyahu si sono affrettati a bollare come "un grave errore" anche solo l'ipotesi di una trattativa, confermando le difficoltà di una tale soluzione politica. D'altra parte, lo stesso leader di Ra'am farebbe molta fatica a fornire il proprio sostegno - anche solo esterno - a un governo che di tanto in tanto decide di ordinare alle sue forze armate di bombardare la Striscia di Gaza, anche solo come azione di rappresaglia. E' accaduto anche la sera delle elezioni. E potrebbe succedere ancora in futuro, a meno che Netanyahu non dovesse raggiungere un accordo a lungo termine con Hamas, con 'sanguinose' concessioni dello Stato ebraico e il rilascio di centinaia di prigionieri palestinesi. Di certo c'è che i vicini d'Israele sono preoccupati. Il Libano e l'Autorità nazionale palestinese, soprattutto, guardano con interesse a ciò che accadrà nello Stato ebraico, e che avrà inevitabili conseguenze sulla loro sicurezza, in un momento in cui sono chiamati a rispondere alla grave crisi sanitaria legata al Covid.

Lo scenario internazionale che l'ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha lasciato in Medio Oriente è certamente favorevole a Netanyahu e a un suo nuovo esecutivo. Ma le cose potrebbero cambiare rapidamente. Con l'arrivo alla Casa Bianca del democratico Joe Biden il quadro potrebbe complicarsi, soprattutto se si guarda ai rapporti con l'Arabia Saudita e alla dichiarata intenzione di riportare gli Usa nell'accordo sul programma nucleare iraniano. Si tratta di grandi fattori di rischio per Israele e Netanyahu sa bene che costruire un governo forte e stabile, in grado di dialogare 'alla pari' con la nuova amministrazione Usa e di affrontare senza ripercussioni né indugi le principali questioni regionali, rappresenta un imperativo di vitale importanza per lo Stato ebraico.

Né gioca a favore di Netanyahu il fattore tempo. Entro il 9 aprile, Israele dovrà presentare la sua risposta alla Corte penale internazionale dell'Aia, il cui pubblico ministero sta cercando di avviare un'indagine sui sospetti di crimini di guerra compiuti nei territori palestinesi. Inoltre, il 4 luglio è la data fissata dall'amministrazione Biden per tirare fuori il Paese dalla fase più dura della pandemia di coronavirus. E quanto più la lotta al Covid-19 sarà connotata dal successo, tanto più gli Stati Uniti di Biden potranno dedicare la loro attenzione alle nuove iniziative diplomatiche, sia nei confronti dell'Iran che sulla questione palestinese. Netanyahu, dunque, deve approfittare di questa finestra d'opportunità ed ha tutto l'interesse a reinsediarsi con un governo stabile il più presto possibile. La strategia è restare ancorati a un percorso avviato cinque anni fa e che, di fatto, ha ridisegnato gli equilibri nella regione. Spetterà al presidente Reuvlen Rivlin, il cui mandato è in scadenza a luglio 2021, decidere quale direzione intraprendere. Ma un governo troppo eterogeneo, traballante o persino 'dimissionario', perché già orientato a un nuovo voto, sarebbe un passo falso nella strategia israeliana e una sconfitta, forse definitiva, per Netanyahu. (articolo di Corrado Accaputo)