In Italia 5mila bambine a rischio infibulazione. C'è chi si ribella: 3 storie di mutilazione

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TOPSHOT - An internal displaced mother, who fled the violence in Ethiopia's Tigray region, carries her child as she receives donated items from the citys individuals organized by Self-volunteer Mahlet Tadesse, 27, in Mekele, the capital of Tigray region, Ethiopia, on June 22, 2021. - Mahlet Tadesse, a former business woman now studying masters in socialogy at Mekelle University, supports about 100 women with 155 kids  at Midregenet Elderly Center. She negotiated with the city to transform the public building into an IDP camp to host pregnant or lactating mothers from other IDP camps in inferior conditions two months ago. (Photo by Yasuyoshi CHIBA / AFP) (Photo by YASUYOSHI CHIBA/AFP via Getty Images) (Photo: YASUYOSHI CHIBA via AFP via Getty Images)
TOPSHOT - An internal displaced mother, who fled the violence in Ethiopia's Tigray region, carries her child as she receives donated items from the citys individuals organized by Self-volunteer Mahlet Tadesse, 27, in Mekele, the capital of Tigray region, Ethiopia, on June 22, 2021. - Mahlet Tadesse, a former business woman now studying masters in socialogy at Mekelle University, supports about 100 women with 155 kids at Midregenet Elderly Center. She negotiated with the city to transform the public building into an IDP camp to host pregnant or lactating mothers from other IDP camps in inferior conditions two months ago. (Photo by Yasuyoshi CHIBA / AFP) (Photo by YASUYOSHI CHIBA/AFP via Getty Images) (Photo: YASUYOSHI CHIBA via AFP via Getty Images)

Un uomo residente a Piacenza ha fatto infibulare le due figlie minorenni durante un viaggio in Africa. È stato arrestato dopo essere stato denunciato dalla moglie, probabilmente ignara delle intenzioni del marito. L’ipotesi di reato è appunto infibulazione, con l’aggravante di averla eseguita su due minori.

Un caso di cronaca recente che ha riportato l’attenzione su un fenomeno, quello delle mutilazioni genitali femminili (MGF), che anche in Italia è molto presente. Sono ancora tanti i casi di donne e bambine che vivono nel nostro Paese e vengono portate nei paesi d’origine per essere infibulate. Anche se il fenomeno, negli ultimi anni, sembra essere in diminuzione. “Attualmente, sono circa 4.600 le bambine in Italia a rischio infibulazione, la maggior parte di origine somala. Un dato positivo è che, negli ultimi anni, si sta assistendo a una sensibile inversione della tendenza a praticare questa pratica barbara e incivile” spiega Elisabetta Aldrovandi, garante della Lombardia per la tutela delle vittime di reato e presidente dell’Osservatorio Nazionale Sostegno Vittime. “Solo il 9% delle donne è favorevole alla pratica, delle quali ben il 97% ha subito la mutilazione. Aumentano i casi di donne che attivamente contrastano questo sistema, più o meno intorno al 55%” aggiunge Aldrovandi.

Secondo la garante la pratica è in diminuzione anche perché, secondo le statistiche, “più è elevato il livello di istruzione, più è alta l’opposizione”. “E questo è un dato fondamentale, poiché fa comprendere come vivere in un Paese che condanna, eticamente e giuridicamente, una condotta di indescrivibile crudeltà come l’infibulazione, può favorire lo sviluppo di quella sensibilità necessaria a condannarla e quindi, a contrastarla” continua Aldrovandi. Anche Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International, sostiene che la pratica dell’infibulazione nel nostro Paese sia in diminuzione, grazie alla “sensibilizzazione delle comunità, alla difficoltà di viaggiare durante la pandemia, ma anche alle denunce”. “Da questo punto di vista il gesto della mamma delle due bambine di Piacenza ha rotto una catena di complicità. Di solito infatti tutta la famiglia è a conoscenza ed è complice di queste pratiche barbare” osserva Noury.

L’infibulazione resta tuttavia una pratica ancora diffusa. Le mutilazioni genitali femminili vengono praticate principalmente presso gruppi ed etnie dei Paesi dell’Africa subsahariana e della penisola arabica, ma anche in Europa e in Italia, per effetto dell’immigrazione. Secondo le stime dell’Oms sono più di 200 milioni le donne che hanno subito mutilazioni genitali nei paesi in cui si concentra la pratica, e sono a rischio di mutilazione circa 3 milioni di ragazze ogni anno, la maggior parte delle quali prima dei 15 anni.

L’ultima indagine di Neodemos, condotta nel corso del 2019 rivela la presenza in Italia al primo gennaio 2018 di 87mila e 600 donne escisse, di cui 7600 minorenni. Secondo lo studio, la proporzione di donne mutilate supera l’80% fra le maliane, le somale, le sudanesi e le burkinabé. Altre provenienze non superano invece il 30%. In tutti i casi si osserva comunque che il confronto fra maggiorenni e minorenni mostra una sostanziale riduzione fra le seconde a conferma di quanto si sta verificando anche nei paesi di origine.

Secondo l’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (Eige), su una popolazione totale di 76 040 ragazze di età compresa tra 0 e 18 anni provenienti da paesi in cui si pratica la mutilazione genitale femminile, sono a rischio di mutilazione dei genitali dal 15 al 24% di loro . Le ragazze a rischio inoltre, secondo l’Istituto, sono per lo più originarie dell’Egitto. Gruppi più piccoli di ragazze a rischio provengono da Senegal, Nigeria, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Etiopia e Guinea.

“Per estirpare questa pratica è necessario molto controllo sul territorio, tra le donne delle comunità. Bisogna monitorare le persone all’interno delle Asl, le neonate, e poi bisogna controllare, anche se mi rendo conto che è un’operazione stigmatizzante, le partenze verso paesi in cui le mutilazioni genitali femminili sono diffuse. L’Inghilterra ha fatto così per controllare i matrimoni combinati ed ha funzionato” commenta Noury.

Che cos’è l’infibulazione e come viene punita in Italia

L’infibulazione è una mutilazione genitale femminile che prevede la rimozione totale o parziale degli organi genitali femminili esterni. Non è una pratica medica, ma nonostante ciò è ancora diffusa tradizionalmente in almeno 30 Paesi, qualcuno del Medio Oriente più altri asiatici e sudamericani.

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, le MGF riguardano “tutte le procedure che comportano l’asportazione parziale o totale dei genitali esterni femminili o altre lesioni dei genitali femminili praticate a scopi non terapeutici”.

Vengono praticate per lo più senza anestesia, da persone che nella maggior parte dei casi non hanno qualifiche mediche. Ci sono vari tipi di lesioni: dall’asportazione del clitoride (grado 1) all’eliminazione delle labbra (grado 2) fino al restringimento vaginale parziale o quasi totale (gradi 3 e 4). Alcuni Paesi africani hanno varato leggi che proibiscono la pratica, ma sono ancora molti quelli in cui è tollerata. In Egitto, Paese a cui si fa risalire il rito, il 91 % delle donne è mutilato.

In Italia, la legge del 9 gennaio 2006, n.7 punisce chiunque pratichi l’infibulazione, anche se commessa all’estero, con la reclusione da 4 a 12 anni. La pena è aumentata di un terzo se la mutilazione viene compiuta su una minorenne, nonché in tutti i casi in cui venga eseguita per fini di lucro. “La legge prevede inoltre apposite risorse per il finanziamento delle azioni di salvaguardia per la formazione e per le campagne di informazione e divulgazione della cultura dei diritti umani e del diritto all’integrità della persona. Infine stabilisce linee guida destinate alle figure professionali che operano con le comunità di immigrati provenienti da Paesi dove sono effettuate queste pratiche” osserva Aldrovandi.

In caso di mutilazioni genitali femminili possono essere applicate le disposizioni generali di protezione dei minori e i genitori possono essere ritenuti responsabili laddove la mutilazione genitale femminile sia stata eseguita sulla propria figlia.

Il combinato decreto legislativo n. 251/2007 concede inoltre l’asilo alle donne e alle ragazze che abbiano subito mutilazioni genitali femminili o che si trovino in una situazione di pericolo. Il piano d’azione nazionale sulla violenza contro le donne 2017-2020 stabilisce politiche di lotta contro le mutilazioni genitali femminili, incentrate sulla salute.

Le storie

“Quando avremo tolto questo ‘kintir’ (clitoride) tu e tua sorella sarete pure”. Sono state queste le parole che si è sentita dire Ayaan Hirsi Ali dalla nonna prima dell’infibulazione. La pratica è stata eseguita su di lei e sulla sorella minore Haweya. La sua storia è raccontata da Medici Senza Frontiere. Poi la nonna l’ha afferrata e le ha bloccato la parte superiore del corpo. Altre due donne le hanno tenuto le gambe divaricate. E l’escissore ha preso un paio di forbici. “Provai un dolore lancinante, indescrivibile e urlai in maniera quasi disumana” ha detto Ayaan. La ragazza subito dopo l’operazione ha spiegato di essersi addormentata. “Solo molto più tardi mi resi conto che le mie gambe erano state legate insieme, per impedire i movimenti e facilitare la cicatrizzazione” ha spiegato. Nei giorni successivi Ayaan non riusciva nemmeno ad orinare per il dolore. “Impiegammo circa due settimane a riprenderci. La nonna accorreva al primo gemito angosciato. Dopo la tortura di ogni minzione la nonna ci lavava con cura la ferita con acqua tiepida e la tamponava con un liquido violaceo, poi ci legava di nuovo le gambe e ci raccomandava di restare assolutamente ferme o ci saremmo lacerate e allora avrebbe dovuto chiamare quell’uomo a cucirci di nuovo” ha continuato la ragazza. Ayaan ha raccontato anche l’esperienza della sorella più piccola, Haweya, anche lei infibulata. Dopo la pratica, secondo Ayaan, la sorella non è più stata la stessa. “A volte si limitava a fissare il vuoto per ore” ha affermato la testimone. La sorella ha poi sviluppato una forza di psicosi.

Hido invece è una donna somala di 50 anni, che ha sempre praticato l’infibulazione alle altre donne. E ha raccontato il suo pentimento a Save The Children. “Tutto ciò che ho fatto è orribilmente sbagliato. Ogni notte prego per essere perdonata per tutto ciò. Non ricordo quante ragazze e donne ho operato, ma almeno una cinquantina sì.” Hido ha spiegato di aver sempre considerato la circoncisione un “passo importante nella vita di una ragazza”. “Era il mio unico lavoro” ha dichiarato Hido. Oggi la donna è diventata una portavoce contro le mutilazioni genitali femminili e va di casa in casa per sensibilizzare le donne. “Conoscono la me precedente e da dove vengo, ed è per questo che mi ascoltano e si fidano di me. In Somalia infatti continua ad esserci questa pratica, ma stiamo vedendo sempre più risultati in positivo” ha aggiunto la donna.

Ma ci sono anche le storie di chi, alla pratica dell’infibulazione, si è ribellato. Saada, che ora ha 11 anni, aveva solo sette quando nello stato di Harari ha impedito a un’amica di sottoporsi alla mutilazione genitale. La sua storia è raccontata da Save The Children. Saada ha avvertito l’amica dei rischi di infezione, perdita di sangue e dei pericoli in caso di futuro parto. I genitori della sua amica hanno parlato con lei e la sua famiglia e hanno deciso così di non proseguire con la procedura. “La mia amica venne da me per dirmi che sarebbe stata sottoposta a questa pratica. Ero così preoccupata per lei. Pensavo che l’avrei persa perché sarebbe morta. La sua famiglia non sapeva quanto fosse grave. Le ho raccontato tutte le storie che avevo sentito: se una ragazza è mutilata, perderà troppo sangue, potrebbe infettarsi e poi avere problemi quando partorisce” ha raccontato Saada. Quando la famiglia della sua amica ha saputo che era stata Saada a darle quelle informazioni, le ha voluto parlare. “La sua famiglia è venuta a casa mia e siamo riusciti a convincerli a non farlo - ha continuato la bambina - Se fosse morta, mi sarebbe mancata troppo”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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