In Italia i governi cadono troppo spesso. Si risolve con la sfiducia ‘costruttiva’ alla tedesca

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Massimiliano Panarari (Università Telematica Mercatorum) e Marco Improta (Luiss) (Photo: HuffPost Italia)
Massimiliano Panarari (Università Telematica Mercatorum) e Marco Improta (Luiss) (Photo: HuffPost Italia)

Nell’attuale legislatura l’instabilità politica, almeno fino all’arrivo di Draghi, l’ha fatta da padrona. Certo, il cambio repentino di governo – al momento è in carica il sessantaseiesimo della storia repubblicana – non è per nulla una novità in Italia. La diciottesima legislatura ha però visto nascere prima di tutto due maggioranze politiche dal colore molto diverso: prima quella gialloverde, e poi la giallorossa. Entrambe guidate da Conte. I due esperimenti hanno retto poco più di un anno. La doppia caduta dell’avvocato pugliese, in entrambi i casi disarcionato da alleati interni alla coalizione, ha causato una definitiva impasse del sistema politico italiano. Risultato: il presidente Mattarella ha dovuto chiamare l’ex governatore della BCE alla guida di una larghissima coalizione con quasi tutte le forze politiche coinvolte, da sinistra a destra dell’emiciclo parlamentare.

“Quando i governi cadono, succede sempre per defezioni interne alla maggioranza” spiega ad HuffPost Marco Improta, che per il Centro Italiano Studi Elettorali della Luiss ha scritto l’approfondimento Come curare l’instabilità dei Governi italiani?. Dal tradimento di Bossi, che nel 1994 fece cadere il primo governo Berlusconi, alla doppia caduta di Prodi nel 1998 e nel 2008 per mano di piccole formazioni parlamentari interne alla coalizione guidata dal Professore. C’è sempre stato lo zampino di un alleato insoddisfatto e intraprendente, pronto a far saltare il tavolo quando conveniva. Paradossalmente, anche se i tempi e le condizioni politiche erano ovviamente diversi, il problema riguardava anche il regime fascista. La ventennale dittatura di Mussolini cadde il 25 luglio 1943 per una ‘congiura di palazzo’ orchestrata da Dino Grandi, esponente di spicco dello stesso governo fascista.

“Da sempre in Italia la stabilità dell’esecutivo, e cioè la sua sopravvivenza, dipende dai rapporti interni alla coalizione di governo” ricorda Improta. “Perché la Costituzione impone alla maggioranza di turno di andare a ricercare i numeri in Parlamento, con l’istituto della fiducia positiva”. Quando il presidente del consiglio si insedia, deve essersi assicurato di aver raggiunto l’asticella della maggioranza assoluta in entrambi i rami del Parlamento per poter inaugurare effettivamente l’azione del nuovo esecutivo. Questa regola produce effetti nel corso di tutta la durata del governo, perché aumenta il “potenziale di ricatto degli stessi membri della coalizione”. Il premier, per conservare la fiducia parlamentare e restare al timone, è costretto a negoziare con tutti i membri della maggioranza, soprattutto quando ognuno di essi è decisivo per raggiungere la maggioranza nei pallottolieri delle due camere. Questa logica di permanente negoziato interno alla coalizione non fa altro che “legare le mani alle opposizioni – ricorda Improta – che non hanno i numeri sufficienti per contare”, escludendole dai giochi di governo.

Lo si è visto lo scorso gennaio. Quando Italia Viva, partito di maggioranza, con una pattuglia di appena 45 parlamentari è stata più rilevante delle opposizioni, molto più numerose, nel far deragliare il secondo esecutivo guidato da Conte. Lockdown a parte, l’attuale leader pentastellato ha passato quasi tre anni a Palazzo Chigi costretto a negoziare, decreto dopo decreto, con le formazioni che lo sostenevano. Entra così in gioco la disomogeneità della maggioranza. Coalizioni formate da tante forze politiche, spesso in grado di formare un esecutivo, ma non di saperne garantire la longevità per le troppe frizioni tattiche e programmatiche. “In questo la legge elettorale fa la sua parte” afferma Improta: “Va detto però che non è solo una questione di formule elettorali. All’inizio degli anni Novanta, l’introduzione di una legge più maggioritaria, il Mattarellum, ha incrementato la longevità media degli esecutivi” rispetto all’epoca del proporzionale puro della Prima Repubblica, quando le compagini ministeriali potevano cambiare anche al ritmo delle stagioni (e non a caso alcuni erano definiti ‘governi balneari’, destinati a rimanere in carica solo per l’estate). L’instabilità interna alle coalizioni, però, non è stata risolta dalla legge firmata dall’attuale inquilino del Quirinale.

Le radici del problema vanno ricercate nella storia del secolo scorso: “Questo paese ha una cultura politica di tipo proporzionale, e quindi multipartitica, perché ha vissuto un Novecento molto conflittuale” racconta in un colloquio con HuffPost Massimiliano Panarari, docente di sociologia della comunicazione all’Università Telematica Mercatorum di Roma. Una legge elettorale con un livello minimo, se non prevalente, di proporzionale è stata sempre presente nel sistema politico italiano perché “considerata la forma migliore per rappresentare le diverse sensibilità ideologiche dell’elettorato”. Per Panarari non si deve poi dimenticare che, da alcuni anni, i programmi delle coalizioni tendono ad essere molto diversificati. I partiti puntano su gruppi di elettori diversi tra loro e quindi i programmi diventano costruzioni sempre più complesse. “I programmi elettorali danno senz’altro i loro frutti in termini di consenso nella campagna elettorale permanente in cui viviamo, ma dall’altro lato aumentano la competizione all’interno della coalizione. Rendendo ancora più complessa la capacità di trovare punti d’incontro tra alleati durante la comune navigazione di governo. E l’esecutivo si espone a frequenti rischi di crisi”.

Ma come se ne esce allora? Di vaste riforme istituzionali se ne parla da quarant’anni, ma di risultati se ne sono visti pochi. Si era iniziato con il Pentapartito e la stagione del decisionista Craxi al governo, con il rafforzamento dei poteri della presidenza del consiglio, passando poi per i referendum promossi da Mariotto Segni dopo Tangentopoli con i quali si pose fine alla stagione del proporzionale puro in Italia. Le commissioni bicamerali Bozzi, De Mita-Iotti e D’Alema tentarono la via delle riforme concertate tra maggioranza e opposizione, ma non produssero risultati concreti. I referendum di Berlusconi e Renzi tentarono la via plebiscitaria, bocciati però direttamente dagli italiani.

Per Improta, si potrebbe tentare anche con un metodo meno ambizioso: “Non c’è bisogno di stravolgere la forma di governo del nostro paese per risolvere l’instabilità del sistema. Una possibile cura, compatibile con il nostro parlamentarismo, è l’introduzione in Italia della sfiducia ‘costruttiva’, la stessa già sperimentata con ottimi risultati in paesi come Germania, Spagna e Belgio”. L’attuale cancelliera Angela Merkel ha fatto in tempo a conoscere ben otto omologhi italiani, da Berlusconi a Draghi. Come funziona la ricetta tedesca? “Il principio è semplice: per far cadere un governo bisogna proporne un altro, con una maggioranza chiara in entrambe le camere. Praticamente bisogna votare la fiducia direttamente al nuovo esecutivo, lo stesso giorno della caduta del precedente”. Nel caso non ci riescano? “Il governo in carica resta in sella”. Se ci fosse stata la sfiducia costruttiva, il primo governo Conte, quello dell’alleanza Lega-M5s, forse non si sarebbe consumato sulle spiagge romagnole del Papeete.

Il governo di larghissima coalizione di Draghi potrebbe essere un incentivo per eventuali riforme istituzionali in tale direzione? “Mi sembra difficile – risponde Panarari – perché è un esecutivo d’emergenza, che ha un preciso mandato: contrastare la pandemia e mettere in sicurezza l’economia del paese. Le riforme che attendono Palazzo Chigi nei prossimi mesi, necessarie per accedere alle risorse finanziarie europee, saranno al centro dell’azione di Draghi”. I rischi che le frizioni interne alla maggioranza, tra l’altro già presenti, possano mandare all’aria tutto quanto sono troppo elevati. Meglio concentrarsi sulle urgenze. “Garantire stabilità al sistema, invece, è un tema squisitamente politico. Per utilizzare le parole dello stesso premier: qualcosa che afferisce i partiti”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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