Italia in pressing, ma il Recovery Fund non si sblocca

Angela Mauro
·Special correspondent on European affairs and political editor
·4 minuto per la lettura
Italy's Foreign Minister Luigi Di Maio, left, arrives for a meeting of European Union foreign ministers at the European Council building in Luxembourg, Monday, Oct. 12, 2020. European Union foreign ministers were weighing Monday whether to impose sanctions on Russian officials and organizations blamed for the poisoning of opposition leader Alexei Navalny with a Soviet-era nerve agent. (Jean-Christophe Verhaegen, Pool via AP) (Photo: ASSOCIATED PRESS)
Italy's Foreign Minister Luigi Di Maio, left, arrives for a meeting of European Union foreign ministers at the European Council building in Luxembourg, Monday, Oct. 12, 2020. European Union foreign ministers were weighing Monday whether to impose sanctions on Russian officials and organizations blamed for the poisoning of opposition leader Alexei Navalny with a Soviet-era nerve agent. (Jean-Christophe Verhaegen, Pool via AP) (Photo: ASSOCIATED PRESS)

A Roma è scattato l’allarme e l’Italia si è messa ufficialmente in pressing per assicurare il ‘Next generation Eu’, per fare in modo che parta a gennaio. “Non possiamo permettere ritardi, gli Stati agiscano con lealtà”, dice il premier Giuseppe Conte in aula al Senato nel giorno in cui il Parlamento approva la risoluzione di maggioranza sul Recovery Fund. Luigi Di Maio invece viene a Bruxelles per cercare tracce del piano di ripresa anti-crisi nelle trattative in corso tra il Parlamento europeo e la presidenza tedesca di turno dell’Ue. E’ qui che il Recovery Fund si è bloccato.

“Ho avuto incontri proficui con il commissario Paolo Gentiloni e con l’Alto Rappresentante Josep Borrell – dice il ministro degli Esteri incontrando la stampa a Bruxelles - inevitabilmente abbiamo discusso di Recovery Fund. L’Italia apprezza l’intraprendenza dell’Ue su questo ambizioso programma, ma chiediamo tempi certi, perché le nostre imprese non possono più aspettare”.

Parlando alla plenaria del comitato europeo delle regioni, Merkel insiste: “Dobbiamo assicurarci che” un accordo con l’Europarlamento “sul bilancio Ue per il 2021-2027 avvenga nel concreto in modo che all’inizio del 2021 i soldi” del Recovery Fund “possano essere effettivamente spesi”.

Ma ieri sera, al nuovo round negoziale sullo stato di diritto come condizione per accedere ai fondi Ue, i negoziatori dell’Eurocamera non hanno raggiunto un’intesa con la presidenza tedesca in rappresentanza degli Stati membri. Domani sera riprenderanno a trattare sul dossier del bilancio pluriennale europeo 2021-27, altra tranche del negoziato, partendo dal fatto che giovedì scorso, proprio su questo punto, è addirittura saltato il tavolo.

Sul bilancio il Parlamento chiede 16 miliardi di euro in più, per finanziare Erasmus, Horizon e altri progetti comunitari sacrificati dall’accordo raggiunto dai leader al consiglio europeo di luglio. Un’intesa che, pur di assegnare ai paesi frugali maggiori sconti sui contributi al bilancio Ue (‘rebates’), ha tagliato su altre voci di spesa in materia di istruzione, ricerca, digitale. “Noi lo vogliamo l’accordo, basta che mettano questi soldi in più ed è fatta”, dicono fonti parlamentari.

“E’ ora che il Consiglio e il Parlamento Europeo muovano verso un compromesso. Serve un accordo entro fine ottobre: sappiamo tutti che il prezzo di un fallimento sarebbe troppo alto”, dice il vicepresidente della Commissione Europea Maros Sefcovic, in videoconferenza stampa al termine del Consiglio Affari Generali a Lussemburgo.

Ma più passa il tempo, più emergono nuovi attori a tirare la corda. Dopo il braccio di ferro sul rispetto dello stato di diritto - tra il Parlamento che chiede di farne condizione essenziale per avere i fondi, l’Olanda che condivide questa posizione in maniera anche strumentale per difendere i suoi rebates e l’Ungheria che minaccia il veto se ritoccano l’accordo di luglio - ora anche la Polonia si dice insoddisfatta della proposta di compromesso tedesca sulle risorse proprie.

Ma le risorse proprie restano il cuore del provvedimento: senza l’introduzione di nuove tasse comuni europee – digital tax, carbon tax, tassa sulle transazioni finanziarie – la Commissione europea non può emettere i bond con cui dovrà raccogliere sul mercato le risorse del Recovery Fund. In sostanza, questo debito comune europeo resterebbe scoperto. Ma per introdurre nuove risorse proprie è necessario che la presidenza tedesca raggiunga un accordo con l’Europarlamento, che la proposta passi all’unanimità in Consiglio europeo e che subito dopo ogni Stato nazionale la approvi nel proprio Parlamento. Un processo che per Sure, il piano della Commissione sulla disoccupazione da covid, ha impiegato ben quattro mesi.

Gennaio, la data che sulla carta dell’accordo di luglio segnerebbe l’inizio del Recovery Fund, è vicino. Gli incastri da mettere a posto per l’operatività del pacchetto sono ancora da definire. Oltre che con Gentiloni, a Bruxelles Di Maio ne ha parlato anche con il presidente dell’Europarlamento David Sassoli: in videoconferenza perché Sassoli è in quarantena per essere venuto in contatto con un positivo da covid.

Dopodomani Conte ne parlerà a quattr’occhi con gli altri leader europei, a margine di un Consiglio europeo che ha in agenda la Brexit. Anche qui, non ci sono buone notizie: l’intesa con Londra è lontana, il no deal è dietro l’angolo. “Vogliamo l’accordo ma dobbiamo essere preparati al fallimento”, ammette Merkel.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.