Italia-Inghilterra, cuore azzurro tenebra

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Agf (Photo: Agf)
Agf (Photo: Agf)

Che le cose tra noi italiani e gli inglesi vadano assai indietro nel tempo, lo ricorda bene il capolavoro di Joseph Conrad, “Cuore di tenebre”. All’inizio del romanzo, un gruppo di amici risale pigro il civilissimo fiume Tamigi del XIX secolo su una piccola imbarcazione, e il narratore Marlow mormora: “Eppure questo è stato uno dei luoghi oscuri della terra…Penso ai tempi antichi, 1900 anni fa…quando qui tutto era buio. Pensate ai sentimenti del comandante romano di una salda triremi, mobilitato dal Mediterraneo al Nord…con i suoi meravigliosi legionari. Immaginatelo su queste rive, alla fine del mondo, mare colore del piombo, cielo colore del fumo…risalire questo fiume…banchi di sabbia, paludi, foreste, selvaggi, niente da mangiare per un uomo civile, niente da bere, se non acquaccia del Tamigi. Niente vino Falerno…solo un accampamento militare sperduto in una terra remota…freddo, nebbia, tempeste, malattie, nostalgia e morte, in agguato nell’acqua, nell’aria, nei cespugli. Morivano come le mosche qui da noi, senza darsene pensiero, salvo poi vantarsene in futuro: quante ne ho passate! Erano uomini al punto da fronteggiare la tenebra…sbarcati negli acquitrini, nei boschi, a fiutare la ferocia, la pura ferocia, tutto intorno…Nessuno può iniziarti a questi misteri, toccava vivere nell’inconoscibile…che spesso affascina…il fascino dell’abominio…” .

Conrad immagina un nostro antenato, che arriva sul Tamigi, oltre Londra, Londinium per i romani, mondo senza civiltà, metafora poi del suo viaggiatore sui fiumi brutali del Congo, da cui il regista Francis Ford Coppola ricaverà il fantastico film “Apocalypse Now”. La morale è nitida, come i colonizzatori europei in Africa scoprirono i limiti delle loro civiltà ed etica, così le legioni romane, i magistrati, i questori, alle prese con la desolata Britannia, fecero i conti con la loro identità.

Altro che ananas sulla pizza. Altro che il coro irridente che gli ultras inglesi riservano ai tedeschi nelle partite della Nazionale “Battuti in due Guerre Mondiali e al Mondiale 1966!”. Impallidiscono le polemiche sull’invenzione del gioco del football, Firenze nel XVI secolo, con il “Discorso sopra ‘l giuoco del Calcio Fiorentino” del Conte Giovanni de’ Bardi di Vernio, del 1580, contro le regole sancite nel 1857 dallo Sheffield Football Club, il più antico ancora in attività secondo la Fifa. Insomma, l’albero genealogico di Italia-Inghilterra è più ramificato del pallone, rimanda -ci ricorda severo Conrad- a navi romane, legioni in silenziosa avanzata lungo un infido Tamigi.

L’attesa della finale tra le due nazionali, all’Europeo 2021, è dunque accesa da polemiche effimere come fuochi fatui, ignare che il legame tra Roma e Londra, Italia e Inghilterra, resta ancestrale. Esiste da sempre in Italia la scuola degli Anglofili, come in Inghilterra vasta è la tribù dei Filoitaliani. Un gentleman inglese elegante avrà ai piedi scarpe italiane, un suo amico italiano, altrettanto azzimato, sfoggerà le Church’s. Giuseppe Tomasi di Lampedusa, maestro del “Gattopardo”, ha lasciato magistrali lezioni di letteratura inglese, Beppe Fenoglio scrive in Itanglish “Il partigiano Johnny”, come Lord Byron, Shelley e Keats vivono in Italia e d’Italia. In un bel libro oggi dimenticato, “In guerra con gli scozzesi” (Sellerio), lo scrittore Gian Gaspare Napolitano allarga a nord l’anglofilia italiana, mentre le navi inglesi alla rada nel porto di Marsala vigilano, nel 1860, sullo sbarco dei Mille di Garibaldi, ufficiali inglesi mediano per lui la tregua a Palermo con i Borboni, e nei supermarket di Londra trovate ancora i gustosi “Garibaldi biscuit” alle uvette, lanciati nel 1861 dal forno Peek Freans, in onore del generale delle Camicie Rosse .

Inutile dunque farne solo una partita, vano confinare nel rettangolo di gioco, tra gli schemi di Roberto Mancini e Gareth Southgate, la relazione bimillenaria. I due coach gareggiano in eleganza, il “Mancio”, celebre per le sue sciarpe, nella divisa Armani, Southgate in blazer, camicia bianca e una cravatta di maglia a pois, ci giurerei Made in Italy.

La Regina Elisabetta II, nel suo messaggio ai Bianchi di Inghilterra, ricorda la gioia nell’avere consegnato nel 1966 il solitario trofeo inglese al capitano Bobby Moore. Il nostro presidente Sergio Mattarella, che sarà oggi a Wembley, ha dato appuntamento, comunque vada, agli Azzurri al Quirinale, lunedì. I bookmaker, mestiere inglese classico, ci danno sfavoriti di poco, 1.90 contro 1.80, i giornalisti sportivi locali, che non cedono alla demagogia corrente, dopo Brexit e col populista e scarruffato premier Boris Johnson, sono più prudenti, impressionati dal gioco dei nostri.

Mischiare politica e pallone è sport sempre assurdo, ma ovunque praticato. Un perseguitato politico dal regime dei generali in Argentina raccontava di essersi esposto, da latitante, alla cattura, pur di tifare ai Mondiali 1978. La Nazionale di Bearzot, nel 1978 e nel 1982, consolò una nazione prostrata dal terrorismo. Sir Alf Ramsey, vincendo nel 1966, diede smalto alla Londra dei Beatles, James Bond e Carnaby Street, orfana dell’Impero. Con la vittoria tedesca del 1954, celebrata al cinema dal regista Fassbinder, la Germania si risveglia dall’incubo 1945, ben oltre i sospetti di doping. La vittoria dei “lions” di Kane porterà la stampa gingoista a incensare Brexit, Rule Britannia, John Bull, ignara che, fuori dai confini dell’Inghilterra, i sudditi britannici di Scozia, Galles e Nord Irlanda tifano Italia e che il giornale scozzese The National ha pubblicato, in prima pagina, la foto di Mancini dipinto come l’eroe irredentista Braveheart, “Ultima Speranza” contro la vanteria inglese, che ancora si gloria del lontano 4 a 2 contro la Germania 1966. Se passano gli inglesi sentirete cantare le lodi di Brexit contro tutti, se vinciamo noi guardatevi, di converso, dalla mielosa retorica del Rinascimento di Mancini e Draghi, che per qualche giorno ci appesterà da Roma.

C’è, tra 2021 e 1966, a 55 anni di distanza, un filo comune. Chi sa di calcio ricorda come il gol decisivo del vantaggio inglese nei tempi supplementari, su tiro di Geoff Hurst, mai varcò davvero la linea di porta, e fu un regalo dell’arbitro svizzero Gottfried Dniest e del guardialinee sovietico, di origini azere, Tofik Bakhramov: allo stesso modo, il rigore che ha permesso, in due tempi, a Harry Kane di assicurare la vittoria contro la coraggiosa Danimarca è, a giudizio della maggioranza degli osservatori, un rigore fantasma, come il gol fantasma di Hurst.

La campagna di paura italiana sulla combine, chiassosa sui social media, è però vana, difficile che la Uefa, malgrado i legami di amicizia del suo leader, lo sloveno Aleksander Čeferin, con le autorità inglese dopo il blitz fallito della Super Lega, manipoli in modo troppo evidente il match tra due antiche scuole di football.

La tradizione è dalla nostra parte, in 27 partite 11 vittorie azzurre, 8 pareggi e 8 vittorie inglesi, ma il calcolo che conta, quello dei tornei, è ben più marcato, 8 partite, 5 vittorie italiane, 2 pareggi, un solo successo inglese.

Il palmares non ha confronto, la solitaria, controversa, coppa Rimet del Mondiale ottenuta da Ramsey nel 1966 deve confrontarsi con i Mondiali di Pozzo 1934 e 1938, Bearzot 1982, Lippi 2006 e con l’Europeo di Valcareggi 1968. Il conto delle finali è altrettanto impari, appena due, con oggi, per l’Inghilterra, sei ai Mondiali per l’Italia, quattro vinte contro Cecoslovacchia, Ungheria, Germania e Francia, due perdute contro il Brasile, 1970 e 1994, oltre all’Europeo vinto contro la Jugoslavia e i due trofei continentali perduti contro Francia, 2000, e Spagna, 2012. Un totale che i giornali danno per lo più dunque 10-2, ma che è impreciso, perché in realtà le finali italiane sono 11, calcolando il 2-1 sull’Austria alle Olimpiadi 1936, sempre con Pozzo in panchina, visto che allora erano le nazionali maggiori a rappresentare i paesi ai Giochi, non le giovanili.

Tutto questo scintillio di trofei a nulla servirà per aiutare la formazione italiana e i suoi leader, Mancini, l’amico del cuore Vialli, la vita da mediano di Piper Oriali. L’Italia è stanca, i suoi geni, il raziocinante Jorginho, il digitale Barella, il meditabondo Verratti e l’allegro Insigne, han pagato duro il dazio di questa estate di gioco. La difesa è solida, Donnarumma in stato di grazia, i centrali Chiellini e Bonucci acciaccati ma determinati, in attacco Chiesa è sveglio, Immobile nelle ultime partite purtroppo Omen Nomen, Belotti Gallo in attesa di cantare, Berardi grezzo, tutti nostalgici di Spinazzola. Gli inglesi hanno un portiere che dubito giocherebbe in Serie A, una bella difesa, un asso, Sterling, un capitano carismatico, Kane, deciso a ricevere la coppa mezzo secolo dopo Moore, se non dalla Regina, che non ha ancora confermato la presenza allo stadio, dalle mani del Duca di Cambridge, tifosissimo e capo della Federazione inglese dal 2006.

L’Italia è l’unica nazionale ad aver vinto titoli prima e dopo la guerra mondiale, regalando dunque a tutte le generazioni, decade dopo decade, la gioia di vedersi in cima, con le maglie azzurre. Oggi milioni di noi si sentiranno come il comandante romano di Conrad, 2000 anni fa, a risalire il Tamigi tra mille insidie, stavolta non tra i cespugli delle rive, ma tra i fili d’erba di Wembley, pronti a brindare alla vittoria, con vini pronipoti del Falerno. Lunedì la vita, comunque vada, ci riprenderà con la routine quotidiana, ma quanta differenza farà, per grandi e bambini, ricordare da ora in avanti il successo dell’11 luglio, giorno di San Benedetto da Norcia che esportò la fede ovunque in Europa, e che il padre del monachesimo benedica dunque anche la nostra Nazionale !

In bocca al lupo Roberto Mancini, in bocca al lupo Azzurri d’Italia.

Instagram @gianniriotta

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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