Italiano a Shanghai: "Fuori da emergenza solo se tutti fanno propria parte"

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di Assunta CassianoTutti devono fare la propria parte con coscienza. E' il messaggio che arriva da Enrico che a Shanghai con la sua famiglia ha vissuto l'emergenza coronavirus passando dal pessimismo alla speranza. Astigiano, da oltre dieci anni vive e lavora in Cina. "A fine gennaio-inizio febbraio ero preoccupatissimo e molto pessimista per la situazione in Cina e non vedevo soluzioni in tempi brevi, ora a distanza di poco più di un mese - racconta Enrico all'Adnkronos - vedo una Cina ancora convalescente ma sulla via della guarigione. Quindi c’e’ la possibilità di uscirne, ma e’ necessario che tutti facciano la propria parte con coscienza. E’ molto semplice, bisogna evitare di uscire e se proprio e’ indispensabile usare tutte le precauzioni". 

A Shanghai la situazione "e’ stata molto preoccupante dal 24 gennaio e per un po’ più di un mese, non tanto per il numero di casi confermati in città quanto - dice - per gli aggiornamenti allarmanti con numero di contagi e decessi che giornalmente arrivavano da Wuhan e da tutta la regione dello Hubei. Anche le misure drastiche di contenimento e prevenzione prese dal Governo a Shanghai e in tutta la Cina non lasciavano presagire nulla di buono. Inoltre c’era molta preoccupazione per il rientro in città di milioni di persone che erano tornate nelle loro province per festeggiare il capodanno cinese". 

Ora la situazione da circa due-tre settimane "appare sotto controllo, non si sono più verificati nuovi casi, ma l’allerta continua ad essere massima: continui controlli della temperatura all’ingresso di tutti gli edifici, mascherina obbligatoria in tutti i locali chiusi, anche in ufficio per tutta la giornata, molti ospedali non accettano pazienti anche con patologie diverse da quelle respiratore e comunque se accettati per accedere all’interno degli ospedali e’ necessario superare 3 check point. Ora chi arriva a Shanghai da zone a rischio come l’Italia dall'aeroporto viene ‘scortato’ in strutture apposite per trascorrere i 14 giorni di quarantena". 

Un'emergenza che Enrico e la sua famiglia ha affrontato a pochi mesi dalla nascita dei suoi figli. "Io e la mia famiglia siamo stati praticamente chiusi in casa per oltre un mese - spiega - anche perché avendo due bimbi di pochi mesi non volevamo assolutamente correre rischi. Usciva solamente mia moglie un paio di volte a settimana per andare a fare la spesa nel supermercato sotto casa, sempre con tutte le precauzioni del caso, mascherina e guanti". 

Poi da meta’ febbraio, dopo la fine delle festività estese dal Governo, "abbiamo ricominciato a lavorare da casa, mentre solo da inizio marzo ho ripreso ad andare in ufficio". La popolazione cinese, "almeno a Shanghai, ha vissuto il tutto con estrema compostezza e senso di responsabilità, ha seguito con molta tranquillità le disposizioni del Governo; sicuramente tra me e mia moglie cinese ero io il più preoccupato". 

E ora che l'emergenza si è spostata in Italia è necessario, ribadisce, “che tutti facciano la propria parte”. Le misure adottate in questi ultimi quattro giorni dal governo italiano sono "sicuramente necessarie, purtroppo si e’ già perso tanto tempo. Non sono assolutamente un esperto, ma la vicenda cinese secondo me doveva insegnare: a Wuhan si e’ sottovalutato inizialmente il problema e dopo i primi casi hanno continuato con i festeggiamenti per il Capodanno con cene con migliaia di persone e favorendo la diffusione del contagio. Di contro le misure drastiche che sono state prese per isolare il focolaio e per prevenire la diffusione nelle altre aree sono risultate efficaci e hanno evitato che il virus si espandesse pesantemente in tutta la Cina. Quindi - sottolinea - ben vengano queste misure, ma dovevano già essere prese più di due settimane fa, quando si era capito che il contagio era già molto diffuso".