Ivan Cattaneo: “A 13 anni in un ospedale psichiatrico perché gay”

“A 13 anni mi ero innamorato di un ragazzo, ma all’epoca avevo letto sui giornali che questi omosessuali, definiti “mostri”, per innamorarsi e curare la loro imperfezione, dovevano diventare donne” (Credits – LaPresse)

Si confessa davanti alle telecamere di Verissimo Ivan Cattaneo. Il cantante, che ha vissuto i suoi più grandi successi a cavallo tra gli anni ’70 e gli ’80, ha raccontato la sua infanzia e adolescenza in un’Italia dove i tabù sessuali erano ancora fortissimi, dove mettere in pubblica la propria sessualità era un pericolo.

“A 13 anni mi ero innamorato di un ragazzo, ma all’epoca avevo letto sui giornali che questi omosessuali, definiti “mostri”, per innamorarsi e curare la loro imperfezione, dovevano diventare donne. Quindi, per avere questo ragazzo pensavo di dover diventare una donna, anche se non lo volevo, e sono andato a dirlo a mia mamma. Lei mi ha portato da un dottore e gli ha detto che ero omosessuale” racconta Cattaneo. Un adolescente giovanissimo, che ancora non capisce cosa sta succedendo al suo corpo. E cosa succede in questa Italia a un ragazzino confuso?

“Purtroppo mia madre si è fidata di questo dottore e così mi hanno mandato in un ospedale psichiatrico, dove mi facevano dormire in continuazione e mi sedavano e basta” continua il cantante. Insomma, sei gay? Vai curato insieme ai pazzi, sedato, affinché tu possa tornare “normale”. Un incubo per un ragazzino la cui unica colpa era quella di essersi innamorato. E, così?

“A un certo punto, quindi, ho capito che dovevo difendermi dal mondo perché nessuno mi avrebbe mai aiutato e ho deciso di dire che ero guarito, che stavo benissimo e non ho più affrontato il problema” conclude Ivan Cattaneo. Che, così, ha imparato che in Italia certe cose è meglio non raccontarle, perché non vengono capite. Neppure in famiglia, mentre fuori anche quelli che dovrebbero essere dei professionisti istruiti non sanno aiutarti.

E cosa fece, Ivan Cattaneo, uscito dall’ospedale psichiatrico? “Sono entrato in seminario. Mi sarebbe piaciuto diventare prete, più che altro era l’unica possibilità, non vedevo altre vie. Sono stato lì ma piangevo e non stavo bene: mi hanno mandato in seminario per non farmi avere nessun contatto col mondo. E’ stata una grande sofferenza, anche perché allora non si parlava tranquillamente di gay, di sessualità, di femminismo. Dopo il 1968 è cambiato tutto e, probabilmente, anche grazie a me. La mia diversità che era condannata e buttata lì nella spazzatura è servita ed è diventata esempio di una strada nuova”.

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