Joe Biden e il Vaticano, da Papa Francesco un'apertura di credito

Ska
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Città del Vaticano, 13 nov. (askanews) - Se il cardinale Gianfranco Ravasi, fine biblista e uomo di Chiesa quanto mai accorto, arriva a postare su Twitter una fotografia del 2016 che lo ritrae con Joe Biden, allora vicepresidente oggi presidente in pectore degli Stati Uniti d'America, significa che il Vaticano non ha più alcuna remora a interloquire, e cordialmente, con il prossimo inquilino della Casa Bianca. Ravasi, beninteso, ha atteso il Papa, il quale, ha sottolineato il Vaticano, ha atteso a sua volta l'episcopato statunitense, per riconoscere la vittoria di Biden, tuttora contestata da Trump. Lo staff di transizione Biden-Harris ha infatti reso noto, giovedì sera, che il Pontefice aveva telefonato al presidente eletto per congratularsi. 'Il presidente eletto Joe Biden ha parlato questa mattina al telefono con Sua Santità Papa Francesco', recita la nota. 'Il presidente eletto ha ringraziato Sua Santità e ha evidenziato il suo apprezzamento per la sua leadership nel promuovere la pace, la riconciliazione e i legami comuni dell'umanità in tutto il mondo. Il presidente eletto ha espresso il suo desiderio di lavorare insieme - proseguiva la nota - sulla base di una convinzione condivisa nella dignità e nell'uguaglianza di tutta l'umanità su questioni come la cura degli emarginati e dei poveri, affrontare la crisi del cambiamento climatico e accogliere e integrare immigrati e rifugiati nelle nostre comunità'. Solo in seconda battuta, il direttore della Sala Stampa della Santa Sede Matteo Bruni ha confermato che Papa Francesco e Joe Biden avevano avuto una conversazione telefonica. E sebbene qualche singolo vescovo anche nelle ultime ore abbia dato voce a chi mette in dubbio la legittimità dell'elezione di Biden, Vatican News ha sottolineato che il colloquio ha seguito 'il saluto dei vescovi statunitensi che, attraverso un messaggio del presidente della Conferenza episcopale, l'arcivescovo di Los Angeles José H. Gomez, gli hanno rivolto le loro congratulazioni come secondo presidente cattolico del Paese dopo John F. Kennedy. 'Ringraziamo Dio per la benedizione della libertà - ha affermato mons. Gomez - Il popolo americano si è espresso in queste elezioni. Ora è il momento che i nostri leader si riuniscano in uno spirito di unità nazionale e si dispongano al dialogo e all'impegno per il bene comune. Come cattolici e statunitensi, le nostre priorità e la nostra missione sono chiare. Siamo qui per seguire Gesù Cristo, per testimoniare il suo amore nelle nostre vite e per costruire il suo regno sulla terra. Credo che in questo momento della storia degli Stati Uniti, i cattolici abbiano il dovere speciale di essere operatori di pace, di promuovere la fraternità e la fiducia reciproca e di pregare per un rinnovato spirito di vero patriottismo nel nostro Paese'. Il messaggio augurale del presidente dei vescovi Usa si concludeva così: 'Chiediamo alla Beata Vergine Maria, patrona di questa grande nazione, di intercedere per noi. Ci aiuti a lavorare uniti per realizzare la bella visione dei missionari e fondatori degli Stati Uniti: una nazione sotto Dio, dove si difende la santità di ogni vita umana e si garantisce la libertà di coscienza e di religione''. E dunque il Papa non ha scavalcato un episcopato statunitense tradizionalmente diviso, tra chi simpatizza con i repubblicani e chi con i democratici, tra chi ha criticato apertamente Donald Trump negli ultimi quattro anni e chi nei precedente otto anni non fece sconti a Barack Obama, tra chi ha una sensibilità sociale ed è attento a questioni come l'accoglienza dei migranti sudamericani o il cambiamento climatico e chi ha fatto delle 'culture wars' su aborto e nozze gay il proprio cavallo di battaglia. Ma Jorge Mario Bergoglio non ha neppure atteso l'insediamento di gennaio alla Casa bianca, come fece con Trump nel 2016, per congratularsi col neopresidente. All'epoca, in realtà, più che congratulazioni il messaggio recapitato a Washington suonò come la certificazione di una distanza preoccupata, beninteso espressa con linguaggio circostanziato e diplomatico: 'In occasione della sua inaugurazione come 45esimo Presidente degli Stati Uniti d'America - scriveva Jorge Mario Bergoglio - le indirizzo i miei cordiali auguri e l'assicurazione delle mie preghiere che Dio onnipotente le garantisca saggezza e forza nell'esercizio del suo alto ufficio. In un tempo nel quale la famiglia umana è assalita da gravi crisi umanitarie che richiedono risposte politiche lungimiranti e unite prego che le sue decisioni vengano guidate dai ricchi valori spirituali e etici che hanno formato la storia del popolo americano e l'impegno della sua nazione per l'avanzamento della dignità umana e della libertà in tutto il mondo. Sotto la sua guida, possa la statura dell'America continuare ad essere misurata soprattutto dalla sua preoccupazione per i poveri, gli emarginati, e coloro che, come Lazzaro, stanno davanti alla nostra porta'. I quattro anni successivi, dal 2016 alle elezioni dello scorso 3 novembre, hanno solo confermato l'assenza di sintonia che sin da quel messaggio si poteva intuire. Sul muro che Trump ha voluto costruire al confine con il Messico per fermare i migranti ('Chi costruisce muri non è cristiano', commentò Francesco) all'impegno per il clima (il Papa a favore dell'accordo di Parigi, Trump ha ritirato gli Stati Uniti dal medesimo accordo), dal rapporto con l'islam a quello con la Cina, Cuba, l'Iran, dalle critiche di Bergoglio al capitalismo al suo sostegno al multilateralismo, non c'è stato tema che non abbia visto il vescovo di Roma e il presidente degli Stati Uniti d'accordo. Nessuno dei due lo ha nascosto, e anzi il loro incontro a Roma, a maggio del 2017, è stato cordiale, quasi che non ci fosse neppure la delusione di non poter trovare un terreno comune. Trump si è legato a personaggi che hanno attaccato frontalmente, e in modo talvolta virulento, il Papa (Steve Bannon, il cardinale Raymond Leo Burke, monsignor Carlo Maria Viganò), Francesco ha promosso nell'episcopato nordamericano arcivescovi ortogonali rispetto a Trump, da ultimo l'arcivescovo afro-americano Wilton Gregory a Washington. Ora alla Casa Bianca arriverà Joe Biden. Cattolico 'adulto', come si sarebbe detto in un'altra era ecclesiale, è il secondo presidente membro di Santa Romana Chiesa dopo John Fitzgerald Kennedy, ma mentre quello dovette quasi scusarsi, al momento dell'elezione, di essere cattolico, e fare pubblica dichiarazione di indipendenza da Roma, questo non perde occasione di rimarcare la sintonia con il vescovo di Roma. Ha citato più volte Jorge Mario Bergoglio in campagna elettorale, va tutte le domeniche a messa, ha scelto il 40esimo anniversario del Jesuit Refugee Service, ieri, per annunciare l'intenzione di aprire le maglie per i rifugiati che arrivano negli States (da Roma, nelle stesse ore, il Centro Astalli rendeva nota la lettera scritta dal Papa per lo stesso anniversario). E, infine, ha subito dato pubblicità della telefonata di congratulazioni ricevuta dal Pontefice. I due si conoscono: Joe Biden venne a Roma per la messa di inaugurazione del pontificato, a marzo del 2013, poi ha accolto e accompagnato il Pontefice negli Stati Uniti quando, all'epoca della presidenza Obama, Bergoglio visitò il paese nel 2015. Nell'aprile del 2016, di ritorno da un viaggio in Iraq, Biden - è l'evento a cui ha fatto riferimento anche il cardinale Ravasi nel suo tweet di venerdì mattina - si fermò in Vaticano per partecipare ad una conferenza di medicina rigenerativa presieduta dal Papa. 'Il Santo Padre - disse in quell'occasione Biden - ha dato speranza a così tante persone di ogni fede in ogni parte del mondo con parole forti e modi umili. Arrivo dall'Iraq, e quando ho detto a Erbil, a Baghdad, ai leader sciiti, curdi, sunniti dove stavo venendo, ognuno voleva parlare del Santo Padre... penso sia una cosa piuttosto incredibile!'. L'allora vicepresidente Usa raccontò della recente morte per cancro del figlio Beau, per ricordare che, quando il Papa era in visita negli Usa, l'estate precedente, aveva incontrato la sua famiglia, nell'hangar dell'aeroporto di Philadelphia: 'Voglio ringraziare Sua Santità per il tempo personale che ci ha dedicato e per la generosità. Auguro a ogni famiglia in lutto, figli, fratelli e sorelle, madri e padri, di poter beneficiare delle sue parole e della sua preghiera, ci ha dato più conforto di quanto forse lui stesso sappia'. Le basi per un rapporto più disteso tra il Palazzo apostolico e la Casa bianca, dunque, ci sono. Ma si sbaglierebbe chi pensasse, in modo semplicistico, che quello tra il Pontefice argentino e il nuovo presidente degli Stati Uniti sarà idilliaco. E' facile prevedere che le sintonie saranno numerose, specialmente nella politica interna (l'accenno fatto da Biden a favore dei poveri e degli immigrati, nella telefonata col Papa, è un chiaro segnale) così come, in politica estera, non potrà che suscitare l'apprezzamento vaticano l'eventuale decisione di Biden di riprendere in mano l'accordo di Parigi sul clima, la politica di distensione con Theran o la normalizzazione dei rapporti con Cuba. Ma il Medio Oriente, la Cina, la stessa concezione della politica estera e della guerra, potrebbero rappresentare altrettanti punti di frizione tra Stati Uniti e Santa Sede. Più in generale, dalla fine del pontificato di Giovanni Paolo II, e in modo evidente con Francesco, il Vaticano ha fatto bene attenzione a smarcarsi da un'alleanza stretta con Wahsington che poteva avere senso all'epoca della guerra fredda ma che oggi schiaccerebbe la cattolicità, quasi che la Chiesa rappresentasse una religione occidentale messa sotto tutela dagli Stati Uniti. Ed invece Jorge Mario Bergoglio ha definitivamente voltato la pagina della guerra fredda e dato voce, con la sua sensibilità, al cattolicesimo dei paesi in via di sviluppo, alle Chiese del 'global south', ad una critica ragionata della globalizzazione e del liberismo che difficilmente potranno trovare un presidente Usa pienamente concorde. Quel che è certo, però, è che Joe Biden rappresenta un interlocutore apprezzato. La sua più volte ribadita intenzione di valorizzare il multilateralismo è, per la Santa Sede, una boccata di ossigeno dopo gli anni di Trump. E se il presidente uscente ha lasciato un paese lacerato e diviso, la speranza del Papa e dei suoi uomini è che Joe Biden possa riuscire a curare alcune ferite e ricucire gli strappi. Come ha ricordato su Vatican News Alessandro Gisotti, lo scorso maggio il Papa indirizzò alla Catholic Press Association, lassociazione dei media cattolici nordamericani, un discorso estendibile anche ad altri ambiti della società statunitense: 'E pluribus unum, l'ideale dell'unità in mezzo alla diversità, nel motto degli Stati Uniti - osservava il Pontefice - deve ispirare anche il servizio che offrite al bene comune. Questo bisogno è ancora più urgente oggi, in un'epoca caratterizzata da conflitti e polarizzazioni da cui non sembra essere immune neppure la comunità cattolica. Abbiamo bisogno di media capaci di costruire ponti, difendere la vita e abbattere i muri, visibili e invisibili, che impediscono il dialogo sincero e la vera comunicazione tra le persone e le comunità'.