John Banville a Festivaletteratura: cerco un linguaggio perfetto

Image from askanews web site
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Mantova, 9 set. (askanews) - "Noi viviamo nel passato, il presente non esiste e il futuro è lontano. Mi affascina il momento in cui il passato diventa il passato, quando ieri o l'altro ieri diventano il passato. Non ho risposte, ma ci deve essere un momento nel quale un momento, un personaggio o un evento diventano, in un certo senso, un classico". Lo ha detto, intervenendo al Festivaletteratura di Mantova, lo scrittore irlandese John Banville, ammirato per il suo stile letterario e per la costante vena di umorismo nero che attraversa la sua pagina. Uno stile che è nato anche dalla professione giornalistica, che ha avuto un ruolo importante nella formazione del Banville scrittore. "Il giornalismo - ha aggiunto - in un certo senso è fiction, trasporta i fatti dentro le storie. Mi colpisce molto, per esempio, il fatto che il flusso di lavorazione, il tema delle consegne e delle scadenze siano molto simili, nel giornalismo e nella letteratura".

Autore anche di noir con lo pseudonimo di Benjamin Black, Banville ha pubblicato, dal 1971 a oggi, oltre 20 romanzi, oltre a racconti e opere teatrali e, tra gli altri, ha vinto anche il premio Principe delle Asturie per la letteratura. "Non penso a me stesso come romanziere - ha però detto - non sono particolarmente interessato alla forma del romanzo, mi interessa raccontare storie, quello che mi interessa è il linguaggio, le cadenze, sono i modi per esprimere i significati. È un lavoro complesso, perché il linguaggio è una cosa complessa e poi ha a che fare con il racconto degli esseri umani". E la ricerca di questa perfezione della lingua inglese lo ha portato a essere ammirato da grandi autori, come Martin Amis e Don DeLillo, ma non è stato un percorso facile. "Combatto una battaglia continua con il linguaggio - ha concluso Banville dal palco mantovano - il linguaggio è una cosa molto difficile e a volte commetto errori. Anzi, ogni volta che apro un mio libro trovo degli errori". Forse il fatto di continuare a vedere i propri errori è uno dei modi per restare un grande scrittore, nel solco di una tradizione irlandese che, tra Wilde, Joyce e Beckett, già porta con sé una certa dose di responsabilità.