Juncker: "Il modo in cui l'Unione europea ha trattato la Grecia non è stato tra i migliori"

In Grecia, 12 anni fa, è scoppiata una delle più grandi crisi dell'Unione europea, che l'ha scossa sino al midollo.

Nel 2010, la Grecia ha seriamente rischiato di andare in default sul suo debito, minacciando la sopravvivenza della stessa zona Euro.

Per evitare ciò, l'Unione europea e il Fondo monetario internazionale hanno fornito centinaia di miliardi di euro in finanziamenti di emergenza, che tuttavia non sono stati gratuiti.

I creditori, infatti, hanno chiesto ad Atene di attuare politiche di austerità, che alla fine hanno portato a un sostanziale aumento della povertà.

L'economia si è contratta di oltre un quarto, il reddito disponibile dei cittadini di un terzo e la disoccupazione è salita sin quasi al 30%.

Ora, alcuni leader dell'Unione ammettono di essere stati troppo duri con la Grecia, che alla fine ha comunque ottenuto risultati.

Nel 2018, la Grecia ha valicato questo periodo cupo dopo aver terminato il terzo e ultimo programma di salvataggio.

Dopo quattro anni, la Commissione europea ha cessato, come da programma, il monitoraggio del bilancio ellenico, segnando la fine formale della crisi del debito.

Ma quali sono gli strascichi? E quali le lezioni apprese dall'Unione europea, che ora sta affrontando un'altra crisi che potrebbe testarne, ancora una volta, l'unità e la stabilità?

Per discutere di tutto questo abbiamo parlato con attori-chiave della gestione della crisi greca: l'ex presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, l'ultimo ministro delle Finanze greco nell'era del salvataggio, Euclid Tsakalotos, e l'attuale capo dell'economia greca, Christos Staikouras.

Virginia Mayo/Copyright 2021 The Associated Press. All rights reserved.
AP Photo - Virginia Mayo/Copyright 2021 The Associated Press. All rights reserved.

La Grecia è finalmente uscita ufficialmente dal programma di sorveglianza rafforzata dopo 12 anni di sofferenza e una schiacciante crisi del debito.

In realtà, cosa significa questo per i cittadini greci e cosa significa per l'Unione europea?

"Gli stessi cittadini greci hanno molte, molte ragioni per essere orgogliosi - dice Jean-Claude Juncker, ex presidente della Commissione europea - perché hanno sofferto molto in questo periodo terribile.

La loro dignità non è stata sempre rispettata, le misure imposte alla società greca erano troppo austere, quindi il fatto che ora la Grecia non sia uscita dall'Euro ma dal programma è una buona notizia.

Lo è anche per l'Europa, perché mostra, indipendentemente da tutti gli errori commessi, che la solidarietà europea esiste e chi difendeva la Grecia - questo è stato il mio caso - ha fatto bene a dire no a chi voleva escludere la Grecia dall'area della moneta unica".

Vediamo che ancora oggi ci sono alcuni partiti populisti in giro per l'Europa che utilizzano l'esempio della Grecia e il modo in cui l'Unione si è comportata nei confronti del popolo greco per incolpare Bruxelles dei problemi del popolo.

Cos'era reale e cosa no in questa situazione?

"L'Unione europea non era il problema, lo era la Grecia, che per tanti anni non si è preoccupata dei bilanci, del debito pubblico e così via.

La colpa era della Grecia, ma il modo in cui l'Unione europea ha trattato la Grecia non è stato dei migliori: alla fine, c'è stato un successo dopo tanti sforzi, i populisti stanno finendo gli argomenti se si riferiscono ancora alla Grecia.

Dovrebbero, come sto facendo io, ammirare il coraggio del popolo greco e non cercare di manipolare i risultati e la storia".

Allora c'era la percezione che in realtà il processo decisionale fosse nelle mani della Germania, quindi l'Unione europea è tendenzialmente dominata dai tedeschi?

"Per quanto riguarda la Grecia - ribadisce Jean-Claude Juncker - la Germania non è stato l'unico Paese ad essere stato assai critico nei confronti della Grecia: gli olandesi, gli austriaci, gli slovacchi, gli sloveni, i finlandesi e altri ancora non hanno mai smesso di attaccare la Grecia durante la crisi.

La Germania non era l'unica, ma non stava e non sta dominando l'intera Unione europea: a volte i tedeschi in patria danno l'impressione di essere i padroni dell'Europa, ma chiaramente non è così".

Quando i tedeschi cambiano idea su qualcosa, tutti in qualche modo cambiano idea e si è più vicini ad una soluzione paneuropea: questo è stato il caso della Grecia, e lo è anche adesso.

"Sì, ma non è dovuto solo al fatto che i tedeschi, in questo senso, stiano diventando sempre più europei: è il caso di tutti i Paesi, perché i 27 Stati membri hanno imparato una lezione, il fatto che i governi europei siano uniti e stiano facendo più o meno le stesse cose è il modo migliore per l'Europa di affrontare crisi di questo tipo".

L'Unione europea ha dato molti soldi alla Grecia, ma con vincoli dolorosi: riesce a ricordare i momenti in cui l'Unione ha effettivamente mostrato solidarietà in modo tangibile?

"Molti momenti: quando il primo ministro Tsipras decise di indire un referendum sul programma, ho dovuto lottare duramente per impedire ad altri Stati membri di chiedere ufficialmente l'uscita della Grecia dalla zona Euro.

Quel referendum fu uno scandalo, in larga misura, perché il popolo in Grecia disse no, ma il programma, come era stato deciso, fu attuato: il programma era esattamente lo stesso per il quale votarono, è stato un errore per gli stessi greci, perché stavano votando su qualcosa che non esisteva più, non era necessario e ha creato turbolenze nei mercati finanziari.

La Grecia è stata sotto pressione più di prima, vorrei dimenticare quel capitolo", conclude Juncker.

"Quando siamo saliti al potere -afferma invece Euclid Tsakalotos, ex ministro ellenico delle Finanze- non c'è stata molta solidarietà nei primi sei mesi, da gennaio all'estate, quando abbiamo sottoscritto il compromesso.

L'originale memorandum Juncker, che abbiamo portato al referendum, era del tutto inaccettabile: era punitivo, siamo riusciti a trovare un compromesso migliore.

Quando il governo di SYRIZA ha mostrato la sua serietà, che voleva davvero lasciare il memorandum mentre faceva del suo meglio per proteggere i più vulnerabili, penso che lentamente gli europei si siano resi conto che era qualcosa di realizzabile.

Penso che alla fine abbiano pensato che potesse essere una vittoria per la Grecia, credo lo abbia affermato il presidente Juncker: non era come Wolfgang Schäuble, il ministro delle Finanze tedesco dell'epoca, che in realtà penso volesse che uscissimo dal programma, cosa che i governi precedenti non erano riusciti a fare.

Abbiamo avuto una sorta di corridoio per il debito, che offriva una certa protezione: era qualcosa di cui gli europei potevano essere orgogliosi alla fine, ma con un costo enorme, non dimentichiamolo.

Un'economia che perde il 26% del PIL, come è successo nel primo e nel secondo memorandum - 26% del PIL - non so se le persone che ci ascoltano capiscano quanto sia grande il 26%, non c'è altra economia che abbia sofferto così al di fuori di una guerra".

La Grecia è uscita di recente dal cosiddetto quadro di sorveglianza rafforzata dell'Unione europea: cosa significa questo per i cittadini greci?

"Siamo usciti dall'accordo nell'estate del 2018 e in quel momento è stato concordato che avremmo lasciato la sorveglianza rafforzata in tre, quattro anni, era una buona notizia.

La grande domanda ora è se ciò che abbiamo ottenuto nel 2018, un corridoio chiaro regolando il debito in modo da non avere elevati problemi finanziari ogni anno - inferiori a quelli di Spagna e Portogallo - se possiamo usare quel corridoio per poter ridurre il debito sul PIL, aumentando la crescita.

Non sono molto ottimista sul modo in cui questo governo ha affrontato il compito: quanto abbiamo ottenuto nell'estate del 2018 è stato lasciare una volta per tutte il memorandum, per avere un cuscinetto e dare un po' di conforto ai mercati finanziari, un corridoio che regola il debito che ci ha dato 10, 12 anni in cui agire insieme sul fronte dell'economia reale".

Ancora oggi, l'esempio greco e il modo in cui l'Unione europea si è comportata nei confronti della Grecia e dei cittadini ellenici è utilizzato da alcune forze politiche in tutta l'Unione per dire quanto quest'ultima sia cattiva ed incolpare Bruxelles per i problemi della gente: cos'è vero e cosa no?

"Giustamente, credo - ribadisce Euclide Tsakalotos - l'Europa è sempre stata 'dietro la curva', per così dire, anche ora nella crisi energetica, è servito un enorme disastro per vedere i primi sentori di una politica energetica unita a livello europeo.

Penso che l'Europa sia stata 'dietro la curva', che esista ancora una vera minaccia per l'Unione europea, vale a dire questa divergenza nel destino delle economie tra Nord Europa e Sud Europa.

Se si considerano Salvini e Meloni, Alba Dorata, l'ascesa della nuova destra, allora le politiche economiche che portano alla disuguaglianza, che limitano i servizi pubblici, l'accesso delle persone alla sanità, ai trasporti e all'istruzione fanno parte della risposta".

Yorgos Karahalis/Copyright 2019 The Associated Press. All rights reserved.
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Alla fine, arriviamo allo stesso punto: c'è il Nord, c'è il Sud, hanno approcci differenti alle cose, come vediamo anche oggi: quali sono stati gli insegnamenti?

"Mi permetta di essere schietto: non si può avere una valuta, con alcuni Paesi che vanno avanti e altri no, alla fine il giocattolo si romperà.

Se si vuole una valuta comune, occorre avere convergenza: per averla, occorre averne nel processo decisionale e fare in modo che i nordeuropei capiscano che, proprio come gli Stati Uniti, se il Texas o il Mississippi sono in difficoltà, qualunque sia lo Stato, ci sarà solidarietà attraverso politiche fiscali, politiche di stabilizzazione, è nella logica di una moneta unica".

Cosa è stato appreso e come non dimenticare questa crisi, soprattutto ora che un'altra enorme crisi si avvicina?

"Non dovremmo ripetere gli errori che abbiamo commesso durante la crisi ellenica - dice ancora Jean-Claude Juncker - ho sempre considerato che la distribuzione degli sforzi tra ricchi e poveri non fosse abbastanza equilibrata.

Parte di questo errore è dovuto all'Unione europea, perché al Fondo monetario internazionale, alla Banca centrale e alla Commissione negli anni precedenti i miei, abbiamo messo in atto un budget cieco, fatto di austerità, il che è stato un errore.

Vorrei che la Commissione prendesse in esame le conseguenze sociali degli strumenti anticrisi messi in atto: non è una questione relativa ad alti funzionari, è una questione politica".

L'economia greca sta crescendo rapidamente, ma il Paese ha ancora il più alto rapporto debito/PIL (nella zona Euro), pari al 189%.

Il tasso di disoccupazione è tra i più alti, mentre allo stesso tempo il salario minimo è tra i più bassi (sempre in relazione all'area dell'Euro).

La crisi attuale punta ancora una volta i riflettori sul Sud: Symela Touchtidou ha parlato in precedenza con l'attuale ministro delle Finanze greco, Christos Staikouras.

La Grecia è uscita di recente dal programma di sorveglianza rafforzata: cosa significa questo, in pratica, per il popolo ellenico?

"È un grande successo per la Grecia - dice Staikouras - per i sacrifici, gli enormi sacrifici dei cittadini greci: questo è collettivamente un successo per il buon governo e i nostri partner.

Significa che siamo tornati alla normalità per la prima volta dal 2010: ciò avrà effetti positivi, diretti e indiretti sull'economia e sulla società greca.

Miglioriamo il nostro accesso ai mercati internazionali, aumentiamo i presupposti per una crescita economica più elevata, più forte e robusta al fine di attrarre molti più investimenti, e siamo molto più vicini al raggiungimento dell'obiettivo finale, la pietra miliare della nostra politica economica, cioè lo status di investment grade (livello di investimento poco rischioso)".

In pratica, la Grecia ha ora più libertà economica, ma arriva in un momento in cui le prospettive per l'economia europea e globale sono piuttosto cupe.

Quanto spazio c'è effettivamente per aiutare le persone, le famiglie e le imprese in Grecia?

"Abbiamo cercato di creare una sorta di stanza fiscale sul relativo spazio, al fine di creare una rete di sicurezza attorno ai prezzi sensibili che preoccupano le famiglie.

Anche noi, negli ultimi tre anni, siamo riusciti ad attuare misure fiscali efficienti, non solo per riprenderci con forza nel 2021 ma anche per ridurre la disoccupazione, il che è fondamentale, tenendo conto che abbiamo avuto la disoccupazione più alta di tutti gli Stati membri dell'Unione.

Allo stesso tempo, sembra che abbiamo una robusta crescita economica, quindi terremo conto di questi progressi per cercare di ridurre ancor più tasse e contributi sociali ed essere molto vicini alla società greca, al fine di attuare le misure fiscali necessarie ed attenuare parte dei sacrifici dovuti alla crisi economica, alla crisi energetica che stiamo affrontando a livello europeo di recente".

La somma di tutte le misure di sostegno può pesare parecchio sul debito pubblico della Grecia, che è già alto?

"Innanzitutto - aggiunge Christos Staikouras - il rapporto debito pubblico/PIL è diminuito del 13% nel 2021, la più grande diminuzione dall'inizio dell'Eurozona, e prevediamo che questa sarà molto più elevata nel 2022.

Abbiamo riserve di cassa intorno ai 49 miliardi di euro in tal senso, tra le più alte a livello europeo: allo stesso tempo, una quota significativa del debito riguarda il settore ufficiale con tassi fissi.

La questione più importante è che il fabbisogno lordo annuo di finanziamento si attesta intorno al 10% del PIL, la metà della media europea: tutti questi sono vantaggi competitivi per il debito greco, rispetto a molti altri colleghi europei".

Guardando al futuro, nell'Unione europea è in corso una discussione sulle regole di bilancio e sulla governance economica.

Crede che le regole sul debito vadano ripensate? E cosa proporrebbe alle controparti?

"Sicuramente - ribadisce Staikouras - dovremmo far fruttare l'esperienza della grave crisi che abbiamo affrontato a livello europeo negli ultimi tre anni.

La componente fondamentale è che dovremmo avere disciplina di bilancio, prerequisito per la crescita economica, ma allo stesso tempo flessibilità di bilancio per tener conto del ciclo economico.

Inoltre, dovremmo incorporare l'esperienza che abbiamo affrontato, sfruttando il piano di ripresa e resilienza, l'indipendenza che abbiamo a livello europeo, al fine di attuare politiche coerenti e sostenibili a livello nazionale".

Dopo essere sopravvissuto a tutto questo, cosa vede oggi? Pensa che la situazione in Grecia, non solo finanziariamente ma anche socialmente e politicamente, sia migliore?

"Penso che non ci sia confronto possibile tra la situazione attuale e quella con cui lottavamo all'inizio del secolo sino al 2015 - conclude infine Juncker - quando finalmente abbiamo definito la risposta giusta al problema ellenico.

Ma la Grecia ha ancora grosse difficoltà, vive in una turbolenta regione dell'Europa: la Turchia, le incursioni dell'aviazione turca, i problemi di trivellazione, la vicinanza al nord del continente africano, i profughi sono ancora un grosso problema in Grecia.

I tempi sono ancora difficili: penso che il problema più grande sia che la Grecia non sta giocando il ruolo che dovrebbe svolgere in Europa.

Senza la Grecia, l'Unione europea non sarebbe completa e vorrei che la Grecia facesse eco in modo più forte alla sua particolare voce".