Kabul calling. Le voci disperate delle donne afghane

(Photo: AREF KARIMI via AFP via Getty Images)
(Photo: AREF KARIMI via AFP via Getty Images)

Habiba è una studentessa universitaria e del burqa ha sempre avuto il pensiero che presumibilmente occupa la testa di ogni ragazza occidentale: non ne avrebbe mai indossato uno. Cresciuta libera, in una famiglia che ha voluto per lei un’istruzione, si ritrova adesso a respingere caparbia le preghiere dei genitori, che la implorano di indossare l’abito che la coprirà dalla testa ai piedi, “per tenerla al sicuro dai talebani”. “Non voglio nascondermi dietro un drappo simile a una tenda” racconta al Guardian, “Se lo indosso avrò dato ai talebani il diritto di controllarmi. Sarebbe l’inizio della condanna a essere prigioniero in casa mia”.

La condizione femminile in Afghanistan è sempre rimasto un tema delicato, ma Habiba - così come molte ragazze vissute dopo il dominio integralista terminato nel 2001 - non porta memoria viva delle più umilianti restrizioni che alle donne toccavano allora. Non ha mai indossato quei burqa che ora affollano i mercati a prezzi maggiorati, attirando acquirenti impensabili: madri e padri che gli anni del potere talebano li hanno vissuti, ricordano cosa significasse essere donna all’epoca, hanno cresciuto le proprie figlie secondo altre regole, ma le supplicano adesso di coprirsi, nascondersi, cancellarsi, perché vedono nell’indumento uno scudo che possa difenderle dalle attenzioni di chi ha nuovamente preso il potere, seppur promettendo un diverso trattamento per il genere femminile.

Promesse che sanno di propaganda e si scontrano con lo scetticismo di chi si appresta a correre ai ripari, per proteggersi. “Tutta la mia vita è stata dedicata al tentativo di mostrare la bellezza, la diversità e la creatività delle donne afghane”, racconta sempre al Guardian Amul, modella e stilista. Per tutta la vita ha combattuto contro l’immagine della donna afghana come una figura senza volto, con un burqa blu. “Non avrei mai pensato di indossarne uno, ma ora non lo so. È come se la mia identità stesse per essere cancellata”.

Indipendenza, identità soppresse in un attimo. La paura tiene sveglie fino a tarda notte le afghane, che ascoltano i racconti di chi già ha avuto una percezione di quel che sarà, e diverso appare da quel che viene disegnato dalle rassicurazioni talebane rivolte a favore dei mezzi di comunicazione. Una residente di Kabul, anche lei ragazza, ha scritto un blog anonimo sul quotidiano britannico. Racconta l’arrivo dei talebani in città, avvenuto mentre lei si trovava all’università. “Volevamo tutti tornare a casa, ma non potevamo usare i mezzi pubblici” si legge “Gli autisti non ci lasciavano salire sulle loro auto perché non volevano assumersi la responsabilità del trasporto di una donna. È stato anche peggio per le donne del dormitorio, che vengono da fuori Kabul ed erano spaventate e confuse su dove avrebbero dovuto andare. Nel frattempo, gli uomini intorno si prendevano gioco di ragazze e donne, ridendo del nostro terrore. ‘Vai e mettiti il ​​burqa’, ha gridato uno. ‘Sono i tuoi ultimi giorni fuori per le strade’, ha detto un altro. ‘Sposerò quattro di voi in un giorno’, un terzo”.

Genitori hanno già visto portare via le loro giovani figlie, bottino di guerra per i soldati vittoriosi. E allora copritevi, sparite, chiudetevi in casa, pur di essere al sicuro. “Com’è possibile che dopo aver lavorato così tanto per raggiungere una posizione, ora io debba nascondermi in casa?” chiede Zahra a un giornalista dell’Associated Press. Per alcune è più difficile che per altre: le giornaliste afghane della visibilità fanno il proprio lavoro, negli anni hanno lottato per emergere in redazioni che osteggiavano la loro presenza. La 28enne Joya si è spesso trovata a essere l’unica donna in una redazione. “Era uno spazio dominato da uomini. C’erano così poche giornaliste a Kabul. Lei ha fondato un sito web che racconta di donne afghane, scritto da donne afghane e ora teme per la sua vita. Tante sue colleghe stanno ricevendo minacce di morte, viene loro intimato di abbandonare il lavoro: “Vediamo il silenzio mescolarsi alla paura”.

“Forse è andata così perché le nostre speranze sono cresciute in un vaso nero”, si legge nella didascalia che accompagna il disegno realizzato da una famosa artista afghana, Shamsia Hassani. Nell’illustrazione, una ragazza col volto rigato da una lacrima porge un fiore a un uomo nero, dalla barba lunga, armato di fucile. È un soffione, pianta che rappresenta la gioia e la spensieratezza tipica dell’infanzia, facile da spazzar via, con un alito di vento. Shamsia ha 33 anni, era bambina quando il regno talebano finiva, alimentando speranze di libertà, coltivate, lascia intendere il suo lavoro, su un terreno illusorio. Ora raccoglie la solidarietà di chi legge terrore impotente nelle sue opere e le scrive da tutto il mondo, dove è diventata famosa grazie ai suoi disegni. Lei risponde: “Sono senza speranze, ma vorrei che tutto si risolvesse presto per il meglio”.

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Sui social si riversa il timore disarmato di molte afghane. C’è Shamsia, c’è la ragazza che in lacrime si prepara a “morire lentamente”, ci sono tante e tante altre, giovani donne che hanno ricevuto un’istruzione e affidano a un post la loro frustrazione. Sulle piattaforme che più di tutte hanno accorciato le distanze, la mano è tesa verso l’utente, nella preghiera che venga afferrata, per aiutarle a riemergere dall’incubo. Scrive su Twitter la fotografa afghana Rada Akbar: “Le città collassano, i corpi umani collassano, la storia e il futuro collassa, la vita e la bellezza collassa, il nostro mondo collassa. Vi prego, qualcuno fermi tutto questo”. “Hey mondo!”, scrive un’altra utente, e sembra sentirla gridare, “Riesci a sentirci?”. Social come palcoscenici sul mondo: gli spettatori guardano, ma l’interazione con gli attori si limita al brusio di un applauso di sala. Solidarietà nei commenti, ma nessuna mano dà lo strattone che servirebbe per scavallare il burrone. Eppure sono lì, così vicine, ancora visibili, prima che un drappo blu le nasconda.

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Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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