"Kabul conferma, viviamo un'epoca di regressione democratica"

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Marta Dassù (Photo: ANSA)
Marta Dassù (Photo: ANSA)

La disastrosa uscita dall’Afghanistan rappresenta per l’Occidente “una sconfitta politica” che comporta una “drammatica perdita di credibilità, per gli Stati Uniti e i loro alleati”. Dal punto di vista della salute dell’asse delle democrazie, il ritiro da Kabul “dimostra che Stati Uniti ed Europa tentano soprattutto di difendere i propri sistemi politici: di fatto, non abbiamo ancora trovato un modo credibile per allargare il perimetro della democrazia sul piano internazionale”. Così Marta Dassù, direttrice di Aspenia e senior director of European Affairs presso The Aspen Institute, ragiona insieme all’HuffPost sulla portata e sulle conseguenze della resa occidentale in Afghanistan.

Fiasco, débâcle, sconfitta, disastro, fine disonorevole del secolo americano. Sono tutti termini usati in questi giorni per descrivere la portata del ritiro statunitense dall’Afghanistan. Quale termine la convince di più? Cosa significa per gli Stati Uniti un’uscita così drammatica dalla loro guerra più lunga?

È una sconfitta: una sconfitta politica, più che militare. Nella logica di Joe Biden, che da vicepresidente di Obama si era già espresso a favore del ritiro, uscire dall’Afghanistan era ormai possibile, dopo la sconfitta di Al Qaeda, ed era necessario: gli Stati Uniti hanno priorità interne, tanto più in epoca Covid, e vogliono concentrarsi sulla competizione a lungo termine con la Cina. Adottando questo punto di vista, l’Afghanistan diventa un fronte secondario: il rischio terrorismo, di cui si torna a parlare in questi giorni per avallare la tesi del ritiro rapido, può essere tenuto sotto controllo con azioni mirate. Esiste la tesi opposta: mantenendo uno sforzo militare modesto sul terreno, l’America sarebbe stata in grado di garantire una sorta di status quo, proteggendo i risultati conseguiti nei due decenni di operazione Nato. Risultati che oggi vengono trascurati, che rischiano di essere azzerati dal ritiro, ma che sono stati importanti per una parte della popolazione civile afghana, le donne anzitutto. Biden ha scelto, sostanzialmente per ragioni di politica interna, di tenersi l’accordo raggiunto da Donald Trump con i talebani nel febbraio del 2020: un accordo che come si è visto equivale di fatto a una resa, con l’unica condizione di non subire attacchi durante il ritiro. L’uscita dall’Afghanistan era insomma prevista e annunciata; ma è stata gestita in modo clamorosamente incompetente, con errori di previsione sulla tenuta delle forze afghane, senza consultazioni con gli alleati europei, e lasciando indietro, nonostante l’imponenza del ponte aereo e le 80.000 persone evacuate in questo mese, migliaia di afghani che avevano collaborato con gli occidentali. È una drammatica perdita di credibilità, per gli Stati Uniti e i loro alleati.

Il caso Afghanistan rappresenta un punto di svolta nella grande contrapposizione tra democrazie e autocrazie?

La “tomba degli imperi”, così è definito l’Afghanistan, ha in realtà scottato tutti, dall’Impero britannico, all’Unione Sovietica, agli Stati Uniti e noi europei. Che migliaia di afghani tentino di espatriare dimostra la loro vulnerabilità al ritorno dei talebani; ma indica anche, abbastanza chiaramente, il potere di attrazione delle democrazie. Sul piano internazionale, tuttavia, stiamo vivendo un’epoca di “regressione democratica”: il ritiro dall’Afghanistan dimostra che Stati Uniti ed Europa tentano soprattutto di difendere i propri sistemi politici, non abbiamo ancora trovato un modo credibile per allargare il perimetro della democrazia sul piano internazionale. L’illusione degli anni ’90 era che la globalizzazione economica avrebbe anche prodotto la diffusione della democrazia liberale. L’ascesa della Cina ha smentito questa tesi. Mentre la fine ingloriosa della missione in Afghanistan vanifica i progressi che pure eravamo riusciti a conseguire per un paio di decenni: basta guardare, per rendersene conto, ai dati in ascesa sull’educazione delle bambine o sul lavoro delle donne.

Xi Jinping e Vladimir Putin non hanno perso l’occasione per dare “lezioni” all’Occidente. “Se le scarpe calzano, lo sa chi le porta”, la metafora usata da Xi. “L’Afghanistan è una lezione, non si può imporre il proprio stile di vita su altri popoli”, ha detto Putin a Merkel pochi giorni fa. L’Occidente è nudo di fronte alle proprie contraddizioni?

La Russia ha poche lezioni da dare: in Afghanistan ha preso a sua volta una storica batosta. La Cina ritiene da anni, dalla crisi finanziaria del 2008 in poi, che gli Stati Uniti siano in declino. Pechino cercherà di trarre qualche vantaggio dalla situazione: ha interesse a sfruttare i minerali rari dell’Afghanistan e tenterà di rafforzare il corridoio pakistano della Belt and Road initiative. Ma avrà anche il problema di controllare il fondamentalismo islamico ai confini, il che significa che guarderà all’Afghanistan pensando allo Xinjiang. La Cina è una potenza nazionalista e pragmatica. La competizione con gli Stati Uniti si gioca in Asia orientale e sul futuro di Taiwan, non in Asia centrale. E Pechino non ha nessuna intenzione di farsi bruciare a sua volta in Afghanistan. In generale, dopo il ritiro occidentale, paesi come il Pakistan - tradizionale retrovia dei talebani - l’Iran o la Cina avranno maggiore influenza in Asia centrale; ma l’Italia ha ragione quando sostiene che esiste uno spazio di cooperazione necessario fra Europa, Usa e potenze regionali sul controllo del fondamentalismo islamico, la crisi umanitaria, la gestione dei rifugiati.

Su Aspenia Online ha giustamente scritto che “la sconfitta americana in Afghanistan è anche la sconfitta della Nato”. Vent’anni fa, dopo l’attacco alle Torri Gemelle, la Nato identificò la sua nuova missione nella lotta al terrorismo, dopo un periodo di assestamento a seguito della caduta del Muro di Berlino. Biden sostiene che quella missione sia stata portata a termine dieci anni fa. Come esce la Nato dall’epilogo afghano?

La Nato ha subito un brutto colpo, non c’è alcun dubbio su questo. Ciò non significa la fine della Nato, naturalmente: la difesa comune, in particolare guardando al fronte orientale dell’Europa, resta negli interessi europei e negli interessi degli Stati Uniti. Ma un’alleanza che non si fondi su vere consultazioni politiche - la lezione dell’Afghanistan è anche questa - e che resta basata su un’asimmetria di potere così forte, ha per definizione un futuro incerto. Non a caso, il nuovo concetto strategico della Nato, oggi in discussione, riserverà un peso notevole al problema delle consultazioni politiche. L’Europa dovrà rafforzare le proprie capacità militari per riuscire ad avere una voce in capitolo. E un’Europa più forte, nella politica di sicurezza e difesa, servirà anche agli Stati Uniti e alla Nato. Si profila in effetti una nuova divisione delle responsabilità: gli europei dovranno avere le capacità e la volontà politica per riuscire a svolgere azioni autonome nelle aree vicine, nel Mediterraneo in particolare; l’America concentrerà maggiori risorse sul fronte asiatico. È del tutto inutile - questo il monito che gli europei dovrebbero ormai avere chiaro - parlare a vuoto di autonomia strategica, senza avere gli strumenti per conseguirla.

Finora, americani e alleati Nato hanno dialogato con i talebani per lo stretto necessario alle operazioni di evacuazione. Cinesi, russi, turchi, iraniani, oltre alle solite monarchie del Golfo, continueranno a dialogarci anche dopo. Cosa pensa della questione del riconoscimento dei talebani?

Il riconoscimento, almeno per quello che riguarda Europa e Stati Uniti, non è in agenda. Ciò che si discute è a che condizioni trattare con il regime talebano per riuscire, nel dopo 31 agosto, a portare aiuti umanitari ed eventualmente a creare corridoi umanitari. Useremo, come leve di pressione, strumenti economici. I talebani, nonostante le stime che si fanno sull’economia informale e illegale, avranno un enorme buco di bilancio: miliardi di riserve bloccate nelle banche estere, congelamento dei fondi internazionali che tenevano in piedi gran parte del paese. Potranno avere una mano dalla Cina (aiuti finanziari) e dall’ Iran (forniture energetiche) ma non basterà a compensare le difficoltà economiche che già si presentano, per esempio con un aumento rapidissimo dei prezzi dei beni alimentari. Il World Food Programme ha già lanciato l’allarme sulle stime previste per fame e povertà estrema. E questo, insieme alla instabilità che persiste (i talebani non hanno il controllo dell’intero territorio) significa più sfollati interni e più rifugiati. Dopo la fine del ponte aereo, si accentuerà l’evacuazione via terra, nei paesi confinanti come Pakistan e Iran. Non sono così certa che avremo una crisi dei rifugiati in Europa paragonabile a quella del 2015. Ma se ciò avvenisse, saremo ancora una volta divisi e impreparati.

L’Unione europea, per non smentirsi, ha infatti già ricominciato a litigare sull’accoglienza. Cosa resta del progetto europeo se l’Unione continuerà a voltare la testa? Quale può essere il ruolo dell’Italia nel dare forma al futuro della sua casa più grande?

L’Unione europea è uno strano animale, diceva Giuliano Amato qualche anno fa. E in effetti continua ad essere così; l’Ue delude continuamente, passa di crisi in crisi, si divide ma alla fine si vive meglio in Europa che altrove. Il problema è che tutto questo va ormai difeso, sia all’interno che all’esterno: separare economia e geopolitica non è più possibile. E il problema vero non sono i cittadini, che secondo tutti i sondaggi ritengono che l’Europa avrebbe bisogno di una politica estera e di una capacità di difesa; il problema è la mancanza di visione geopolitica e di leadership. Dopo l’uscita di scena di Angela Merkel, Mario Draghi avrà un ruolo particolarmente importante. Fare funzionare il recovery plan in Italia e indirizzare il dibattito sull’Europa post-Covid, è un contributo che l’Italia potrà realisticamente dare.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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