Kabul insegna che la democrazia non si esporta come scarpe Nike

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An American flag flies near the base of the destroyed World Trade
Center in New York, in this file photo from September 11, 2001, taken
after the collapse of the towers. This year's anniversary of the
September 11 attacks in New York and Washington will echo the first
one, with silence for the moments the planes struck and when the
buildings fell, and the reading of 2,792 victims' names. REUTERS/Peter
Morgan-Files

HB (Photo: Peter Morgan via REUTERS)
An American flag flies near the base of the destroyed World Trade Center in New York, in this file photo from September 11, 2001, taken after the collapse of the towers. This year's anniversary of the September 11 attacks in New York and Washington will echo the first one, with silence for the moments the planes struck and when the buildings fell, and the reading of 2,792 victims' names. REUTERS/Peter Morgan-Files HB (Photo: Peter Morgan via REUTERS)

La democrazia, secondo Robert Conquest, non è tanto un insieme di regole quanto una disposizione d’animo. Credo stia tutto qui il fallimento di americani e alleati in Afghanistan. Le truppe si ritirano senza condizioni, primo segnale di fallimento, e in coda alle truppe – come ha raccontato in settimana il Wall Street Journal – seguono scrittori, drammaturghi, registi, musicisti, giornalisti, studenti, interpreti, funzionari, l’intera burocrazia che ha collaborato con gli Stati Uniti al tentativo chimerico di fare dell’Afghanistan un’appendice democratica dell’Occidente liberale. Secondo, drammatico, definitivo segnale del fallimento.

Ricorda Daniele Ranieri sul Foglio che, già durante la presidenza di Barack Obama, il vicepresidente Joe Biden suggeriva di lasciar perdere: “Non possiamo cambiare quel paese”. La dottrina dell’esportazione della democrazia, formulata dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, non era parsa così convincente nemmeno fra alcuni estranei all’autoflagellazione occidentale, e persuasi che gli Usa dovessero reagire con altrettanta forza e determinazione. La democrazia non è esportabile come scarpe Nike o pollo fritto del Kentucky, perché la democrazia non è tanto un insieme di regole quanto una disposizione d’animo. E dovremmo saperlo bene dalle nostre parti, che dall’Atene di Pericle al sogno altrettanto utopistico della democrazia diretta, passando per la Magna Charta, la decapitazione di un paio di re, le rivoluzioni, le costituzioni, le dichiarazioni universali dei diritti dell’uomo, il sogno dell’Europa unita dopo due devastanti guerre e due devastanti dittature novecentesche, ancora fatichiamo non dico a realizzare pienamente la democrazia, ma ad averne conficcati in testa i postulati.

Ora, per esempio, siamo tutti presi a insegnare la lezione dei diritti a Viktor Orbán – e va benissimo – come se quanto ci manca fosse soltanto di lucidare i pulpiti. Siamo invece impegnati a ricordare la macelleria messicana (molto italiana) di venti anni fa a Genova, ben commemorata con la macelleria di Santa Maria Capua Vetere. Abbiamo in Parlamento partiti che non sono nemmeno in grado di tirare fuori dal carcere i cinquanta bambini attualmente reclusi con le loro madri, che periodicamente saltano su con proposte sovietiche come il vincolo di mandato o l’abolizione del voto segreto, che non sanno organizzare una decente vita democratica al loro interno, che strepitano a ogni sbarco di immigrati e non hanno un aggettivo da spendere a ogni affondamento di barcone, che se vogliono sistemare una stortura sono buoni a delegarla ai giudici, attraverso formulazioni di nuovi reati e pene più dure, ma non sono stati capaci di garantire due diritti solari alle coppie omosessuali: il matrimonio pieno e l’adozione. E sono i partiti votati da noi, espressioni della nostra idea di democrazia.

E su questi presupposti volevamo esportarla, e mica con i cargo, volevamo esportarla con le bombe e con i mitra, e in paesi che di Pericle e della Magna Charta e della Rivoluzione francese non sanno nulla, e non gliene frega nulla, e da millenni cercano di risolvere i loro problemi in qualsiasi modo che non contempli elezioni, rappresentanza, proclamazioni di diritti. Magari un giorno ci arriveranno, e sarà un bene, ma è un giorno lontano e quel giorno la democrazia non gliela porterà un esercito venuto da un altro mondo. I talebani – dicono i più pessimisti – entro Natale saranno a Kabul a ristabilire la legge del Corano, e succederà perché non verrà opposta la necessaria resistenza. I molti, ma pochi in proporzione, che speravano nella libertà, nei diritti, nella democrazia, cercheranno di fuggire per non avere il burqa imposto o la gola tagliata. Cercheranno di venire da noi, e noi non li vorremo.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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