"A Kabul, più che le bombe e le occupazioni, ha fatto molto di più chi ha resistito sul luogo"

·6 minuto per la lettura
Zerocalcare (Photo: Ufficio Stampa Zerocalcare)
Zerocalcare (Photo: Ufficio Stampa Zerocalcare)

Venezia, giorno meno uno dall’inizio della 78esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. Prima sul treno e poi in uno degli hotel più frequentati del Lido, incontriamo il fumettista romano Michele Rech, conosciuto da tutti come Zerocalcare. Ha una t-shirt rosso bordeaux, “color vinaccia” dice lui, su cui campeggia la scritta gialla “Garbatella: a working class district”, riferendosi al noto rione della Capitale. È un tradimento al suo quartiere? – gli chiediamo – e lui: “Questa è na’ maglietta da viaggio. In teoria non metto mai in pubblico una cosa che parla di un altro quartiere, qui non era previsto, ma è capitato. Rebibbia è il posto dove vivo e resta sempre nel mio cuore”. “Il fatto di essere il capolinea della metropolitana e la sede del più grande carcere d’Europa – continua - lo ha portato ad avere sempre uno stigma che ha fatto sì che venisse visto sempre molto male. Quello stigma ha generato un sentimento di appartenenza in chi ci stava dentro per affermare l’esatto contrario, perché, in realtà è un quartiere bellissimo e tranquillissimo, un quartiere che ha generato degli anticorpi molto validi in termini di autoorganizzazione. Non c’è nulla a Rebibbia: tutto quello che c’è, l’hanno portato gli spazi occupati che l’hanno fatto vivere assieme ai cineforum, alle presentazioni di libri e agli spettacoli. Senza i centri sociali, tutte queste cose non sarebbero mai esistite”.

Zerocalcare è al Lido per presiedere la giuria di BookCiak Azione!, il concorso video, ideato e diretto da Gabriella Gallozzi che celebra l’intreccio tra cinema e letteratura attraverso i bookciak, i corti ispirati a romanzi e graphic novel. Ha avuto, come molti, il Covid - “so’ vaccinato”, ripete più volte - ma guai a chiamarlo presidente. “Ma che è na’ gag? Non sono bravo a fare cose istituzionali. Questo incarico l’ho preso come una gag, una cosa carina: sono appassionato di cinema, sono un lettore, ma non ho uno strumento critico e accademico di nessun tipo per dare giudizi. Quelli degli altri membri della giuria sono stati più pertinenti dei miei, ho dato i miei elementi, ma senza autorevolezza”.

Con la sua giuria premiate le resistenze: chi sono per lei quelle di oggi?

Ho un problema di base. Sono da poco tornato dall’Iraq, ieri dall’incontro con la diaspora curda di Bruxelles, parlare in questo momento di resistenze significa parlare di persone che mettono a rischio la propria dignità per la resistenza propria e degli altri. Nel nostro mondo, le resistenze sono tante. Una è quella che abbiamo dovuto fare tutti, cioè i due anni di pandemia, che oltre ad essere un disastro sanitario, è stato un disastro sulla vita delle persone, sull’economia, sui consumi anche culturali eccetera. Ci sono poi tutta una serie di resistenze che passano per l’immaginario e la cultura che sono quelle che riguardano più da vicino, ad esempio, questo premio che riunisce cinema e letteratura, due ambiti che formano l’immaginario delle resistenze anche culturali, i paletti da mantenere e mettere nella vita.

In uno dei suoi libri più amati, “Kobane Calling”, pubblicato come gli altri suoi libri da Bao, ha esplorato il Rojava narrando come mai nessuno aveva fatto prima, almeno in Italia, proprio di quella città del Kurdistan siriano, la città che – come scrive lei – “ha cacciato l’Isis a calci in culo”. Ha sempre detto e scritto che di quei problemi non se ne parlasse abbastanza. Cosa ha provato dopo gli attentati di Kabul?

Il mio riflesso immediato è stato quello di pensare che più che le bombe e le occupazioni invise alla popolazione, per sconfiggere il radicalismo e l’estremismo jihadista mi sembra che abbia fatto molto di più chi ha resistito sul luogo. Trovare lì degli interlocutori sani e cercare di aiutare coloro che sviluppino un livello di società che è ancorato in quella tradizione lì, ma con uno slancio di democrazia, mi sembra la cosa migliore da fare e da sostenere. Questo è stato il mio sentimento, quello di una persona che conosce la realtà irachena e non quella afgana. Mi sono fatto un po’ di chiacchiere in questi giorni e rispetto alla lettura che diamo un po’ tutti – che ha anche elementi molto corretti – però manca tutta una parte che lega anche il ruolo della Turchia con quello che è successo e sta succedendo con l’Isis che, forse, dovremmo riprendere un po’. Le cose non sono così sconnesse: ci sono degli stati che continuano ad essere degli scudi per i jihadisti e sono quelli con cui abbiamo scambi commerciali ed economici. Più che pensare di andare a colpire questo e quello, dovremmo capire dove vanno a finire i soldi che diamo a questi stati.

Se la sentirebbe oggi di raccontare tutto ciò in un suo fumetto?

No, perché non posso farlo relata rèfero, mi sembra un’operazione quasi disonesta intellettualmente. Non sono in grado di dire se una cosa è grave o no se non la vado a vedere personalmente. Per raccontare fatti del genere, bisognerebbe andare sul campo, ma non è possibile al momento.

Nel frattempo disegna e crea storie legate ai suoi personaggi e i tanti aspettano la sua prima serie per Netflix.

Si chiama “Strappare lungo i bordi” e l’ho ambientata nel suo universo narrativo con i miei personaggi, tra cui ovviamente l’Armadillo e la sua voce sarà quella di Valerio Mastandrea. La vedrete in inverno.

Sala (al cinema) contro salotto (di casa): lei da che parte sta?

La sala mi dà milioni di emozioni in più. Ognuno può fare come vuole, ma io a casa riesco a guardare solo le serie tv. I film non ci riesco.

Un festival come questo è una vetrina, uno “scatto” per molti: il suo quando è arrivato?

Il mio scatto l’ho fatto con i social ed è stato reso possibile dal fatto che Makkox consigliò la robbba mia ai suoi follower. Senza il suo consiglio, sarei probabilmente rimasto un sassolino nell’Oceano e basta.

Vedrà molti film: che idea si è fatta di questa seconda edizione sotto Covid?

Dallo sguardo che ho dato, mi è sembrato un festival molto più accessibile di altri anni. Sono contento, perché questo vor dì che mi addormenterò meno in sala (ride, ndr). In realtà, mi piace vedere anche quei film lì, perché mi stimolano dandomi uno sguardo diverso sulle cose. Sono molto curioso di vedere il film di Sorrentino e Dune di Villeneuve”.

Un film che l’ha formata?

Non ho dubbi: L’Odio di Mathieu Kassovitz.

Un odio verso chi o che cosa?

In quel caso specifico, era verso tutti quelli che stavano fuori la propria banlieue. Una cosa che oggi mi sembra ancora valida.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

Il nostro obiettivo è creare un luogo sicuro e coinvolgente in cui gli utenti possano entrare in contatto per condividere interessi e passioni. Per migliorare l’esperienza della nostra community, sospendiamo temporaneamente i commenti sugli articoli