Katherine Bradley e Edith Cooper, poete, amanti, ma anche zia e nipote, unite nel nome di Michael Field

Di Sara Mostaccio
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Photo credit: Sasha - Getty Images
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Zia e nipote all’anagrafe, una cosa sola davanti al mondo e nei propri cuori. È la storia di Michael Field, nome d’arte che celava non uno scrittore, e neanche una scrittrice, ma due: Katherine Bradley e Edith Cooper. Insieme hanno scritto circa 40 opere tra raccolte poetiche e drammi teatrali oltre alla grande quantità di lettere che si scambiarono e a un diario condiviso, Works and Days, che raccontava i loro giorni insieme coprendo 26 anni di vita, dal 1888 al 1914.

Katherine Harris Bradley era nata nel 1846 da una ricca famiglia di Birmingham impegnata nella manifattura del tabacco. Edith Emma Cooper era la figlia di sua sorella, nata nel 1862 e presto accolta dalla zia sotto la sua ala visto che la madre era rimasta invalida dopo la nascita della seconda figlia.

Non dovendosi preoccupare né di lavorare né di sposarsi per essere mantenute, e potendo contare entrambe su ricche rendite, poterono dedicarsi a ciò che più amavano, la letteratura. Katherine aveva studiato al Collège de France e al Newnham College di Cambridge e viaggiava per l’Europa mentre intratteneva con la giovanissima nipote una corrispondenza che già svelava quale fosse il loro rapporto. I nomignoli con cui usavano chiamarsi iniziano a comparire in queste prime lettere. Ma mentre Katherine è ormai adulta, indipendente e padrona della sua vita, Edith è ancora una ragazzina costretta a casa. Almeno fino ai 16 anni quando si trasferisce a Bristol per studiare.

Katherine inizia a farle spesso visita e per la fine del 1870 si stabilisce definitivamente nella stessa casa. La loro relazione non suscita alcuno scandalo perché quel che si vede all’esterno è una zia che si prende cura della nipote. Sia Katherine che Edith non hanno alcun interesse nel far credere al mondo che sia qualcosa di diverso. Intanto Katherine pubblica le sue prime poesie con lo pseudonimo di Arran Leigh, un omaggio a Elizabeth Barrett. Edith invece si firma Isla Leigh. Ma nel 1884 pubblicano la prima opera congiunta con lo pseudonimo di Michael Field. Un nome solo per entrambe.

The love that breeds
In my heart for thee!

L’opera suscita l’interesse della stampa e della critica, lo Spectator si spinge ad affermare che è nato il nuovo Shakepeare. Qualcuno però non si accontenta del mistero che aleggia intorno a questo nuovo nome della poesia e vuole andare a fondo. È Robert Browning, poeta a sua volta, che scrive una lettera a Michael Field con l’intento di conoscerlo. Katherine e Edith accettano di incontrarlo e gli rivelano il loro segreto a patto che venga rispettato. Browning infrange la promessa. Nei circoli letterari londinesi l’identità di Michael Field è presto svelata e altrettanto presto la critica inizia a disinteressarsi della sua opera. Le due donne si arrabbiano molto, sono consapevoli che un nome d’arte avrebbe permesso loro di dire cose che “il mondo non accetta dalle labbra di una donna.”

Benché vendano poco, e spesso debbano pubblicarsi a proprie spese, Katherine e Edith sono ben accolte nel mondo artistico contemporaneo. Si avvicinano alle posizioni dell’Estetismo e stringono amicizia con John Ruskin, Oscar Wilde, George Meredith, W.B. Yeats. Conoscono un’altra coppia dello stesso sesso che convidide tanto l’arte quanto la vita. Charles Ricketts e Charles Shannon vivono a Richmond, dove presto si trasferiscono anche Katherine e Edith, e creano le copertine di molti dei libri di Michael Field.

Quando il padre di Edith muore nel 1899 comprano una casa insieme. La condivideranno per il resto della vita vivendo “un matrimonio ancora più stretto” di quello tra Elizabeth Barrett e Robert Browing. Perché, aggiungeva Katherine, “quei due poeti, marito e moglie, scrivevano separatamente” mentre lei e Edith scrivono insieme. In realtà ciascuna scriveva da sola, addirittura in stanze diverse, e solo in fase di composizione del libro amalgamavano i loro versi. Ma l’intento era uno, uno il cuore che batteva in due petti.

I love her with the seasons, with the winds,
As the stars worship, as anemones
Shudder in secret for the sun, as bees
Buzz round an open flower: in all kinds
My love is perfect, and in each she finds
Herself the goal: then why, intent to tease
And rob her delicate spirit of its ease,
Hastes she to range me with inconstant minds?

Quando incontrano il critico d’arte Bernard Berenson sembra che Edith nutra per lui un sentimento destinato ad allontanarlo per sempre da Katherine, che scrive amareggiata di aver “visto la mia fertile terra diventare un deserto.” Non accade. Il legame che unisce le due donne è più forte di ogni altro, non c’è uomo in terra che possa separarle. Si dedicavano poesie d’amore, spesso esplicitamente erotiche, usando sempre lo stesso nome a sottolineare la loro inseparabilità nell’arte e nella vita. I loro amici le chiamavano le Fields, tra loro usavano nomignoli di ogni sorta: pussy, sweet wife, beloved, persian puss, Michael o Henry.

Col passare degli anni presero a condurre una vita eccentrica. Si sentivano vicine al paganesimo, amavano la poesia greca antica, si accostarono all’esoterismo tanto in voga all’epoca. Nel giardino di casa fecero costruire persino un altare dedicato a Dioniso. La svolta arrivò nel 1906 alla morte dell’amatissimo cane Whym Chow a cui avevano persino dedicato un libro di poesie. Trovarono conforto nella religione cattolica a cui si convertirono entrambe cominciando a studiarne la dottrina, a frequentarne la chiesa, a scoprire il culto di Maria.

Restarono insieme per quasi quarant’anni. Tutti sapevano che Katherine e Edith condividevano più di un nome d’arte ma a differenza delle relazioni tra uomini pesantemente condannate – emblematica la vicenda di Oscar Wilde, loro contemporaneo – il rapporto tra due donne era tollerato, a patto che non fosse troppo esibito. Fu un legame che solo la morte riuscì spezzare quando nel 1913 Edith morì di cancro. Si era convinta che la malattia fosse la punizione per il suo grande peccato. Aveva rifiutato la morfina nonostante i dolori atroci preferendo la tripsina che le aveva allungato la vita ma reso la morte più dolorosa. Katherine la seguì pochi mesi dopo.