Kiefer sotto i Sette Palazzi Celesti: la folla e il mainstream

Milano, 4 feb. (askanews) - Quando una grande folla si raduna intorno a un'opera d'arte contemporanea è sempre un momento interessante, sia per capire come oscilla il gusto, per citare Gillo Dorfles, sia per riflettere sulle dinamiche spettacolari, qui pensando a Guy Debord, che inevitabilmente si muovono anche intorno all'arte più seria. Se poi ci si aggiunge pure, davanti alla folla, la presenza di un artista di indiscusso valore, ecco che si può provare a descrivere che cosa è successo a Milano, quando in Pirelli HangarBicocca centinaia di persone hanno seguito e ascoltato Anselm Kiefer, mentre raccontava il proprio lavoro all'ombra dei suoi Sette Palazzi Celesti.

E' impossibile, di questi tempi, non accorgersi della straordinaria predisposizione instagram delle foto della serata. Ma, per fortuna, in tal caso, il peso specifico della storia va ben oltre le story social, per entrare a pieno titolo nel campo del ragionamento sull'immaginario collettivo. Realizzati nel 2004 proprio per il colossale spazio postindustriale milanese, i Sette Palazzi di Kiefer sono stati per anni uno dei tesori pressoché segreti del contemporaneo in Italia, una santuario meraviglioso, ma per pochi, quasi che la sua straordinaria intensità fosse troppa per la scena culturale del nostro Paese, abituato a pensare le rovine come appannaggio esclusivo della propria, ovviamente mirabile, storia antica.

Adesso invece questa folla, questa celebrazione degna del miglior mainstream, e intendiamo realmente "migliore". Una svolta che certifica, grazie anche al racconto social che ne è stato fatto, come l'opera di Kiefer sia diventata una presenza reale nell'immaginario collettivo, al pari di fenomeni culturali meno colti, ma pervasivi. Qui il contemporaneo gioca una bella fetta della propria partita per la rilevanza e nello stesso modo l'ha giocata, con successo, l'Hangar della Pirelli.

Nel momento in cui un'opera realmente importante e complessa diventa (quasi) un fenomeno di massa allora vuol dire che una serie di obiettivi sono stati raggiunti, al di là dell'irresistibile fascino di vedere di persona un "eroe" della scena dell'arte (come ha scritto un gallerista acuto come Massimo Minini), per di più ai piedi di un vero e proprio monumento dei nostri tempi. Al di là delle mode, insomma, in quella sera milanese qualcosa è successo.