L’aria più inquinata è nei luoghi chiusi e la respiriamo 22 ore al giorno

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Photo taken in New York City, United States (Photo: Paige  Barry  / EyeEm via Getty Images)
Photo taken in New York City, United States (Photo: Paige Barry / EyeEm via Getty Images)

L’inquinamento dell’aria uccide nel mondo 7 milioni di persone ogni anno. I dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità mostrano che 9 persone su 10 respirano aria che supera i limiti delle linee guida dell’OMS e che quindi contengono alti livelli di inquinanti, con i paesi più poveri che soffrono delle esposizioni più alte.

Al contrario di quello che si potrebbe pensare però, e a prescindere dalla parte del mondo in cui ci si trova, l’aria negli ambienti chiusi - che si tratti di case, uffici, scuole, persino automobili - è più inquinata dell’aria outdoor. Non solo: mentre l’aria esterna è soggetta a legislazione volta a ridurre l’esposizione agli agenti inquinanti, la qualità dell’aria all’interno degli edifici (pubblici e privati) non è regolata da alcun riferimento normativo, se non alcune raccomandazioni.

L’inquinamento dell’aria indoor

Le persone non hanno consapevolezza di quanto tempo trascorrono negli ambienti chiusi. Inoltre 8 persone su 10 non sanno che l’aria interna può essere fino a 5 volte più inquinata di quella esterna. Questo emerge da una rilevazione realizzata da YouGov per Velux, un’azienda danese specializzata nella produzione di finestre. I dati raccolti, attraverso 16.000 interviste online tra marzo e aprile 2018 in 14 paesi in Europa (tra cui l’Italia) e Nord America, ritraggono un essere umano che passa il 90% del suo tempo al chiuso: circa 22 ore al giorno.

Secondo i dati dell’OMS sulla qualità dell’aria dentro le case, nel mondo ci sono 3,8 milioni di persone che ogni anno muoiono prematuramente per malattie attribuibili all’inquinamento domestico, causato in particolare dall’uso malsano di combustibili solidi e kerosene per cucinare. Le morti avvengono in gran parte per malattie cardiache, polmoniti e malattie polmonari ostruttive croniche, poi ictus e cancro ai polmoni.

L’esposizione agli agenti inquinanti è un problema di tempo

Gli inquinanti all’interno dei luoghi chiusi sono gli stessi che ci sono all’esterno. “Sono quelli di cui sentiamo sempre parlare”, spiega ad Huffpost Silvia Brini dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra). “Per esempio il PM10, il PM 2,5 gli ossidi di azoto, i composti organici volatili e altri. La peculiarità è che gli effetti sulla salute hanno luogo in funzione dei livelli di concentrazione dell’inquinante moltiplicati per il tempo di esposizione”. Quello che conta, chiarisce Brini, è la durata dell’esposizione agli agenti inquinanti. “Lo stile di vita attuale, considerando anche tutti i problemi derivati dal lockdown nel periodo della pandemia, fa sì che passiamo la maggior parte del tempo in luoghi chiusi” - continua - per questo c’è bisogno di una consapevolezza profonda dei rischi che si corrono se non si respira un’aria sana”.

Negli anni l’Ispra, insieme all’Istituto Superiore di Sanità (Iss), si è impegnato a informare il pubblico e gli addetti ai lavori sull’inquinamento dell’aria indoor, assicura l’esperta. “Abbiamo cercato di fornire alcune indicazioni su come evitare che le concentrazioni degli inquinanti dentro le abitazioni diventino tropo elevate”.

Infografica realizzata dall'Istituto Superiore di Sanità e l'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Photo: ISS e ISPRA)
Infografica realizzata dall'Istituto Superiore di Sanità e l'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Photo: ISS e ISPRA)

Brini fa l’esempio del profumatore di ambiente come sorgente di inquinanti indoor. Alcune rilevazioni di ricercatori di fisica ambientale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore hanno evidenziato come l’azionamento di uno spray profumante per l’ambiente innalzi la concentrazione di PM10 nella stanza fino a 1000 µg/m3, quando il limite normativo per il PM10 nell’aria outdoor è di 50 µg/m3.

Non sono solo i materiali a rendere sano un edificio

Nel 1987 l’OMS riconosceva la Sindrome dell’Edificio Malato (SBS, da Sick Building Syndrome), per cui si riscontravano sintomi come mal di testa, tosse e irritazione degli occhi in un grande numero di persone presenti nello stesso edificio. La maggior parte degli effetti riferibili alla sindrome dell’edificio malato sono passeggeri, motivo tra gli altri che non ha mai spinto a condurre degli studi epidemiologici. “Per esempio in un ambiente angusto dove ci sono molte persone può mancare l’ossigeno per la troppa concentrazione di CO2” - spiega l’esperta -“ma una volta aperta la porta della stanza o quando si esce dall’edificio cosiddetto malato il mal di testa dovuto a questa situazione passa”.

Accade invece che si verificano situazioni più gravi in cui un edificio è stato costruito con cattivi materiali o che sia collocato in una zona in cui c’è alta concentrazione di radon, un gas radioattivo. “Possiamo dire che l’interesse verso l’aria nei luoghi chiusi è partito dalla SBS, ma con gli anni ci siamo accorti che è riduttivo considerare solo i materiali come colpevoli dell’inquinamento indoor”.

Un aspetto fondamentale infatti è lo stile di vita di chi abita i luoghi chiusi, che siano uffici o case. “Se si fuma in casa si è più esposti a sostanze cancerogene, se si comprano mobili non certificati per la formaldeide, ad esempio, questo inquinante sarà portato dentro casa, se per verniciare un appartamento si usa una vernice a base di solventi, la casa si riempirà di composti organici volatili fino a che non evaporano tutti”.

Zone in cui è costruito un edificio, materiali e stile di vita. Ma anche i sistemi di ventilazione ricoprono un ruolo fondamentale, ancora di più dopo l’esplosione del coronavirus e l’attenzione che si è iniziata a dedicare alla sanificazione degli ambienti interni. A tutto questo si aggiunge la ventilazione degli ambienti che a loro volta “I sistemi di ventilazione purtroppo se sono mal progettati e mal manutenuti possono diventare il substrato di virus, batteri e agenti microbici”, dice Brini.

Un edificio costruito con cattivi materiali (Photo: pxhere)
Un edificio costruito con cattivi materiali (Photo: pxhere)

La mancanza di una legge

Per la qualità dell’aria outdoor esiste una normativa nazionale che recepisce le direttive europee sui livelli che l’aria non deve superare per essere considerata sana. Per farlo ci sono le stazioni di monitoraggio che controllano che i valori non superino quelli stabiliti, a tutela della salute delle persone. Per l’aria indoor non esistono invece dei valori di riferimento. “In Italia non c’è una legge come per l’aria outdoor e non c’è neanche una direttiva europea” - spiega Brini - “e questa mancanza si sente”.

Il Gruppo di studio nazionale Inquinamento indoor, coordinato dall’Iss e di cui l’Ispra fa parte, lavora anche nella direzione di creare dei riferimenti normativi. “Cerchiamo di mettere mettere a punto metodi di campionamento che possano essere condivisi, affinché le misure che si fanno a casa di uno corrispondano alle misure fatte a casa di un altro, così da renderle confrontabili”.

Qualcosa si muove, continua l’esperta, “ad esempio a livello internazionale l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dato delle linee guida in cui ci sono dei valori di riferimento dei principali inquinanti dell’aria indoor”, anche alcuni Stati membri o Paesi extraeuropei, “credo e spero che arriveremo ad avere linee guida nazionali o raccomandazioni anche in Italia”.

In Italia ci sono per ora dei valori standard riconosciuti solo per alcune sostanze, per esempio per la formaldeide, indicato come fattore cancerogeno certo per l’apparato respiratorio.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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