L’ex muratore condannato per la morte della 13enne di Brembate scrive una lunga missiva

Massimo Bossetti
Massimo Bossetti

Lui non ci sta e vedersi attribuito l’omicidio Yara Gambirasio, nenche con una sentenza passata in giudicato sui tre gradi previsti, perciò Massimo Bossetti lo ribadisce: “Non ho commesso io quel reato”. L’ex muratore condannato per la morte della 13enne di Brembate scrive una lunga lettera in carcere e la invia a Marco Oliva, conduttore del programma tv “Iceberg” in onda su Telelombardia. E l’esordio della parte di polpa di quello scritto è chiaro: “Chi doveva garantire l’efficacia, l’integrità e l’idoneità di tutti i reperti? Bossetti o qualcun altro?”.

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Lo sfogo di Bossetti: “Non ho commesso quel reato”

“Sarebbe ben più utile che ora tutti si facessero una minima riflessione di come si continui nel volermi additare ed evidenziare attraverso i media, per un reato terribile, atroce e vergognoso che non ho commesso!”. Bossetti ha puntato subito sul vivo della questione e lo ha fatto con quella lettera che nelle ore serali di oggi, 23 giugno, sarà mostrata in diretta. Quello dell’operaio di Mapello condannato all’ergastolo per l’omicidio della 13enne di Brembate di Sopra Yara Gambirasio non sembra essere solo uno sfogo, piuttosto un invito a fare nuove ricerche utili alla riapertura del caso. Yara scomparve il 26 novembre 2010 e fu trovata morta in un campo il 26 febbraio 2011 e tutto ciò che Bossetti riponeva in termini di speranza a ché da quel crimine lui venisse scagionato stava nei famosi reperti genetici utilizzati durante il processo ma conservati tanto male da diventare poi inutilizzabili.

“La verità sta dove non la si cerca!”

In mezzo ad essi, secondo la difesa di Bossetti, c’era la prova che il delitto non era attribuibile a chi per quel delitto era stato condannato, ergo chi aveva causato il deterioramento e la scomparsa probatoria di quei reperti aveva ostacolato o pregiudicato la verità processuale ultima. Ha proseguito Bossetti nella lettera: “Spesso mi domando qual è o quale sia il limite della sopportazione per un cuore già fin troppo stremato dalle durissime faticose, tortuose battaglie, quando fin dall’inizio era così semplice nell’evitarmi tutto, ecco la verità dove si nasconde: dove non la si vuole cercare! La mia rabbia si cela dietro ad una verità insabbiata, da anni deteriorata! Grazie a coloro che mi hanno rovinato la vita e verso chi ad oggi ha concesso tutto questo assurdo, vergognoso scandalo”.

L’archiviazione sui depistaggi

L’ultimo atto della vicenda era stato quello con cui la Procura di Venezia chiese ed ottenne l’archiviazione del fascicolo aperto dal procuratore aggiunto Adelchi D’Ippolito in seguito alla denuncia presentata dai legali di Bossetti. Sotto indagine per aver depistato le indagini ci finirono, poi scagionati, un giudice e una funzionaria del tribunale di Bergamo.

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