L’inquietudine del cuore americano: arte tra il Vietnam e l’11-9

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Firenze, 29 mag. (askanews) – Una storia di trionfo e di conflitti, di soft power e contestazione, raccontata attraverso icone e pezzi fuori dal coro. A Palazzo Strozzi a Firenze ha aperto la mostra “American Art 1961-2001”, dedicata a quella porzione di Secolo americano che va dall’inizio della guerra del Vietnam all’11 settembre e che porta per la prima volta in Italia la collezione del Walker Art Center di Minneapolis. Ad accoglierci il direttore di Palazzo Strozzi, Arturo Galansino.

“Aprire una mostra – ha detto ad askanews – per noi è sempre un momento speciale, lo diciamo per ogni mostra e lo diciamo sentendolo profondamente. Ma in questo caso, fuor di retorica è un momento ancora più speciale, perché sembrava impossibile qualche mese fa poter riaprire una grande mostra internazionale, anche solo spostare le persone e gli oggetti, organizzare i viaggi, nel momento in cui tutto si è veramente bloccato. Siamo molto contenti di poter riaprire con una mostra così importante che chiude più di quattro anni di lavoro e collaborazione tra il Walker Center di Minneapolis e Palazzo Strozzi”.

A curare l’esposizione insieme a Galansino, proprio dalla città statunitense, è arrivato a Firenze Vincenzo de Bellis, che ha scelto di puntare su una narrazione che includesse mitologie come quelle di Mark Rothko, per altro presente con un pezzo sorprendente e poco noto, e della Pop Art luccicante, ma anche già sovversiva, come si vede nei lavori di Robert Indiana, per esempio; ma anche altri capitoli: dalla straordinaria stagione del minimalismo di Frank Stella, Donald Judd e Agnes Martin fino alle alternative totali, rappresentate dal lavoro di Bruce Nauman o di John Baldessari, o alla rivoluzione della danza di Merce Cunningham. Per arrivare, gravitando sempre in qualche modo intorno alla figura di Andy Warhol, fino alla coscienza di contestazione di artisti come Kerry James Marshall, Mike Kelley o Kara Walker.

“Penso che l’arte americana, in questo momento – ci ha detto de Bellis – proprio perché in America ci sono ancora tanti scontri politico-sociali, se vogliamo di più di quelli che ci sono in tanti altri luoghi, secondo me gli artisti americani ancora oggi, pur non essendo più egemoni a livello mondiale, analizzano la società a un livello più profondo di quanto non lo facciano altri artisti”.

Significativa e iconica in questo senso la presenza di un capitolo del monumentale progetto “Cremaster” di Matthew Barney, così come delle indimenticabili installazioni luminose di Felix Gonzalez-Torres. Ma si possono citare anche le frasi di Jenny Holzer e le fotografie di Cindy Sherman.

“Parliamo di temi importanti – ha spiegato Galansino – dalla società dei consumi alla pena di morte, dai diritti civili al razzismo, al gender, all’AIDS. Insomma tocchiamo temi che hanno segnato gli ultimi decenni”.

“Si tratta di opere che, nonostante si fermano a 20 anni fa – ha aggiunto Vincenzo de Bellis – forse oggi sono ancora più attuali”.

Dietro la potenza dei lavori, e in quel nero di Glenn Ligon passa molto dei conflitti che hanno attraversato senza sosta la terra promessa americana, si sente scorrere una tensione palpabile, continua, inesausta. Tanto che quando chiediamo a de Bellis di scegliere una parola per presentare la mostra, il curatore ce ne risponde due: “Ambiziosa e dura”.

La seconda, in particolare, lasciando sedimentare l’esperienza della visita, la si sente diventare a mano a mano sempre più rilevante e scomoda. E pensare che questa “American Art” possa essere una versione aggiornata di pacifica mostra blockbuster sarebbe un grosso errore.