L’intrattenimento, la morte, le lettere: rivedere “Best Regards”

Image from askanews web site
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Milano, 10 mag. (askanews) - Stando di fronte all'arte, in tutte le sue manifestazioni, capita spesso di domandare, o, se si è più fortunati, di sentire un misura di verità. E se è perfino noioso ripetere che è proprio attraverso la forma più consapevole di finzione che ci si avvicina alla chimera della verità, almeno di quella artistica, è altrettanto indubitabile che la forza dell'esperienza che si può vivere di fronte alla realtà di una manifestazione d'arte che sia davvero tale è poderosa, spesso travolgente. In questo contesto l'opera diventa pura, si stacca dalle contingenze per aprire finestre su qualcosa che sta oltre, che spesso è il nostro stesso mondo, osservato però da una prospettiva sorprendentemente nuova. Succede così anche rivedendo uno spettacolo come "Best Regards" di Marco D'Agostin, opera che ha debuttato alla Biennale Danza del 2021, ma che in realtà è qualcosa che va al di là delle definizioni di genere e che accompagna con la sua discontinuità lo spettatore in quella dimensione unica che è il teatro contemporaneo, dove un po' tutte le pratiche artistiche tendono a convergere. E dove si possono spendere parole come "onestà", senza sembrare ingenui o retorici. Dopo avere girato l'Italia per mesi, lo spettacolo è andato in cartellone anche al Piccolo Teatro di Milano, nell'ambito del festival "Presente indicativo" e, ancora una volta, ha mostrato tutta la forza del dispositivo che è, oltre che la straordinaria capacità di D'Agostin di essere sul palco, di essere nella scena, avendo al tempo stesso il pieno controllo e nessun controllo sulle dinamiche narrative, performative ed evocative dell'opera. Un "esserci" che è sia il massimo livello della costruzione artistica, sia, senza contraddizione, il modo più esposto, indifeso e vero di stare sotto quei riflettori e davanti a tutti quegli occhi in sala. La dimensione di realtà dell'opera d'arte, ancora una volta. Che non ha niente a che fare con il realismo, sia chiaro. Il vantaggio di avere visto più volte lo spettacolo è quello di potersi concentrare più sulla struttura, sui meccanismi, sui momenti apparentemente meno d'impatto, come la lunga prima parte nella quale Marco D'Agostin parla dello scrivere lettere, del ricevere lettere, della bellezza degli scambi epistolari, per esempio, tra Elizabeth Bishop e Robert Lowell. Ma anche delle lettere mai scritte, mai spedite, mai ricevute, di quelle rifiutate, per esempio dal padre di Elizabeth Browning. O di quella cartolina di rabbioso addio che è stata recapitata alla destinataria quando il mittente era ormai morto. Senza più nessuna possibilità di smentire quel "vai all'inferno" così definitivo. A quel punto il pubblico in sala rideva, per l'anti climax creato dal tono colloquiale dell'artista, ma in realtà era solo la prima avvisaglia del fatto che il tema di fondo di tutto lo spettacolo, il suo sole oscuro, è esattamente la morte e il nostro (im)possibile confronto con essa. E proprio una lettera, quella scritta da Wendy Houston al suo più caro amico Nigel Charnock, geniale coreografo morto pochi giorni prima, a innescare la seconda parte dello spettacolo, quella frenetica, danzata e ispirata proprio alla figura di Charnock, quel "Caro N." a cui tutta la performance si rivolge fin dall'inizio. Le parole della lettera di Wendy diventano una sorta di mantra, poi un canto, poi un manuale di ritmo per la danza, poi scivolano in un meta ragionamento sul modo in cui si può mettere in scena una lettera d'addio che non potrà mai raggiungere la persona a cui è destinata. E diventano anche la benzina per la capacità di D'Agostin di entrare, con il proprio corpo, la propria recitazione, la propria voce, il proprio camuffarsi, dentro le dinamiche del mainstream e della costruzione dell'intrattenimento. Lo si è già letto e scritto, ma resta un punto importante: ogni tentativo di creare questo tributo, questo divertimento (anche se in sala in molti ancora ridono, a volte nei momenti meno attesi) è destinato a fallire. L'intrattenimento stesso è solo un'altra forma del fallimento che si può stemperare solo quando l'artista, abbandonate tutte le velleità para celebrative, lascia che la sua canzone per Nigel, annunciata da minuti e mai arrivata, tanto da farci dubitare perfino della sua esistenza ("Godot", sussurra qualcuno), erompe sulla scena nella più nuda semplicità: la base musicale, la voce di Marco, le parole sul display luminoso. A quel punto non resta altro da fare che inginocchiarsi: fisicamente il performer e metaforicamente noi in sala. Il velo è caduto: lo spettacolo (nel senso di Debord) è impossibile, ma la vita è lì davanti a noi nella sua inesplicabile, fallimentare realtà. Ed è vera, essendo un fatto d'arte. Così si arriva al terzo movimento: la lettera che Chiara Bersani, co-autrice dello spettacolo, ha scritto per questa messa in scena milanese. Una lettera che cambia nei diversi spettacoli. Questa volta è datata 8 maggio 2022 ed è stata scritta in volo, verso San Paolo del Brasile. La lettera, a suo modo assoluta e miracolosa, parla del senso del tempo, delle vicinanze e delle separazioni, dei sogni e dei fantasmi. Ma soprattutto, a un certo punto, rivolgendosi alle "amate persone" presenti al Piccolo Teatro, Chiara Bersani scrive che l'arte serve a "lasciar andare". Anche Charnock e il suo ruolo di maestro per D'Agostin e perfino lo spettacolo in sé, che deve per forza chiudersi ora. Ma lasciando una porta aperta: quel microfono solitario e illuminato rivolto verso il pubblico che, se vuole, potrà cantare ancora la canzone per Nigel: "You died, so I could live and dance. You are the dark, I see the stars". Tutto si fa buio, forse si fa freddo, il coreografo è morto e chi in platea decide di cantare lo fa sentendosi solo con i propri di fantasmi. Ma, tutti insieme, per un attimo riusciamo a vedere le stelle, proprio mentre la musica inizia a essere distorta e "Best Regards", questo incredibile viaggio dentro il vuoto, comincia a finire sul serio. Poi restano gli applausi. (Leonardo Merlini)

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