L’Italia è pronta al dopo Draghi? Mille volte no

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Mario Draghi (Photo: Ansa)
Mario Draghi (Photo: Ansa)

Siccome la stagione di governo a guida Draghi può durare ancora un po’ ma non all’infinito, conviene chiedersi da subito cosa verrà dopo, sapendo che al più tardi nella primavera del 2023 dovremo rispondere davanti all’Europa (ed al mondo intero) a questa domanda.

Il tema però è ancor più spinoso se si tiene in giusta considerazione il fatto che la situazione attuale è del tutto anomala, poiché ci troviamo con un premier nemmeno lontanamente indicato dagli elettori ma di formidabile autorevolezza e di innegabile capacità operativa, sostenuto da una maggioranza del tutto anomala e capace di contenere (momentaneamente) soggetti politici per loro natura incompatibili, il tutto in presenza della coda di una pandemia mondiale che non solo ha sconvolto lo scenario internazionale (ad esempio determinando il cambio d’inquilino alla Casa Bianca) ma che ha anche condotto l’Unione europea al varo di un gigantesco piano di sostegno agli Stati impensabile fino al 2019.

Draghi quindi è la miglior risposta che l’Italia poteva dare per reagire in modo eccezionale ad una situazione eccezionale, ma proprio per questo occorre guardare con lucidità a cosa potrà accadere dopo le prossime elezioni, quando cioè i partiti torneranno (probabilmente) a dividersi.

Eccoci allora giunti alla domanda cui tento qui di rispondere, che è semplice semplice: l’Italia è pronta al “dopo Draghi”?

Ebbene la mia risposta è che non solo non siamo pronti, ma siamo anzi ben lontani dall’avvicinarci all’obiettivo, il che mi preoccupa non poco e lo stesso effetto dovrebbe fare un po’ a tutti i protagonisti della vita pubblica italiana.

Cominciamo da sinistra, cioè da quell’area politica che dovrebbe vedere l’accordo tra PD, M5S ed altre forze minori, sia di centro che più radicali (Azione, Italia Viva, L...

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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